Dalla corsia a Via Meda: Cinado, l’infermiere-autore che mette la cura al centro della scrittura

Per anni il suo nome è stato una firma discreta nei crediti, una riga tecnica dietro canzoni destinate a vivere senza volto. Oggi Adolfo Cinquemani, in arte Cinado, sceglie di uscire dall’ombra e raccontare il proprio percorso: quello di un autore con oltre cento brani depositati, cresciuto nel laboratorio creativo di Via Meda, e di un infermiere che ha fatto della cura un principio etico anche nella scrittura. Tra parole, vissuto e necessità espressiva, Cinado ridà voce agli artigiani invisibili del pop.

a cura della redazione


Benvenuto su Che Intervista, Cinado. Dopo anni trascorsi dietro le quinte come autore, cosa ti ha spinto oggi a uscire dall’indice dei crediti per entrare in prima persona nella narrazione?
Per molto tempo ho sentito che il mio posto fosse dietro la canzone, non davanti. Scrivere per altri significa mettersi al servizio, sparire perché qualcun altro possa brillare. A un certo punto, però, ho capito che anche il silenzio può diventare una forma di sottrazione. Uscire dall’ombra non è stato un gesto di esposizione, ma di responsabilità: raccontare il percorso, il lavoro, la necessità che c’è dietro ogni parola. Non per protagonismo, ma per dare dignità a un mestiere che spesso resta invisibile.

Il tuo percorso passa da Via Meda, uno dei luoghi simbolo della discografia italiana: cosa ha significato per te crescere artisticamente in un contesto così rigoroso e formativo?
Via Meda è stata una scuola di disciplina prima ancora che di scrittura. Lì impari che una canzone non è solo emozione, ma struttura, ascolto, rispetto dei tempi e delle persone. È un luogo dove il talento da solo non basta: serve metodo, umiltà, capacità di riscrivere, di tagliare, di accettare il confronto. Crescere lì mi ha insegnato che la canzone è un organismo vivo, ma va trattata con rigore artigianale.

Sei un autore con un catalogo già ampio e riconosciuto: quanto è cambiato il tuo sguardo sulla scrittura nel momento in cui hai deciso di darle anche un volto pubblico?
Non è cambiata la scrittura, è cambiata la consapevolezza. Dare un volto non significa spiegare le canzoni, ma assumersi la responsabilità del percorso che le ha generate. Oggi scrivo con la stessa urgenza di prima, ma con un’attenzione in più: so che le parole che metto su carta raccontano anche un modo di stare nel mondo, non solo una storia musicale.

La tua doppia identità di infermiere e paroliere è centrale nella tua storia: in che modo l’esperienza in corsia ha influenzato il tuo modo di scegliere e usare le parole?
La corsia ti insegna l’essenziale. Lì non servono frasi brillanti, servono parole giuste, dette nel momento giusto. Ho imparato che una parola può sostenere o ferire, rassicurare o far crollare. Questo entra inevitabilmente nella scrittura: cerco parole che non siano decorative, ma necessarie. Parole che non giudicano, che restano accanto.

Spesso definisci la scrittura come una forma di cura: cosa significa, concretamente, “prendersi cura” attraverso un testo musicale?
Significa non mentire. Non forzare un’emozione, non cercare l’effetto a tutti i costi. Prendersi cura, in una canzone, vuol dire riconoscere una fragilità e darle spazio, senza sfruttarla. Vuol dire scrivere qualcosa che chi ascolta possa abitare, non solo consumare. Anche tre minuti possono diventare un luogo sicuro.

In un mercato che tende a privilegiare la velocità e l’impatto immediato, come si difende oggi una scrittura che rivendica verità, necessità e ascolto?
Non opponendosi, ma resistendo. La velocità è un linguaggio del nostro tempo, non un nemico. Il problema nasce quando diventa l’unico criterio. Io credo che ci sia ancora spazio per canzoni che nascono da una necessità vera, perché il pubblico riconosce l’autenticità, anche inconsciamente. Una scrittura onesta trova sempre il suo tempo.

I tuoi testi attingono al quotidiano per trasformarlo in qualcosa di condivisibile: quanto conta per te l’equilibrio tra semplicità del linguaggio e profondità emotiva?
È fondamentale. La semplicità non è povertà, è precisione. Le cose più profonde spesso hanno bisogno di parole semplici per arrivare davvero. Il mio lavoro è togliere, non aggiungere: arrivare a una frase che sembri naturale, ma che porti dentro un peso emotivo reale.

Accanto alla canzone, porti avanti anche un percorso nella narrativa con numerosi libri pubblicati: cosa cambia, per te, tra raccontare in tre minuti e farlo su una pagina?
Cambia il respiro. La canzone è sintesi estrema: ogni parola deve guadagnarsi il posto. La narrativa ti concede il tempo del silenzio, dell’attesa, delle sfumature. Ma la necessità è la stessa. Che siano tre minuti o trecento pagine, parto sempre da una domanda interiore che chiede di essere attraversata.

La figura dell’autore resta spesso invisibile al grande pubblico: pensi che oggi ci sia spazio per una nuova consapevolezza del ruolo del paroliere nella musica italiana?
Sì, ma non come figura da mettere in vetrina. Piuttosto come mestiere da raccontare. Credo sia importante restituire dignità al processo creativo, far capire che dietro una canzone ci sono scelte, rinunce, lavoro quotidiano. Non per togliere spazio a chi interpreta, ma per completare il racconto.

Guardando al futuro, tra nuovi testi e nuove storie, quale “necessità” senti oggi più urgente da tradurre in parola?
Raccontare l’umano senza maschere. La fragilità, la fatica di restare, il bisogno di senso in un tempo che corre. Sento l’urgenza di scrivere parole che non promettano soluzioni, ma presenza. Restare accanto, anche solo con una canzone.

Grazie Cinado e complimenti per la tua carriera artistica!

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