Dopo anni di silenzio forzato e una lunga battaglia per riappropriarsi della propria voce, Connor Las Americas torna con “Champions League”, un brano che usa il linguaggio del calcio per raccontare le dinamiche, spesso opache, dell’industria musicale. Non una resa dei conti, ma una presa di parola lucida e necessaria. In questa intervista, l’artista romano ripercorre l’attesa, il blocco, la riconquista della libertà creativa e il senso profondo del continuare ad allenarsi anche quando il campo sembra irraggiungibile.
a cura della redazione
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“Champions League” nasce da una lunga attesa: cosa resta, dentro un artista, quando il talento è pronto ma il campo resta chiuso?
Paradossalmente, nonostante la situazione, è stato il periodo in cui ho scritto di più. Mi sentivo pronto a scendere in campo, a dare il meglio, ma dentro di me c’era un mix di rabbia e frustrazione. Volevo quantomeno l’opportunità di poter fallire.
Nel brano usi la metafora calcistica con grande precisione: quanto è stato naturale trasformare un’esperienza personale così complessa in un racconto condivisibile da tutti?
Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita, sia come tifoso che come calciatore in prima persona. Con il tempo ho notato che le dinamiche tra calcio e musica erano le stesse. Il calcio fa parte della quotidianità di molti; se avessi parlato di un artista e il suo discografico in pochi si sarebbero immedesimati. Alla fine, da bambini quasi tutti abbiamo sognato di diventare calciatori.
La domanda che attraversa il pezzo – «se mi alleno bene, perché non mi fai giocare mai?» – è semplice e potentissima: a chi senti di rivolgerla oggi?
Ad oggi, in realtà, mi sento centrato nella mia vita e nel mio percorso musicale. È una domanda che vorrei porre a Spotify, perché nelle playlist editoriali non mi calcola e magari con quest’intervista gli mettiamo una pulce nell’orecchio (ride)
Hai vissuto quattro anni di blocco artistico dopo un contratto importante: come si protegge l’identità creativa quando il sistema sembra volerla standardizzare?
La mia fortuna e ancora di salvezza sono stati altri artisti. Producer e amici che nel corso di questi 4 anni mi hanno supportato e sopportato. In che modo? Sono stato sempre molto produttivo. Nonostante fosse chiara la mia situazione non ho mai smesso di andare in studio a registrare. Dopo ogni sessione inviavo loro i brani, mi spronavano a non mollare e mi incoraggiavano dicendomi che era una situazione temporanea. Un grazie in particolare lo voglio dare a PISAPIA, il mio producer, che ha continuato a lavorare con me nonostante sapesse che molto probabilmente le nostre sessioni non avrebbero portato a nulla per chissà ancora quanto tempo.
Nel tuo racconto non c’è rabbia, ma una lucidità quasi disarmante: è stata una scelta consapevole togliere ogni tono accusatorio?
In realtà i rapporti erano ai minimi storici e non potendo più parlare con il mio discografico l’unica cosa era farlo attraverso una canzone che avrebbe sicuramente ascoltato. Il mio intendo non era accusare ma fargli capire che avrei preferito tornare indipendente per poter far uscire la mia musica il prima possibile.
Quanto è stato difficile distinguere, in quel periodo, il sogno autentico dall’illusione che spesso l’industria alimenta?
Quando per una vita lavori, ti sacrifichi per raggiungere un obiettivo e finalmente arriva una convocazione importante, ti senti di giocare nel campionato che meriti. Ma se subito dopo capisci di essere in una gabbia, l’illusione diventa un sentimento non più astratto e ti dai colpe perché in fondo sei stato tu a firmare.
Ripartire da un’etichetta indipendente come Daylite Records rappresenta un cambio di squadra: cosa significa oggi, per te, sentirti finalmente allineato con chi ti accompagna?
Innanzitutto, voglio ringraziare Simoke che ha fatto ascoltare i miei brani ai ragazzi di Daylite e da lì è nato tutto. Finalmente sento di avere una squadra che lotta per il mio stesso obiettivo e che ha la mia stessa fame. Progettiamo insieme tutto e riesco a percepire la fiducia che mi stanno dando. Questa realtà è fatta di persone per bene, e questo va oltre ogni contratto.
“Champions League” parla di musica, ma tocca anche il tema del lavoro e del merito: senti di rappresentare una generazione che si allena senza sapere se arriverà mai la convocazione?
In realtà penso il contrario, che chi non ottiene è perché non costruisce e non investe su sé stesso. Credo nel sacrificio e nel duro lavoro. So che con la determinazione chiunque, in qualsiasi settore, può diventare il numero uno. Invito questa generazione a non barattare i sogni.
Dopo essere rimasto così a lungo “in panchina”, come è cambiato il tuo rapporto con il tempo, con l’attesa e con l’urgenza di dire qualcosa?
Questo tempo mi ha distrutto psicologicamente ma mi ha anche permesso di avere la penna che ho oggi. Più tagliente sicuramente, ma piena di vita da raccontare nelle canzoni. Prima ogni possibilità che mi veniva proposta faceva sì che il mio umore andasse alle stelle, mentre ad oggi è un sogno con il quale so convivere.
Se oggi avessi davvero quei “cinque minuti di recupero” davanti al tuo pubblico, cosa vorresti che vedesse di Connor Las Americas, oltre la storia che lo ha portato fin qui?
Non mi sono mai sentito un esempio da seguire, ma in questa situazione ho la presunzione di poter dire che non bisogna mai mollare e fermarsi come ho fatto io. Nessuno può decidere per noi e nessuno può veicolare le nostre scelte. Non vedo l’ora di tornare live, così da poter abbracciare tutte le persone che non mi hanno mai mollato in questi anni.
Grazie per il tuo “tempo” ed un grosso in bocca al lupo per il tuo percorso artistico
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