Cantautore, psicologo, psicoterapeuta e ricercatore, Adriano Formoso ha saputo unire mondi apparentemente lontani: la musica e la scienza. Dalla sala parto all’esperienza teatrale del Formoso Therapy Show, passando per le ricerche in neuropsicofonia, il suo percorso è un intreccio di suoni, emozioni e cura. Lo incontriamo per approfondire la sua carriera, i suoi progetti e le riflessioni sulla società contemporanea.
a cura di Chiara Gligora
con Salvatore Cucinotta ed Antonio Capua
Adriano, benvenuto su Che! Intervista e grazie per aver accettato questa intervista. Partiamo dall’inizio: come descriverebbe in poche parole il filo conduttore che lega la sua carriera tra psicologia, musica e ricerca?
Il filo conduttore è la convinzione che l’essere umano non sia fatto a compartimenti stagni: mente, emozioni e creatività dialogano costantemente. La musica è stata il mio ponte naturale per portare la psicologia fuori dagli studi clinici e farne esperienza viva, condivisa. La ricerca scientifica mi ha permesso di dare fondamento a ciò che in scena e in terapia accadeva: il suono, secondo me, non è solo estetica, ma energia capace di trasformare il nostro stato interiore e chi ha già partecipato ai miei concerti ha potuto sperimentare tutto questo.
Lei è stato il primo cantautore italiano a portare la musica in un reparto ospedaliero di ostetricia e ginecologia: cosa ricorda di quell’esperienza pionieristica?
Ricordo la sorpresa negli occhi dei medici e la commozione delle mamme. Portare le mie musiche neuropsicofoniche in sala parto fu un atto rivoluzionario e allo stesso tempo naturale: il neonato viene al mondo già immerso nei suoni, nel ritmo del battito. Vedere come la musica riuscisse a ridurre l’ansia, a creare un’atmosfera di accoglienza e perfino a facilitare il travaglio, fu la prova tangibile che stavo percorrendo una strada nuova ma necessaria. Così ho voluto strutturare meglio una ricerca con i miei collaboratori che hanno sempre creduto nel mio progetto.
Da anni si dedica allo studio della relazione tra musica, cervello ed emozioni. Quali scoperte l’hanno colpita di più e che cosa ancora resta da esplorare in questo campo?
La scoperta più affascinante è che la musica non solo accende aree specifiche del cervello, ma le mette in dialogo, facilitando connessioni che altrimenti resterebbero silenti. È come se una sinfonia interiore prendesse vita dentro di noi. Quello che resta da esplorare è immenso: capire meglio come le frequenze possano modulare il dolore, il trauma, le dipendenze. Siamo solo agli inizi. Ogni giorno la pratica clinica nel Centro dove ricevo alle porte di Milano, mi permette di compiere passi avanti mentre utilizzo la neuropsicofonia nelle sedute di psicoterapia con i miei pazienti. Soprattutto quelli sofferenti di disturbi d’ansia e disturbi psicosomatici.
Nel 2018 ha presentato al Salone del Libro di Torino il volume Nascere a Tempo di Rock. In che modo la nascita resta al centro della sua visione scientifica e artistica?
Sono convinto che per conoecere e capire un essere umano, sia necessario sapere quale è stata la sua esperienza nel venire al mondo. La nascita è la nostra prima sinfonia: ogni emozione futura trova radice lì. Studiando le memorie sonore prenatali ho capito quanto il nostro modo di venire al mondo influenzi la capacità di affrontare la vita. Come artista, questo si traduce in canzoni che spesso toccano la nostalgia, il bisogno di protezione, la ricerca di autenticità. Come psicologo, mi guida nel curare le ferite originarie che restano attive anche in età adulta.
La Neuropsicofonia è una delle sue intuizioni più note: può spiegarci in che modo questo approccio terapeutico riesce ad aiutare persone con fragilità psicologiche gravi?
La Neuropsicofonia utilizza frequenze, armonici e strutture musicali pensate per dialogare con il cervello limbico e con la memoria emotiva. Nasce da un’idea semplice ma profonda: il suono non è solo vibrazione esterna, ma un’energia capace di dialogare con il cervello, con le parti più antiche e fragili della nostra interiorità.
Nelle persone che portano dentro ferite profonde come raumi, depressioni, disturbi legati all’attaccamento. Qui la parola spesso non basta, a volte non arriva. Il suono invece aggira le difese, scivola oltre le barriere razionali e raggiunge zone nascoste della psiche, là dove la sofferenza ha radici profonde.
