Bosky e il suo debutto rap: tra Nietzsche e beat, “Essere o Avere” è un manifesto contro la retorica dell’immagine

In un panorama musicale saturo di cliché e slogan, arriva “Essere o Avere”, il debutto di Bosky, artista emergente ma già sorprendentemente maturo, che dalla provincia toscana porta nel rap italiano una ventata di autenticità, riflessione e spessore filosofico. Il brano non è solo una canzone: è una presa di posizione. Contro l’estetica dell’apparire. Contro il rap da copertina. A favore della sostanza, della parola, dell’identità.

a cura della redazione


«Essere o avere sembran solo due verbi, ma in realtà sono nervi», recita uno dei versi più incisivi del brano. E in questa dicotomia – apparentemente grammaticale, in realtà esistenziale – si condensa il senso dell’opera. Bosky rielabora la lezione di Erich Fromm, ricalibra le riflessioni di Nietzsche e Hesse sul tempo presente, e le trasforma in barre. Ma le barre non sono sparate, sono pensate. Non fanno rumore per farsi notare, ma silenzio per farsi capire.

Il brano è prodotto da Francesco Pratesi, beatmaker toscano che ha saputo costruire un impianto sonoro ruvido, minimale, con influenze rock e venature analogiche. Chitarre live, groove old-school e una sezione ritmica asciutta ma efficace accompagnano un testo che rifugge i giochi di stile in favore di una narrazione scabra, ma potentemente evocativa. Il risultato è un rap “scomodo” eppure necessario, che si rivolge a chi è stanco del vuoto di contenuti e cerca ancora significato nella musica.

Il videoclip – girato in bianco e nero – segue la stessa filosofia: pochi simboli, atmosfera rarefatta, niente storytelling forzato. Un’estetica sobria che riflette l’essenzialità del brano, con uno stile visivo che potremmo definire quasi esistenzialista.

Ma chi è Bosky? Nato ad Aulla, al confine tra Liguria e Toscana, ha un passato lontano dal mondo patinato dello showbiz: operatore nella sicurezza privata, lettore compulsivo di Bukowski, Svevo e Orwell, è cresciuto ai margini del mainstream, coltivando una visione del rap come forma di resistenza. E non è solo una posa. Il suo nome d’arte è un omaggio a Bukowski, trasformatosi in identità artistica per raccontare ciò che davvero conta: la fatica, la contraddizione, la consapevolezza.

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