Dalle aule scolastiche alla poesia, dalla narrativa all’introspezione, il percorso di Annamaria Farricelli nasce da una lunga relazione con le parole e con la necessità di trasformare il vissuto in forma espressiva. Poetessa e scrittrice, ha fatto della scrittura uno spazio di elaborazione, memoria e rinascita, attraversando temi come il silenzio, la natura, la fragilità e la metamorfosi interiore. Opere come Oltre lo Sguardo, Il Giardino dell’Anima e il romanzo L’Eco del silenzio testimoniano una ricerca che intreccia esperienza personale, poesia e arte visiva, sostenuta negli anni da numerosi riconoscimenti letterari.
a cura della redazione
Benvenuta Annamaria Farricelli, e grazie per essere con noi. La scrittura accompagna da molto tempo la sua vita: quando ha capito che le parole sarebbero diventate qualcosa di più di una passione?
Grazie a voi! Credo di non averlo capito in un momento preciso. Le parole sono cresciute dentro di me lentamene, accompagnandomi nel tempo, prima come curiosità, poi come bisogno. Ho sempre avuto con loro un rapporto quasi intuitivo: osservavo, ascoltavo, riflettevo e sentivo il desiderio di dare una forma a ciò che provavo. A un certo punto ho compreso che scrivere non significava soltanto raccontare, ma cercare un senso nelle esperienze, nelle emozioni, nelle ferite e anche nelle piccole cose della vita che spesso passavano inosservate. La scrittura è diventata così uno spazio di ascolto e libertà, dove il dolore poteva trasformarsi in consapevolezza e il silenzio trovava voce. Ma soprattutto ho scoperto che ciò che nasceva da me poteva arrivare agli altri, toccare una sensibilità, suscitare riflessione, magari lasciare una piccola traccia. Da allora le parole non sono più state soltanto una passione: sono diventate una parte profonda di me, il mio modo di osservare e condividere il mondo. E, in fondo, anche il mio modo di rinascere.
Nel suo percorso ritorna spesso il tema della trasformazione: paure che diventano coraggio, fragilità che diventano forza, dolore che si trasforma in speranza. Quanto questa idea è centrale nella sua poesia?
È un tema centrale, forse il filo più autentico della mia scrittura. Credo che la vita non ci chieda di essere invulnerabili, ma di imparare a trasformare ciò che ci ferisce in qualcosa che possa ancora generare vita. La paura può diventare coraggio quando smettiamo di fuggirla; la fragilità può diventare forza quando impariamo ad accoglierla; persino il dolore, con il tempo, può trasformarsi in consapevolezza e speranza. La mia poesia nasce spesso proprio da questo passaggio: non dal desiderio di dimenticare ciò che è stato, ma dalla necessità di attraversarlo e restituirgli un significato. Per questo, anche nelle parole più malinconiche, cerco sempre una luce. Perché credo che ogni ferita, se ascoltata, possa diventare una strada verso una nuova consapevolezza.
Per oltre trent’anni ha lavorato nella scuola e ha vissuto l’insegnamento come una vocazione. In che modo il rapporto con gli studenti ha influenzato il suo modo di osservare le persone e di scrivere?
La scuola mi ha insegnato soprattutto ad ascoltare, non soltanto le parole, ma anche ciò che spesso rimaneva nascosto dietro il silenzio, uno sguardo o un comportamento. Per altro in trentasette anni ho incontrato generazioni di ragazzi, con la propria sensibilità, le proprie fragilità, i propri sogni le proprie difficoltà. Questo mi ha aiutata a guardare le persone oltre ciò che mostrano, senza fermarmi alle apparenze. credo che anche la mia scrittura sia nata e cresciuta attraverso questo sguardo attento sulla umanità: osservare, comprendere e cercare, quando possibile, ciò che ci unisce. In fondo, insegnare e scrivere hanno avuto per me una radice comune: l’ascolto dell’altro.
La sua biografia racconta anche momenti personali molto difficili. Quanto è stato importante trasformare esperienze dolorose in materia letteraria senza lasciare che la scrittura diventasse soltanto testimonianza?
È stato fondamentale, perché ho sempre pensato che il dolore, per quanto possa finire, non debba necessariamente rimanere prigioniero della nostra storia. Ho cercato di trasformare le esperienze difficili in qualcosa che potesse andare oltre la mia vicenda personale, diventando riflessione, emozione e, soprattutto, possibilità di rinascita. Non ho mai voluto che la scrittura fosse soltanto una testimonianza del dolore: raccontare ciò che ho vissuto avrebbe avuto senso solo se quelle pagine fossero riuscite a parlare anche agli altri. Per questo, quando scrivo, parto spesso da una ferita, ma cerco di arrivare a una verità più universale. È il momento in cui il dolore smette di essere soltanto mio e può diventare una parola nella quale qualcun altro può riconoscersi
L’Eco del silenzio occupa un posto particolare nel suo percorso. Che cosa rappresenta questo romanzo e perché sente che racchiude una parte così profonda della sua storia?