Attraverso melodie calibrate, frequenze specifiche e improvvisazioni guidate, la Neuropsicofonia aiuta a risvegliare emozioni bloccate, a sciogliere tensioni che la persona non riesce a raccontare con le parole. È come se la musica diventasse una chiave che apre stanze interiori rimaste chiuse per anni, permettendo di riconnettersi con il proprio Sé autentico.
Non è un incanto astratto, ma un processo misurabile: il cervello risponde alle frequenze, le cellule si sincronizzano, l’umore cambia. Ed è in questo incontro tra scienza e arte che la Neuropsicofonia diventa terapia: una via per restituire fiducia, senso di continuità, e la percezione di non essere più soli dentro la propria fragilità.
Il Formoso Therapy Show è un format unico che unisce spettacolo e psicoterapia. Qual è la reazione del pubblico quando arte e cura si fondono in scena?
La reazione è sorprendente. C’è chi piange, chi ride, chi si alza in piedi per ringraziarmi. Il pubblico non è spettatore passivo: partecipa a un rito collettivo in cui la musica diventa terapia e la psicologia diventa intrattenimento. Spesso mi dicono: “Non è uno spettacolo, è un’esperienza che mi ha cambiato”. È la conferma che l’arte, il consapevolizzarsi e la cultura possono curare e preservare il benessere. Spesso finito lo spettacolo mi fermo a parlare con qualche presente e la cosa che mi gratifica molto è veder che le persone del pubblico parlano tra loro anche senza essersi conosciuti prima e senza conoscere neppure i loro nomi. Questa è comunità, aggregazione e gruppalità in senso psicoanalitico bioniano.
Negli ultimi anni lei ha parlato molto di nuove sfide psicologiche: dall’ansia da prestazione al burnout, dalle dipendenze digitali alle challenge estreme tra adolescenti. Che risposte può offrire oggi la psicologia?
La psicologia deve essere più coraggiosa e uscire dagli studi per andare dove nascono i disagi: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli spazi digitali. Le risposte non sono solo farmaci o diagnosi, ma prevenzione, educazione emotiva, consapevolezza. Ai giovani serve una bussola, agli adulti serve il coraggio di rimettere in discussione modelli educativi e relazionali che non funzionano più. Mi rende molto felice essere invitato nelle scuole a parlare di questi temi e ad aiutare i ragazzi a
Tra i suoi temi ricorrenti c’è anche quello delle relazioni: amore, famiglia, narcisismo e fragilità. Secondo lei, quali sono i nodi più urgenti che la società contemporanea deve affrontare in questo ambito?
Il nodo più urgente è il narcisismo, che erode la capacità di amare senza possedere. Nelle famiglie, nelle coppie e persino nelle amicizie, vedo relazioni segnate da paura, controllo e dipendenza affettiva. Serve tornare a un amore autentico, che non ha bisogno di maschere né di algoritmi per esistere. Educare all’empatia oggi è una missione sociale, non solo terapeutica.
Dalla musica terapeutica alle neuroscienze delle emozioni: perché certi brani diventano la colonna sonora della nostra vita e ci accompagnano per sempre?
Perché la musica ha la capacità unica di imprimersi nella memoria emotiva. Non ricordiamo solo la melodia, ma il contesto affettivo in cui l’abbiamo vissuta. Una canzone può riportarci all’adolescenza, a un amore, a un dolore, con la stessa intensità di allora. In questo senso, ogni brano che ci accompagna diventa parte della nostra autobiografia sonora.
Quali sono i suoi prossimi progetti tra ricerca, divulgazione e spettacolo?
Sto lavorando a un nuovo ciclo di Formoso Therapy Show dedicati ai disturbi dell’attaccamento, perché credo che sia lì la radice di molte sofferenze contemporanee.
Il 19 Settembre il Formoso Therapy Show sarà per la prima volta a Bologna al teatro Orione! Amo questa città e gli emiliani. Parallelamente sto portando avanti la ricerca sulla Neuropsicofonia per applicarla in nuovi contesti clinici. E poi c’è la musica: sto preparando nuovi brani che avranno la doppia veste di canzone e strumento terapeutico. Perché per me, ricerca e arte non sono mai due strade parallele: sono la stessa via.
Grazie Adriano e complimenti per la sua carriera artistica!
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