(Feltrinelli, 2025, traduzione di Maria Giulia Castagnone)

Con ironia tagliente e una vena di malinconia che non scade mai nel sentimentalismo, Jane Tara consegna ai lettori un romanzo che è al tempo stesso commedia brillante e specchio delle fragilità femminili contemporanee. Che bello vederti, Tilda è un racconto che parte da una premessa surreale — una donna che diventa letteralmente invisibile — per farsi parabola modernissima sul bisogno di riconoscersi e di smettere di giudicarsi con occhi troppo severi.

a cura della redazione


La protagonista, Tilda Finch, è il ritratto di una donna apparentemente “arrivata”: due figlie cresciute, un divorzio superato, un lavoro creativo che funziona. Eppure, dietro la superficie rassicurante della quotidianità, si nasconde quella voce corrosiva che sussurra dubbi, svalutazioni, autosabotaggi. Quando lo specchio smette davvero di rifletterla, il confine tra metafora e realtà si assottiglia fino a sparire: la sparizione fisica diventa la rappresentazione più efficace e disarmante di un sentimento diffuso, quello di chi non si sente più vista.

Tara, con uno stile fresco, brillante e mai scontato, riesce a trasformare una condizione drammatica — l’invisibilità delle donne oltre una certa età — in una narrazione vivace e liberatoria. Il romanzo evita le trappole del moralismo e della predica, scegliendo piuttosto la strada del sorriso, dell’autoironia, della solidarietà tra donne. Intorno a Tilda si raduna infatti un gruppo di compagne di viaggio, personaggi che incarnano fragilità e risorse diverse, capaci di dare voce a un coro universale.

Il merito principale del libro sta nella sua leggerezza consapevole: Tara non minimizza le paure e le ferite delle sue protagoniste, ma le restituisce come parte integrante di un percorso di riscatto. Ne emerge un manifesto sottile e insieme potente per chiunque abbia provato la sensazione di essere messa da parte, relegata ai margini, resa invisibile dalla società o da se stessa.

Per saperne di più visita: lafeltrinelli.it

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