Alessandro Federico D’Elia: il suono come racconto di un tempo inquieto

Cantautore e musicista poliedrico, Alessandro Federico D’Elia costruisce il proprio percorso artistico attraversando generi e linguaggi, dal pop al blues, fino a sonorità più introspettive. Dopo gli esordi negli studi musicali giovanili e le esperienze legate ai concorsi nazionali, la sua produzione discografica ha seguito un’evoluzione costante, culminata nei progetti più recenti che affrontano temi sociali, interiori e contemporanei. In questa intervista ripercorriamo la sua crescita artistica, le influenze e il significato della musica oggi.

a cura della redazione


Alessandro, benvenuto su Che Intervista!: come nasce il tuo rapporto con la musica e qual è il primo ricordo che colleghi a questa passione? 
Salve a tutti e Grazie mille! Intanto preciso una cosa: anche se il mio primo nome è Alessandro, in realtà tutti mi chiamano Federico, è il nome con cui mi sono sempre sentito più rappresentato.  Intanto di ricordi ce ne potrebbero essere tanti.  Io ad esempio ricordo che riproducevo a orecchio con la pianola ogni canzone che sentivo😂 italiane ovviamente, per quanto riguarda il mio rapporto con la musica è bello ma complesso, nel senso che non essendo nel mio caso, una professione ma solo un hobby, non ne ricavo nulla, non ho nessun beneficio.  
Non ho un Instagram da Milioni di follower  Un’etichetta. Un team che mi segue. Chissà quali grandi ascoltatori mensili.
Un management.  Un promoter per trovare serate, anzi spesso sono io che cerco di propormi  nei locali ma è più difficile di quel che credevo..
Eppure nonostante tutto ci provo, anche se tante volte ho pensato di mollare.  Tutt’ora se per quello.  È l’unico modo che conosco per comunicare, per farmi sentire. 

Hai iniziato molto presto studiando pianoforte e canto: in che modo la formazione tecnica ha influenzato la tua identità artistica?
Si ho intrapreso quel tipo di studi , ma non sono mai riuscito ad approfondirli ulteriormente, non come avrei voluto almeno, sotto il punto di vista del impegno insomma. Ciononostante non vuole dire che non siano importanti, anzi sono la base su cui iniziare per costruire un percorso, per chi vuole avvicinarsi a questo mondo, almeno secondo me. Pero bisogna avere il giusto approccio
In realtà ci sono stati tanti corsi che ho provato a frequentare poi , ma sarebbero troppi da elencare qui . 

La tua musica attraversa diversi generi, dal pop al blues fino al jazz e al country: è una scelta istintiva o un percorso di ricerca consapevole?
Totalmente istintiva, mi piace l’idea di sperimentare e trovare delle idee nuove , non ho ancora un identità mia ben chiara, una cifra stilistica precisa, vado a tentativi. Se funziona bene, mal che vada al massimo potrò dire: ok, ci ho provato, amen.

L’esperienza ad Area Sanremo ha rappresentato un momento importante del tuo cammino: cosa ti ha lasciato, dal punto di vista umano e professionale? 
È stata una bella esperienza dal punto di vista formativo, o almeno io parlo per me.  Girare Sanremo, vedere L’Ariston, i Camerini dove si cambiano i big in gara al festival, i video su come allestiscono e smontano la scenografia…  sembrava quasi surreale.  Soprattutto per chi come me viene da fuori e deve viaggiare e spostarsi tra aerei etc. 
Sei lì al Palafiori per le audizioni, sognare è lecito per chiunque, anche perché se non ricordo male, ai tempi c’era la possibilità per chi vinceva il contest,  di salire sul palco del festival fra le nuove proposte.   Non vorrei dire un inesattezza, però mi sembra di ricordare che il primo periodo ci fossero le selezioni itineranti in tutta Italia se non sbaglio. Io avevo fatto una di quelle.  Inizialmente non era andata benissimo mi sembra, poi forse il destino sembrava che volesse darmi un altra possibilità. 
E mi ritrovai li.  Con una cover.   Mentre l’altro anno con un inedito. 

Con l’album Ribelle hai presentato un lavoro molto personale: quale messaggio volevi trasmettere al pubblico in quel periodo della tua vita? 
L’album Ribelle è nato più o meno dopo quel esperienza li, dopo che sono rientrato al campo base diciamo . Il messaggio era che avevo (ed è tutt’ora così in parte) la percezione di non sentirmi capito dagli altri, dal mondo.  Suona esagerato detto così, me rendo perfettamente conto, i brani introspettivi per altro  forse non sono così mainstream o comunque da successo immediato, diciamo da  farti dire: meh… bello eh!  Però potresti anche farlo un pezzo un po’ più allegro !
E tu molte volte vorresti dire : si, e me lo paghi tu un producer ? Contando il fatto che molte volte cerco di arrangiarmi io a modo mio, Senza grandi mezzi, perché citando un noto cantante , che poi è anche il mio preferito “Non me lo posso permettere! “ .

Nei lavori successivi, come Nomen Omen e Il Diario dei Pensieri, si percepisce una maggiore introspezione: quanto la scrittura musicale diventa per te uno strumento di riflessione?
Tantissimo, io scrivo in base agli stati d’animo, secondo quello che sto vivendo in quel momento. I primi lavori erano cosi, c’era molto di mio, era una sorte di megafono personale.  Poi dal ultimo uscito nel 2024, ho iniziato , o almeno provato un po’ a uscire dal guscio del introspezione. 