L’Eco del Silenzio rappresenta una parte profondissima della mia storia, forse quella in cui la scrittura è stata più vicina alla mia vita e alle mie fragilità. È nata dal bisogno di dare voce a ciò che per troppo tempo era rimasto nel silenzio, trasformando il dolore in una storia che potesse, però, andare oltre il dolore stesso. In quelle pagine c’è la sofferenza, ma anche la forza di ricominciare, perché credo che persino nelle stanze più buie possa entrare un raggio di luce, se troviamo la forza di cercarlo. Per questo quel romanzo non è soltanto memoria: è il segno di una rinascita. E forse racchiude una delle convinzioni che accompagnano tutta la mia scrittura: c’è sempre il sole oltre le nuvole.
In opere come Oltre lo Sguardo e Il Giardino dell’Anima parola e immagine entrano in relazione. Che cosa aggiunge l’arte visiva alla poesia, e viceversa?
Per me parola e immagine appartengono a due linguaggi diversi, ma possono incontrarsi nello stesso luogo: quello delle emozioni. L’arte visiva aggiunge alla poesia ciò che talvolta le parole non riescono a dire, una suggestione immediata, un’atmosfera, un silenzio. La poesia, a sua volta, può dare all’immagine una voce, un pensiero, una storia, di intuire oltre ciò che gli occhi vedono. In Oltre lo Sguardo e Il Giardino dell’Anima ho cercato proprio questo dialogo che appartiene alla mia poetica: osservare la natura, il silenzio, la memoria e le fragilità dell’anima per cercare, oltre la realtà visibile, una verità più profonda. Perché nella mia poesia lo sguardo non si ferma mai alla superficie: cerca sempre quella luce che nasce quando impariamo a vedere anche con l’ anima
Nel suo lavoro ricorrono il silenzio, la natura e la dimensione interiore. Sono temi che cerca consapevolmente o emergono spontaneamente durante la scrittura?
Credo che emergano spontaneamente, perché fanno parte del mio modo di guardare e di sentire la vita. Non mi metto a tavolino scegliendo un tema: spesso è un’ immagine, un paesaggio, un silenzio o una sensazione a suscitare in me una parola. La natura, in particolare, è una presenza costante nella mia scrittura, perché nei suoi cambiamenti ritrovo quelli dell’animo umano: una foglia che cade, un’alba, una luce tra le nuvole possono diventare metafore di ciò che viviamo. Anche il silenzio per me non è assenza, ma ascolto: è lì che spesso nascono le parole più vere. In fondo, la mia poesia nasce proprio da questo dialogo: guardo il mondo con gli occhi , ma lo racconto con l’anima.
Negli anni ha ricevuto numerosi premi, menzioni e riconoscimenti. Quanto conta il riconoscimento pubblico per un’autrice che parte da una scrittura così intima?
Il riconoscimento pubblico fa piacere, naturalmente, soprattutto perchè dietro un premio sento il tempo, l’attenzione e la sensibilità di chi ha letto e accolto il mio lavoro. Ma non è mai stato il motivo per cui ho scritto. La mia scrittura nasce da un’ esigenza intima, dal bisogno di dare forma a ciò che sento e di condividere uno sguardo sul mondo. Un premio, allora, assume per me un significato particolare: mi conferma che qualcosa che è nato dentro di me è riuscito ad arrivare anche agli altri. E questa è forse la gratificazione più bella: scoprire che una parola nata nel silenzio può trovare un’ eco nel cuore di qualcuno. Perché il premio può dare valore a una pagina, ma è l’ emozione di chi legge a darle vita.
Ha scritto poesia, narrativa e testi legati a esperienze personali molto profonde. Quando inizia un nuovo lavoro, sente prima una voce, un’immagine, un ricordo o una necessità?
Quando inizio un nuovo lavoro, raramente parto da un’ idea già definita. Può essere una voce, un’ immagine, un ricordo, una sensazione improvvisa o semplicemente una necessità interiore che chiede di essere ascoltata. A volte basta un dettaglio apparentemente insignificante per aprire una storia o accendere una poesia. Poi sono le parole ad indicarmi la strada e, quasi senza accorgermene, il pensiero trova la sua forma: poesia, racconto o narrativa. Non scelgo sempre io ciò che devo scrivere; spesso è qualcosa dentro di me che chiede di essere raccontato. Io faccio soltanto silenzio, ascolto e lascio che le parole trovino la loro strada: perché la scrittura, prima ancora di essere una scelta, per me è una necessità.
Oggi, dopo un percorso così ricco di esperienze e trasformazioni, quale parte di sé sente di non avere ancora raccontato fino in fondo?
Forse la parte di me che non ho ancora raccontato fino in fondo è proprio quella che continua a cambiare. Ho attraversato il dolore, la fragilità, la memoria, la rinascita, ma dentro di me sento ancora domande che non hanno trovato una risposta definitiva. E forse è questo il bello della scrittura: non arrivare mai veramente alla fine di noi stessi. Ogni volta che penso di aver raggiunto una verità, scopro un’ altra profondità da esplorare, un’ altra perla nascosta nell’ abisso della mia anima. Oggi sento di voler raccontare sempre più ciò che ci unisce, ciò che rimane quando cadono le maschere e l’io lascia spazio al noi. Forse il libro che devo ancora scrivere è quello in cui non racconterò più soltanto di ciò che di me vive negli altri, ma ciò che degli altri vive in me.
Grazie Annamaria per la tua intervista e complimenti per la tua carriera artistica!
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