Nel panorama editoriale del 2025, tra riflessioni politiche e cambiamenti sociali, si inserisce una biografia che promette di andare oltre la cronaca per raccontare l’anima di un protagonista assoluto della storia contemporanea: “Mario Draghi: La speranza non è una strategia” (Santelli Editore)”. L’autrice, la giornalista e studiosa Cristina La Bella, costruisce un ritratto umano e rigoroso del “salvatore dell’euro”, esplorando la dimensione privata, etica e simbolica di un uomo che ha cambiato l’Europa.
a cura della redazione
Benvenuta su Che! Intervista, Cristina, e grazie per essere con noi. Il tuo libro su Mario Draghi è uno dei progetti più attesi dell’anno: come nasce l’idea di raccontare una figura così complessa e apparentemente distante come la sua?
Troppo buona. Spero di essere all’altezza delle aspettative. L’idea nasce dal desiderio di colmare un vuoto: di Mario Draghi si parla molto, ma lo si conosce poco. Si cita l’economista, il “salvatore dell’euro”, il presidente del consiglio, ma raramente si prova a capire chi ci sia oltre la maschera dell’algido banchiere. Io ho voluto restituirgli una dimensione più umana, raccontarlo attraverso la sua storia, le scelte, le perdite, il modo in cui affronta la solitudine del potere. Non è un saggio in senso stretto né un libro tecnico: mi premeva costruire un racconto ben documentato ma narrativo, in cui la competenza coesiste con la vulnerabilità, l’emotività e le fragilità con cui facciamo i conti tutti
Il titolo “La speranza non è una strategia” colpisce per la sua forza evocativa. Cosa rappresenta per te questa frase e in che modo sintetizza lo spirito del libro?
È una frase che Draghi ha pronunciato davvero e che racchiude la sua visione del mondo. Risale al 2014: era allora alla guida della Bce e si trovò ad esortare i paesi dell’eurozona a compiere un “sforzo comune” per evitare di ricadere nella recessione. La speranza è un sentimento nobile, un’emozione positiva, che combina desiderio, fiducia e aspettativa, ma per lui (e anche per me) non basta. Dietro quel motto, infatti, c’è un’idea profonda di responsabilità: la speranza va tradotta in metodo, in azione. Ho scelto questo titolo perché esprime perfettamente la filosofia di Draghi, ma anche un messaggio per tutti: non delegare al destino ciò che puoi cercare di costruire con intelligenza, studio e passione.
Nella tua introduzione parli del desiderio di “mettere a nudo l’uomo dietro il potere”. Quali aspetti di Draghi ti hanno maggiormente sorpresa durante la tua ricerca?
Mi ha colpito la sua umanità silenziosa. Draghi è un uomo che ha conosciuto il dolore presto, e quella ferita non l’ha mai esibita, ma l’ha trasformata in forza. Ricordi la frase di Hemingway? «Il mondo spezza tutti e poi molti sono forti proprio nei punti spezzati». Dietro la sua compostezza c’è davvero una biografia intensa: il ragazzo orfano diventato negli anni (e non senza fatica) una delle figure più stimate d’Europa. Chi lo ha conosciuto giura che il potere non l’ha cambiato. Draghi non ha mai perso la misura del tempo e delle persone. Credo che la sua disciplina nasca proprio da lì. Poi ho scoperto un uomo profondamente ironico: il libro è pieno di battute e aneddoti. C’è per esempio il racconto della barzelletta che ha per protagonista un uomo che deve ricevere un trapianto di cuore. Davanti a sé può scegliere tra quello di un giovane di 25 anni e quello di un banchiere centrale di 86 anni, ruolo che come è noto Draghi ha ricoperto alla Bce. Il medico suggerisce di ripiegare sul cuore del secondo per la semplice ragione che non è mai stato usato. È una storiella che l’economista espone davanti ai corrispondenti della stampa estera nel 2022. In realtà, l’aveva raccontata anni prima, poco dopo aver salvato l’euro, durante una cena al museo Senckenberg di Francoforte.
Hai costruito una narrazione che intreccia cronaca, analisi e sensibilità letteraria. Come sei riuscita a mantenere l’equilibrio tra rigore giornalistico e sguardo umano?
Ho usato le fonti con la stessa attenzione con cui si sceglie una parola in un articolo: ogni dato doveva avere un senso narrativo, non solo informativo. Il libro ha una sua geometria: volevo venisse fuori un’opera che ricordasse la struttura di una serie tv che ho amato molto e che ha avuto un enorme successo «The Crown». Ciascun capitolo si apre con una citazione di Mario Draghi e parte quasi sempre da un’immagine, proprio come accade nelle puntate dirette da Peter Morgan. Nella costruzione della narrazione volevo che il lettore ritrovasse quel senso di mistero che accompagna da sempre figure come quella di Draghi, ma che al termine dell’opera avesse le idee più chiare sul personaggio.
