Una tesi di dottorato da discutere, una relazione appena finita e il rischio concreto di perdere casa: per Malù Ferrari non è certo una settimana semplice. In “Casa è dove noi”, nuovo romanzo di Serena Venditto pubblicato da Il Giallo Mondadori, la quotidianità degli inquilini di via Atri 36 viene travolta da un’accusa di omicidio che sembra non lasciare spazio a dubbi. Ma nella serie dedicata a Malù, Ariel, Samuel, Kobe e all’immancabile gatto nero Mycroft, ciò che appare evidente raramente lo è davvero. Tra indagini poco ortodosse, arte, drammi sentimentali e il centro storico di Napoli, la nuova avventura mescola ancora una volta giallo e commedia con un tono vivace e riconoscibile.
a cura della redazione
Benvenuta Serena Venditto, e grazie per essere con noi. Casa è dove noi segna un nuovo capitolo della serie iniziata con Aria di neve: che cosa rappresenta per te questa nuova avventura?
Grazie a voi! Casa è dove noi è un romanzo a cui tengo molto, per vari motivi. Innanzitutto perché è una storia in cui mi sono divertita a rimettere tutto in discussione: i rapporti, le relazioni e addirittura la loro stessa casa, che risulta essere la posta in gioco della risoluzione delle indagini. Il loro padrone di casa deve vendere l’appartamento per fare cassa perché la moglie è accusata di omicidio volontario. Ma se trovano il vero colpevole, possono restare. È una sfida contro il tempo, devono fare tutto in sette giorni. E poi perché il caso giallo mi ha dato l’opportunità di parlare di famiglia, di casa…
Questa volta Malù si trova ad affrontare contemporaneamente problemi personali, accademici e investigativi. Quanto ti interessava metterla sotto pressione su più fronti?
Malù è un personaggio che nei romanzi precedenti avevo modellato come una specie di Sherlock Holmes, con un’empatia che ovviamente Sherlock Holmes non ha. Però comunque del personaggio di Conan Doyle, che era il modello di Malù, conservava una certa aura di perfezione. Malù è un personaggio che sa tutto, capisce tutto, interpreta tutto, è inattaccabile. Volevo un po’, come dire, giocare con la perfezione di Malù, dimostrando che non è perfetta per niente, come tutti del resto. E quindi sì, devo dire, forse sono stata cattivella perché l’ho un po’ massacrata, ma giuro che è stato fatto a fin di bene!
Il rischio di perdere casa diventa il motore emotivo della storia. Quanto è importante, nella serie, il tema della casa come luogo affettivo prima ancora che fisico?
Il tema della casa è assolutamente centrale. Casa non è soltanto l’insieme delle quattro pareti fra cui viviamo, ma del carico emotivo che c’è all’interno dello spazio fisico che ci costruiamo intorno per accogliere le nostre emozioni, le nostre sensazioni, la nostra quotidianità, le nostre fragilità, che forse è la cosa più importante. E casa è anche la parola che ci ricorda la famiglia. In questo romanzo si parla moltissimo di famiglia intesa proprio come sistema di relazioni. I quattro più uno di Via Atri 36 non sono consanguinei, non hanno una goccia di sangue in comune, eppure sono una famiglia a tutti gli effetti perché si sostengono e si supportano fra di loro. Mi è piaciuto molto raccontare anche la loro crisi. Questo è il primo romanzo in cui loro litigano – piccolo spoiler innocente – e forse è anche attraverso il confronto poi si costruisce la famiglia ancora di più.
L’accusa contro Miriam sembra quasi impossibile da smontare: viene trovata accanto al cadavere con un coltello insanguinato in mano. Come hai lavorato per costruire un mistero che partisse da una situazione apparentemente già risolta?
È una domanda molto difficile a cui rispondere, perché in genere parto dalla fine e non dall’inizio. Per cui, per risponderti come si deve, ti dovrei spiegare come finisce il giallo, cosa che ovviamente non posso fare.
