Dal 10 ottobre 2025 è disponibile su tutte le piattaforme digitali e in rotazione radiofonica “Riparare”, il nuovo singolo di CAMPI, realizzato con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”. Un brano che intreccia fragilità e forza, invitando a non gettare ma a custodire, a non rompere ma a ricucire. In un mondo che consuma tutto, CAMPI ci ricorda che riparare è un gesto d’amore e di resistenza. Lo abbiamo incontrato per parlare di questo nuovo capitolo della sua carriera, tra musica, parole e visioni.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista. “Riparare” è un titolo che racchiude un mondo: da dove nasce l’idea di questa canzone e il bisogno di scriverla?
“Riparare” nasce dal mio sentire in un periodo di grande incertezza. Mi sono chiesto cosa valga davvero la pena salvaguardare e in che modo farlo. In una società che tende a sostituire tutto, oggetti, relazioni, idee, mi sembrava importante raccontare l’importanza della cura e della perseveranza. Ho pensato alle mie relazioni personali, ma anche a un discorso più ampio, collettivo. Credo che “riparare” oggi sia un gesto rivoluzionario, un modo di resistere attraverso l’attenzione e la tenerezza.
Nel brano parli di “riparare” come di una possibile cura. Quanto c’è di personale in questa visione e quanto invece nasce dall’osservazione della realtà che ci circonda?
C’è molto di personale, perché nasco come persona che tende a custodire, a non buttare via facilmente le cose. Allo stesso tempo, guardandomi intorno, vedo una società che corre, che consuma tutto, anche i rapporti, quando smettono di funzionare perfettamente. Credo che la cura, che sia verso sé stessi, gli altri o il mondo, sia una forma di resistenza, un atto d’amore che può davvero cambiare le cose, anche in piccolo.
La canzone mescola delicatezza e forza, due elementi apparentemente opposti. Come hai lavorato sul suono e sull’arrangiamento per mantenere questo equilibrio emotivo?
Abbiamo cercato un equilibrio molto naturale. All’inizio “Riparare” era nata in una forma più intima, con chitarra e archi in primo piano. Poi, insieme a Pietro Posani, Pietro Celona ed Enrico Dolcetto, abbiamo lavorato per darle una spinta più ampia, trovando un mix tra strumenti acustici ed elettronica. La canzone cresce di intensità man mano che si apre, proprio come un’emozione che parte da dentro e si espande.
In un’epoca che spinge alla sostituzione — di oggetti, relazioni, persino di sé stessi — il tuo brano invita alla cura. Pensi che la musica possa ancora avere un ruolo educativo e trasformativo?
Sì, credo che la musica possa ancora avere un ruolo trasformativo, ma non nel senso “didattico” del termine. Non deve spiegare o convincere, ma far sentire, far risuonare qualcosa. Quando una canzone tocca una parte di te che avevi dimenticato, o ti fa guardare le cose da una prospettiva diversa, in quel momento ha già compiuto una trasformazione. “Riparare” per me nasce proprio da questo: dall’idea che si possa aggiustare anche solo attraverso la consapevolezza e l’ascolto.
Il lyric video di “Riparare” accompagna perfettamente il senso del brano. Quanto conta per te l’aspetto visivo nel comunicare un messaggio musicale?
Per me l’immagine è un’estensione naturale della musica, e in “Riparare” volevo che il lyric video portasse ancora più al centro il testo. L’ho pensato insieme a Marco Ferramosca, con l’idea di creare qualcosa di essenziale, capace di far respirare le parole. Il tema grafico dei tre fiori congelati che lentamente si scongelano nasce proprio da lì: dal desiderio di cristallizzare un’emozione fragile e poi vederla tornare viva, come un gesto di cura. È una metafora visiva che dialoga con il brano senza sovrastarlo, aggiungendo un livello di delicatezza in più.
Nei tuoi testi emerge sempre una forte attenzione alla parola, anche grazie alla tua formazione in Lettere Moderne. Quanto influisce il tuo percorso accademico nella scrittura delle canzoni?
Studiare lettere mi ha insegnato a guardare le parole con rispetto e a capire quanto possano essere potenti, anche nella loro semplicità. Nei miei testi cerco sempre di trovare un equilibrio tra immediatezza e profondità. In “Riparare”, ad esempio, c’è una citazione di Montale: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, che per me è un’immagine meravigliosa di dedizione e cura. Racchiude perfettamente l’anima della canzone.
Dal tuo primo album “Un Ballo di Altalene” alle collaborazioni e ai riconoscimenti, il tuo percorso è stato ricco di tappe importanti. C’è un momento che consideri una vera svolta nella tua carriera?
Più che un singolo momento, direi che la svolta è stata imparare a costruire insieme agli altri. Ho iniziato facendo tutto da solo, poi ho capito che le collaborazioni giuste possono davvero cambiare il modo in cui guardi alla tua musica e a te stesso. Ogni incontro significativo, dai musicisti ai produttori, fino ai progetti condivisi, mi ha fatto fare un passo avanti. È stato un percorso graduale, fatto di piccole ma decisive conferme che mi hanno dato la forza di andare più a fondo nella mia identità artistica.
Hai avuto l’opportunità di aprire concerti di artisti come Vasco Rossi e Michele Bravi. Cosa porti con te da queste esperienze di grande visibilità e confronto?
Aprire un concerto di Vasco Rossi a San Siro è stato surreale: da ragazzino avevo visto il mio primo concerto proprio di Vasco, portato da mia madre. Ritrovarmi anni dopo sullo stesso palco è stato un cerchio che si chiude. Anche questa estate suonare prima di un grande artista come Michele Bravi al Rimini in Musica è stata una grande emozione. Sono esperienze bellissime che porto con me e che mi danno energia e motivazione per continuare a fare musica.
Il tuo stile fonde sonorità indie/pop con influenze vintage e contemporanee. Come nasce il tuo suono e quanto è cambiato nel tempo?
Il mio suono nasce da un mix tra i riferimenti del passato con cui sono cresciuto: i cantautori bolognesi, Lucio Dalla su tutti, la canzone italiana e artisti internazionali di riferimento come i Beatles, e le sonorità contemporanee della musica che mi ispira oggi. Lavorando anche come autore, i tanti incontri con musicisti, autori e produttori che stimo mi hanno permesso di contaminarmi con stili, generi e visioni diverse, arricchendo il mio linguaggio musicale. Negli ultimi anni sono cresciuto e ho sperimentato molto proprio grazie a queste collaborazioni, sviluppando un suono che è sempre più vicino al mio modo di raccontare storie e emozioni.
“Riparare” segna un nuovo capitolo del tuo viaggio artistico. A cosa stai lavorando ora e quali sono i prossimi passi che sogni di compiere nella tua musica?
Sto lavorando a un album che raccoglie tante sfumature del mio percorso e approfondisce il filo rosso di “Riparare”: fragilità, libertà e resistenza. Ogni brano affronta un aspetto diverso, ma tutti parlano del tempo in cui viviamo e della necessità di restare umani. Mi piacerebbe che questo progetto arrivasse a più persone possibili, ma soprattutto che lasciasse un segno di autenticità, perché oggi è la cosa più preziosa.
Grazie per la tua intervista e complimenti per la tua carriera artistica!
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