Turning Point – Punto di svolta affronta tematiche sociali e contemporanee: quanto senti la responsabilità dell’artista nel raccontare la realtà che ci circonda? 
Abbastanza, ma cerco di farlo con riflessione e con attenzione, perché il mio intento è quello alla fine. Far riflettere.  Turning point ugualmente cerano alcuni brani personali/introspettivi, ma c’è n’erano anche di più impegnati, come ad esempio mi viene in mente, Sangue nelle mani, un brano contro la violenza di genere, però trattato dal punto di vista del carnefice, di chi commette l’atto. Un uomo che prima compie l’atto , poi sa di aver fatto un errore madornale, cerca di chiedere scusa , e vuole redimersi.  E in quel occasione avevo chiamato con me un rapper, molto bravo(Impulso),che desse un senso a quel brano. Il risultato è che evidentemente non sono stato frainteso. Cosa di cui avevo grossa paura all’inizio, e alla fine ho ricevuto molti complimenti.  

Il nuovo singolo Un ragazzo qualunque sembra evocare una dimensione più universale: chi è davvero questo “ragazzo” e cosa rappresenta? 
Un ragazzo qualunque non è semplicemente il protagonista della canzone, ma è una condizione. È quel momento della vita in cui ti senti fermo mentre tutto il resto corre. Nel testo lo vediamo con le mani in tasca, la testa bassa, che osserva gli altri vivere esperienze che per lui sembrano lontane: la patente mai presa, un lavoro che appare come un miraggio, l’amore visto da lontano. Sono immagini molto concrete, quotidiane, proprio per questo universali.
Quel ragazzo rappresenta la sensazione di essere “indietro”, di non essere abbastanza, di non sentirsi pronto. Ma la parte più importante del brano non è la sua immobilità, è quello che ha dentro. Nel suo cuore “c’è un mondo che esplode”, una luce che lui stesso ancora non riesce a vedere. Questo è il punto centrale: spesso il limite non è ciò che siamo, ma ciò che crediamo di essere.
La canzone parla di fragilità, ma anche di possibilità. Parla di quel conflitto tra testa tra le nuvole e piedi per terra, tra sogno e paura. È una “vita in guerra” perché la battaglia è tutta interiore. Non è contro il mondo, ma contro le proprie insicurezze.
Alla fine, però, il messaggio è di speranza. Quel ragazzo troverà il suo piano, il suo passo, il suo coraggio. Non diventa qualcun altro: diventa pienamente sé stesso. Ed è questo che lo rende universale. Perché ognuno di noi, almeno una volta, è stato,  o è ancora  un ragazzo qualunque che sta solo cercando di capire quanto vale davvero.

Oggi la musica è sempre più legata ai social e alle piattaforme digitali: pensi che questo abbia cambiato il modo di fare e di ascoltare musica? 
Sì, credo che abbia cambiato tantissimo il modo di fare e di ascoltare musica. Oggi tutto è più veloce: le canzoni nascono, girano e diventano virali in pochissimo tempo. I social e le piattaforme digitali hanno dato un’opportunità enorme agli artisti, perché permettono di arrivare direttamente alle persone, senza troppi filtri. Questo è un aspetto bellissimo: puoi creare, pubblicare e condividere la tua musica con il mondo in modo immediato.
Allo stesso tempo, però, questa velocità può rendere tutto più “consumabile”. A volte si ascolta una canzone per pochi secondi, magari per un trend, e poi si passa subito a quella dopo. Si rischia di perdere un po’ la profondità dell’ascolto, quel tempo lento in cui ti sedevi e lasciavi che un brano ti accompagnasse davvero.
Per me la sfida è proprio questa: usare i social come strumento, senza farsi usare. Restare autentici, continuare a scrivere musica che abbia qualcosa da dire, anche in un mondo che corre. Alla fine, le piattaforme cambiano, i modi di comunicare evolvono, ma quello che non cambia è il bisogno delle persone di riconoscersi in una canzone. E finché una canzone riesce a toccare qualcosa di vero, trova sempre il suo spazio.

Quale direzione immagini per il tuo percorso artistico e quale obiettivo senti ancora di voler raggiungere? 
Onestamente parlando? Non posso sicuramente più ambire a quei sogni, quei traguardi che avevo/Ambivo quando avevo 18/20 anni. Il desiderio di Emergere, di farmi un nome, aprire il live di un nome importante….             
Avere dei contatti anche da parte di alcuni comitati che siano interessati a farti esibire all’interno delle loro manifestazioni/feste di paese…. 
Una volta ci speravo, a volte ci spero ancora… ma non ho voglia di rincorrere nessuno.   Quello a cui posso ambire attualmente è che quando faccio musica, arrivi principalmente il messaggio dietro il brano.  Il riuscire a farmi capire. E per me quello onestamente è già un traguardo, è già un successo. 

Poi famoso o non famoso. Commerciale o non commerciale, Mi interessa poco. 

Mi interessa essere capito,  magari ci saranno situazioni, brani , dove potrei riuscire o quantomeno provarci e altri dove magari no. 
Ma ripeto : quei traguardi , sogni, che avevo quando avevo 18-20 anni..  credo sia tardi. 
Ma finché avrò ancora voglia e qualcosa da dire, continuerò ad andare avanti. 

Un saluto a tutti 

Grazie Federico e complimenti per la tua carriera artistica!

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