Malù e i suoi coinquilini conducono spesso indagini poco ortodosse. Quanto ti diverte giocare con le regole del giallo classico e contaminarle con elementi di commedia?
Questo è forse l’aspetto più divertente di tutti, sia nella strutturazione della storia che nella scrittura, ed è il motivo per cui ho scelto dei detective dilettanti quando ho cominciato a scrivere questa serie. Perché in realtà il detective dilettante è qualcuno che l’indagine se la deve costruire e spesso deve andarsi anche a conquistare degli elementi di indagine, cosa che chiaramente per un professionista non è così difficile, perché appunto è il suo lavoro. E quindi il cercare la prova, l’indizio, l’interrogatorio è il suo stesso motivo poi di narrazione e può far scaturire degli elementi di commedia.
Napoli, e in particolare il centro storico, è sempre molto presente nei tuoi romanzi. Che ruolo ha la città nella costruzione delle atmosfere e dei personaggi?
Napoli è un altro personaggio e in questo romanzo è particolarmente presente perché, mentre Malù ha la priorità di risolvere il caso, Samuel, Kobe e Ariel di nascosto cominciano a guardarsi intorno per cercare un’altra casa. E quindi qui ho potuto girare per la città cercando appartamenti in fitto come alternativa nel caso loro non riescano a risolvere in casa. La città è molto presente, sono presenti diversi quartieri e in qualche modo questo romanzo è anche un modo che ho avuto per riallineare quella che era la realtà di quando ho cominciato a scrivere la serie, ovvero di una Napoli che non era ancora una meta turistica, con la Napoli di adesso. Io ho cominciato a scrivere questa serie nel 2014, Aria di neve è uscita per la prima volta con la casa editrice Homo Scrivens, e poi ripubblicata nel 2018 con Mondadori. E quando io ho cominciato a scrivere “Area di neve”, il centro storico era dei residenti, degli studenti, c’erano turisti solo a maggio e a Natale. Ma per il resto il centro storico era una zona tranquilla, a volte addirittura desolata. Adesso invece no. Io ricordo che nelle ore libere dell’università andavo a fare un giretto alla cappella San Severo o prendevo San Biagio dei Librai come scorciatoia, cosa che adesso ovviamente è impensabile. In questo romanzo mi piaceva l’idea di far entrare questa Napoli, che ovviamente ora è completamente cambiata, all’interno dell’universo dei miei personaggi.
Mycroft è ormai una presenza imprescindibile e amatissima. Come è evoluto il suo ruolo nel corso della serie e quanto contribuisce all’identità complessiva dei romanzi?
Mycroft è un gatto nero: non ha avuto una evoluzione perché in quanto gatto è perfetto! Scherzi a parte, Mycroft è una presenza costante, ma silenziosa, che interviene per far notare agli umani le cose che loro non possono vedere e guidarli nelle indagini. Poi basta, che se no si stanca…
Nel libro convivono arte, relazioni sentimentali, yoga, appartamenti improbabili e investigazione. Come riesci a mantenere equilibrio tra la componente gialla e quella più quotidiana e corale?
Cerco di immaginarlo come un film, di sentire le scene, i movimenti, la temperatura e alternare. Devo dire che è una cosa che mi viene molto naturale, e che organizzo già in fase di scaletta.
La serie ha ormai una lunga storia, iniziata nel 2018, e si è allargata anche al podcast E alla fine arriva il gatto. Che rapporto hai oggi con questi personaggi dopo tanti anni di scrittura?
Li sogno addirittura. Sono dodici anni che scrivo di loro, sono come degli amici.
Dopo Casa è dove noi, quali nuove direzioni immagini per Malù, Mycroft e gli altri abitanti di via Atri 36?
Spero ancora cose belle, io con loro mi diverto sempre!
Grazie Serena e complimenti per il tuo libro!
Per saperne di più:
Instagram | Libri Mondadori
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