Molti conoscono Draghi come il “tecnico freddo”, ma nel tuo libro emerge una figura più intima e vulnerabile. In che modo la sua storia personale — dall’infanzia al MIT — influisce sulla sua visione dell’Europa?
Da ragazzo Draghi studia al Massimo dei Gesuiti di Roma, dove impara a fare le cose al meglio delle proprie possibilità, poi al MIT di Boston, dove scopre che l’apertura mentale e la collaborazione possono essere decisive nella realizzazione di un progetto. Nella tesi di laurea, discussa alla Sapienza di Roma, dal titolo Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio, si dice contrario all’adozione della moneta unica. Allora il giovane economista, e lo ha ricordato lui stesso nel suo intervento al recente Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, bocciava il Piano Werner. Col tempo però Mario Draghi è diventato uno dei custodi per eccellenza dell’euro. La sua posizione è cambiata negli anni Novanta, quando si è accorto che le condizioni dei paesi europei erano diventate più vicine. Ricordando quel periodo e il suo lavoro al fianco di Carlo Azeglio Ciampi, l’ex premier si è definito «un europeista pragmatico, con i piedi molto per terra». E il rapporto sulla competitività europea, chiesto da Ursula von der Leyen, ne è una prova.
L’opera si distingue anche per l’ampiezza delle fonti: discorsi, interviste, documenti, testimonianze. Quanto è stato complesso ricostruire una biografia che fosse insieme fedele e coinvolgente?
Molto. Tremendamente difficile. Draghi non è un personaggio “facile”: è riservato, severo, selettivo. Da quel che ho inteso, non ama che si parli di lui. Ho impiegato mesi a confrontare ogni dichiarazione, a cercare di capire il contesto storico dietro ogni decisione. Ma il punto non era solo la cronaca, sarebbe venuto fuori un libro noioso: volevo restituire anche il ritmo della sua voce, quel modo di parlare diretto, che dice più di tanti aggettivi. Poi ci sono i silenzi. Eh sì, perché tra gli artifici retorici dietro cui Draghi trova spesso riparo vi è senz’altro il silenzio. Ne ha visti tanti cadere, negli anni ha imparato a dosare la propria presenza. Non a caso tra i soprannomi a lui attribuiti c’è quello di “Mister Altrove”, che lo perseguita dai tempi del Tesoro. Quando c’erano delle riunioni, appena finite, spariva, e nessuno riusciva a rintracciarlo. Quest’aspetto è diventato parte integrante del personaggio e ne accresce il mistero.
In un’epoca dominata dall’immediatezza e dai giudizi superficiali, credi che ci sia ancora spazio per una riflessione profonda sul valore della competenza e dell’etica pubblica?
Credo che oggi serva più che mai. Viviamo in un tempo che confonde l’opinione con la verità, e la visibilità con l’autorevolezza. Scrivere di Mario Draghi è stato anche un modo per ricordare che la competenza non si improvvisa, ma è frutto di studio, esperienza e cura del dettaglio, e che l’etica pubblica, che lui incarna, è la forma più alta di rispetto per gli altri.
Da giornalista e studiosa di letteratura, hai affrontato Draghi con un approccio atipico rispetto ai biografi economici. Quanto ha influito la tua formazione umanistica nel dare voce a questo racconto?
Moltissimo. Per tanti è un pregio, per altri forse sarà un difetto del libro. Chi si aspetta un saggio economico potrebbe restare deluso. La mia formazione umanistica mi ha portata a confezionare una biografia che si divorasse come un romanzo. Non un elenco di fatti, ma una ricerca di senso. Ho letto i suoi discorsi quasi come se fossero testi letterari, pieni di ritmo, di metafore, di immagini. Un’opera documentata che narrasse una storia di umanità, non solo di potere.
Il libro sembra anche un atto d’amore verso l’Europa e verso l’Italia. Qual è, secondo te, l’eredità più importante che Draghi lascia al nostro tempo?
Ha mostrato che si può guidare un Paese senza alzare la voce e rappresentare l’Europa senza rinunciare all’identità nazionale. La sua eredità è una lezione di stile: la forza della competenza unita al coraggio. Sempre sobrio, misurato. Chi ha letto il libro sa cosa intendo.
Se dovessi scegliere un messaggio da affidare ai lettori — e in particolare ai giovani — attraverso questa biografia, quale sarebbe?
Mario Draghi ha particolarmente a cuore il futuro delle nuove generazioni. Io stessa ho cominciato ad interessarmi a lui per caso, dopo aver ascoltato il famoso discorso del «debito buono» e «debito cattivo» al Meeting di Rimini, nel 2020, in cui l’economista diceva che ai giovani la classe politica doveva dare di più. Questa biografia, che si può leggere anche come un cammino di formazione, per certi versi, sottintende l’idea di non lasciare che siano gli altri a raccontare il potere. Bisogna informarsi, non accontentarsi di scrollare il cellulare per avere notizie. Solo capendo le persone che guidano il nostro tempo possiamo, un giorno, scegliere di guidarlo meglio.
Grazie Cristina per il tempo che ci hai dedicato e complimenti per tutto!
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