Dal set alla pagina: a tu per tu con il regista e scrittore Leonardo Araneo

Regista, documentarista e scrittore, Leonardo Araneo nasce a Vinci, il paese del celeberrimo Leonardo, il 10 maggio 1980. Dopo la maturità classica si laurea con lode all’Università di Bologna con una tesi sulla storia del cinema italiano che riceve la Dignità di Stampa. Avvia la sua carriera come assistente e aiuto regista in alcune delle più note serie televisive italiane, tra cui Elisa di Rivombrosa, Distretto di Polizia, Ris, Carabinieri, oltre a lavorare a diversi lungometraggi come Il mattino ha l’oro in bocca, Troppa famiglia, Il viaggio e Les Cinefiles.

Nel 2011 realizza il suo primo film, Back From Hell, distribuito in Usa e Uk da Inception Media e Metrodome. Dal 2015 si dedica al documentario, scrivendo e dirigendo lavori di successo come L’Uomo che inventò la Vespa e The Acerbo Cup, distribuiti a livello internazionale anche su Netflix e Disney Plus. A gennaio 2023 ha ottenuto un notevole riscontro di pubblico e critica con Viareggio 1969, documentario che ricostruisce la tragica storia del rapimento di Ermanno Lavorini.

Parallelamente all’attività cinematografica, Araneo porta avanti anche quella di scrittore. Nel 2022 esordisce con Back Home (Bertoni Editore), un thriller horror a tinte distopiche, seguito dal racconto folk horror Masciara, pubblicato nell’antologia Terrorea, De Rerum Natura (Horti di Giano, 2023). Nell’ottobre 2024 arriva Nkondi (Eclissi Edizioni), un thriller cupo e provocatorio, mentre nei primi mesi del 2025 esce il suo terzo romanzo, La linea di confine (Bertoni Editore).

Lo abbiamo incontrato per parlare del suo nuovo libro, dei temi che lo attraversano e della sua personale “linea di confine” tra cinema e letteratura.

a cura di Francesca Ghezzani


Benvenuto Leonardo, partiamo proprio dal titolo La linea di confine, che richiama una soglia, un limite, ma anche un luogo di passaggio. Che significato assume per te e per i tuoi personaggi?
L’idea del confine come luogo reale e insieme metaforico che separa ma nel quale avviene anche l’incontro con l’altro è al centro del mio romanzo. Alessandro, il protagonista, si troverà suo malgrado a essere proiettato fuori da ciò che gli è familiare, dalla sua quotidianità, da una vita ormai avviata su un binario ben definito e sarà costretto a confrontarsi con un mondo vicinissimo e insieme alieno, una famiglia di migranti in viaggio verso la Francia, la malattia di un amico carissimo, un possibile nuovo amore, insomma una serie di esperienze che gli faranno realizzare che, forse, la vita ha davvero un senso solo se la si vive sempre sul confine.

Dopo thriller e horror, ti sei confrontato con una narrazione più intima e realistica. Cosa ti ha spinto a questo cambio di registro e che sfida ha rappresentato per te?
In realtà, quando mi approccio alla scrittura, non ragiono mai in base al genere ma parto sempre dall’idea, da ciò che voglio comunicare con la storia che mi sto apprestando a scrivere e poi la declino nella forma che mi pare più adatta per renderla appassionante e coinvolgente. Nei miei precedenti romanzi, che si incentravano sul tema del patriarcato e delle disparità socio economiche presenti nel mondo, mi sembrava che il genere potesse aiutarmi a rendere il messaggio più d’impatto senza scadere nel predicatorio. Stavolta invece, con una narrazione più incentrata sull’individuo e sul suo venire a patti col mondo, mi è parsa più congeniale la forma del romanzo contemporaneo. 

Nei tuoi documentari ti sei confrontato spesso con la memoria storica e collettiva. In che modo questa esperienza ha influenzato la scrittura del romanzo?
È stata fondamentale. Sono da sempre appassionato di storia e credo che mai come in questi giorni trovi conferma quanto diceva lo storico Santayana, che chi non conosce la storia è destinato a ripeterla. Non a caso, questo mio romanzo, è costruito su due piani temporali, uno nel presente e l’altro che gli eventi salienti degli ultimi quaranta anni, le Torri Gemelle, il G8 di Genova, l’epoca Berlusconiana, momenti che hanno contribuito in maniera decisiva a formare non solo il protagonista, ma anche l’Italia così come oggi la conosciamo.

Leonardo davanti a un copione cinematografico e Leonardo davanti a un foglio bianco tutto da scrivere. Qual è, quindi, l’approccio?
In realtà è molto simile perché, anche quando sono alle prese con la narrativa, cerco di dare alle mie storie un’impronta fortemente visiva, sensoriale quasi. La scrittura delle sceneggiature mi ha insegnato l’attenzione ai dialoghi, al ritmo delle vicende ma anche un attento lavoro di sottrazione che ripulisca lo stile da tutti gli elementi non necessari, per fare emergere quanto più possibile la potenza delle immagini. E, viceversa, il romanzo mi ha spinto ad approfondire l’interiorità dei personaggi, i loro processi mentali, spingendomi a cercare sempre nuovi modi per far sì che questo universo interiore non sia semplicemente raccontato, ma venga piuttosto mostrato, attraverso le azioni, il modo di parlare, la gestualità.

Cosa pensi del mondo editoriale e cinematografico attuale, tra oneri e onori?
É un disastro, purtroppo. Il cinema italiano è ormai in fin di vita, tenuto in piedi artificialmente da un fiume di soldi pubblici che vanno a rimpolpare le casse di quella dozzina di case di produzione che sfornano a nastro continuo film uno uguale all’altro, con gli stessi attori, gli stessi registi, gli stessi tecnici. È un sistema che andrebbe rifondato dalle radici, rendendolo una vera industria la cui salute si misura sui risultati al botteghino come avviene in tutti gli altri Paesi. E purtroppo il mondo editoriale non è messo meglio, in mano a un numero ancor più esiguo di grandi gruppi editoriali che monopolizzano qualsiasi spazio di visibilità lasciando agli editori indipendenti poco più delle briciole.

In chiusura, rifaresti tutto quello che hai fatto sotto il profilo professionale?
Sì, senza alcun dubbio, anche se la mia insopprimibile vena polemica unita alla mia incapacità di tacere di fronte a ciò che non mi piace mi hanno reso le cose molto più complicate di quanto avrebbero potuto. Certo le spinte, le amicizie avrebbero fatto comodo ma ho sempre preferito seguire la mia strada, senza scorciatoie, anche a costo di non arrivare lontano. Tanto, si sa, qual che conta è il viaggio, non la meta.

Grazie Leonardo e complimenti per tutto!

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