Con “DAI-NI-KAN – Centomila stagioni dell’anima”, pubblicato da Edizioni Jolly Roger, Lisa Di Giovanni prosegue il suo percorso poetico esplorando l’essenza più intima dell’esperienza umana. Una raccolta di haiku che diventa viaggio interiore, attraversando emozioni, trasformazioni e stati dell’anima. In questa intervista, l’autrice ci accompagna alla scoperta di un’opera che invita a rallentare e ad ascoltare ciò che spesso resta inespresso.
a cura della redazione
Benvenuta Lisa Di Giovanni. “DAI-NI-KAN – Centomila stagioni dell’anima” rappresenta il secondo volume del tuo percorso negli haiku: con quale consapevolezza nasce questo nuovo libro?
Nasce con una consapevolezza più matura e stratificata. Non è soltanto il frutto di un’esperienza personale, ma anche di un percorso di studio e osservazione. I miei studi psicologici e il lavoro giornalistico mi hanno insegnato a leggere l’essere umano nelle sue contraddizioni e nelle sue trasformazioni. In questo senso, il libro si avvicina a ciò che Carl Gustav Jung definirebbe un processo di individuazione: un viaggio dentro se stessi che parte dall’esperienza ma si nutre anche di consapevolezza teorica.
Il titolo richiama un universo vastissimo e profondo: cosa rappresentano per te le “centomila stagioni dell’anima”?
Rappresentano la complessità dell’identità umana. Non siamo mai statici, ma in continuo mutamento. Questo sguardo non nasce solo dal vissuto personale, ma anche dall’osservazione degli altri, tipica del giornalismo, e dall’analisi psicologica. In una realtà liquida, come direbbe Zygmunt Bauman, le stagioni interiori diventano ancora più numerose e frammentate, e la poesia prova a ricomporle.
La raccolta è suddivisa in dieci sezioni tematiche, ognuna legata a una dimensione emotiva: come hai costruito questo percorso e quale filo invisibile le unisce?
Il percorso nasce da una struttura quasi psicologica: ogni sezione rappresenta una fase dell’esperienza umana. Qui i miei studi hanno avuto un ruolo fondamentale, così come il giornalismo, che mi ha insegnato a osservare i comportamenti e le emozioni nelle loro diverse sfaccettature. Il filo invisibile è la trasformazione: dalla resilienza alla metamorfosi, come emerge anche nell’impianto del libro, che invita a un attraversamento lento e consapevole dell’anima.
L’haiku è una forma poetica tanto essenziale quanto complessa: cosa ti ha spinto a scegliere proprio questo linguaggio per esprimere il tuo mondo interiore?
L’haiku è una forma che unisce rigore e profondità. In questo senso richiama molto lo stoicismo: dire solo ciò che è necessario, accettare il limite, cogliere l’essenza. Anche nella pratica giornalistica si impara a essere essenziali, a togliere il superfluo. L’haiku porta questo principio all’estremo, trasformandolo in poesia.
Nei tuoi componimenti emerge una forte componente di introspezione: quanto la tua esperienza personale ha influenzato la scrittura di questo libro?
La mia esperienza personale è stata il punto di partenza, ma non l’unica fonte. I miei studi psicologici mi hanno permesso di rileggere le emozioni con maggiore profondità, mentre il giornalismo mi ha dato uno sguardo più ampio sull’umanità. È un intreccio: vissuto, studio e osservazione. Ancora una volta, un dialogo tra coscienza e inconscio, tra esperienza e interpretazione.
Il silenzio sembra avere un ruolo centrale nella tua poetica: che valore attribuisci a ciò che resta non detto nei tuoi haiku?
Il silenzio è uno spazio attivo. In psicologia, ciò che non viene detto spesso rivela più di ciò che è esplicito. Anche nel giornalismo, tra le righe si nasconde spesso la verità più autentica. Nei miei haiku il non detto diventa apertura: uno spazio che il lettore può abitare con la propria esperienza.
La tua attività spazia tra giornalismo, promozione culturale e scrittura: in che modo queste esperienze dialogano con la tua produzione poetica?
Dialogano continuamente. Il giornalismo mi ha insegnato a osservare e raccontare il reale; la psicologia a comprenderlo in profondità; la poesia a restituirlo in forma essenziale. Sono tre livelli dello stesso processo: vedere, comprendere, trasformare.
In un’epoca caratterizzata da velocità e sovraccarico informativo, quanto pensi sia importante riscoprire una poesia che invita alla lentezza e alla contemplazione?
È essenziale. Viviamo in una condizione di iperstimolazione continua. Il mio sguardo, influenzato sia dagli studi psicologici sia dall’osservazione giornalistica della contemporaneità, mi porta a vedere quanto sia necessario fermarsi. Come sottolinea Zygmunt Bauman, tutto scorre rapidamente: la poesia diventa allora un atto di resistenza.
I tuoi haiku sembrano offrire al lettore uno spazio di riflessione personale: che tipo di relazione desideri instaurare con chi legge la tua opera?
Una relazione autentica e partecipata. Il lettore non è passivo, ma parte del processo. Anche qui entrano in gioco i miei studi: ogni individuo interpreta in base alla propria storia. Il giornalismo mi ha insegnato l’importanza dell’ascolto, e la poesia diventa una forma di ascolto reciproco.
Dopo questo secondo volume, quale direzione immagini per il tuo futuro poetico e quali nuove “stagioni” senti di voler esplorare?
Mi interessa continuare a esplorare il legame tra interiorità e realtà contemporanea, tra individuo e società. Probabilmente integrerò ancora di più la dimensione psicologica e quella osservativa, cercando nuove forme di sintesi. Come nello stoicismo, accetto il fluire delle stagioni: ogni fase porta con sé un significato, e il compito della poesia è renderlo visibile.
Grazie Lisa e complimenti per la tua carriera!
Per saperne di più visita:
Instagram | lisadigiovanni.it
Se apprezzi il nostro lavoro, IL TUO CONTRIBUTO è importante
Ogni storia è unica! RACCONTACI LA TUA! Contattaci adesso!











