Attore pluripremiato nei festival internazionali, volto noto di cinema e serie televisive, attualmente impegnato nella seconda stagione di Vanina su Canale 5. Danilo ha costruito negli anni un percorso solido tra formazione accademica, teatro e produzioni di rilievo. Dalle esperienze nelle accademie di recitazione e danza, fino ai set di film come “Io, Leonardo” e serie di successo come “Il Cacciatore 3” e “Sabbia Nera”, la sua carriera si è distinta per intensità e versatilità.
In questa intervista esploriamo il significato del brano, il legame con la sua carriera di attore ed il desiderio di portare la sua storia sul palco dell’Ariston.

a cura della redazione


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Benvenuto su Che! Intervista, Danilo.
Dalla formazione nelle accademie fino ai ruoli da protagonista e ai numerosi premi internazionali, quali sono state le tappe fondamentali che hanno segnato la tua carriera e definito la tua identità come attore?

La tappa fondamentale, sicuramente, è stata il viaggio verso la consapevolezza di essere ciò che sono, di voler essere ciò che sono, quindi un attore, un musicista. Questo è il viaggio introspettivo più interessante, e se potessi, ci tornerei volentieri.
La formazione, di conseguenza, è stata uno dei momenti più belli, per certi versi anche più bello, più bello in tutti i sensi.
Perché quelli erano giorni in cui potevi vedere anche la bellezza e il “più bello del bello”, perché c’era un’unica prospettiva verso il sogno, verso il “farò questa cosa”. E poi, di conseguenza, tutto quello che è stato come l’aver ottenuto il triennio, la specializzazione e poi l’essere entrato in questo mondo lavorativo per raccogliere, di conseguenza, le soddisfazioni che sono arrivate, col tempo, ma che sono arrivate.

Con l’inizio della seconda stagione di Vanina su Canale 5 in onda dal 4 marzo 2026, come ti sei preparato per il tuo nuovo ruolo in questa produzione e quali sfide hanno rappresentato per te lavorare su un progetto televisivo di così grande visibilità?
Allora, diciamo che dopo la prima stagione, una volta messi da parte i problemi mentali del personaggio di Salvatore Lofaro affrontati nella prima stagione, affrontare la seconda stagione è stato qualcosa di molto bello e divertente da un lato, ma molto delicato dall’altro, perché si rischiava di cadere nel banale per un momento, dicendo: “Beh, quello è schizofrenico, quindi lo farò in modo schizofrenico”. Semplice così. Invece, ovviamente, doveva essere un lavoro per mantenere viva questa caratteristica, ma con spontaneità, con naturalezza, con verità. Questo è stato il passaggio più difficile, quindi quello psicologico del personaggio, mentre invece quello fisico l’ho affrontato e preparato tre mesi prima dell’inizio delle riprese, con una preparazione atletica e fisica in piscina, quindi con il nuoto e a corpo libero. Poi il mio lavoro giunge a compimento con la direzione dei registi, che sono Davide Marengo e Riccardo Mosca, e con l’osservazione della mia coach, Rita Bela. E così arrivi a quello che deve essere. È logico che una delle chiavi più importanti, che non mi ha mai abbandonato e di questo sono molto felice, è quello che mi diceva sempre mio fratello Giovanni, ovvero che la chiave principale e fondamentale è sempre il divertimento, non perdere mai il divertimento, l’entusiasmo, la passione, la grinta, l’energia nel fare quello che fai, perché alla fine siamo davvero dei privilegiati a fare questo mestiere.

“Marco” è il brano che avresti voluto presentare a Sanremo 2026. Cosa rappresenta per te questa canzone?
Credo che questa canzone, per me, in tutto e per tutto, rappresenti ciò che ho scritto. Poi, non mi permetto di avere la presunzione di dire che l’ho scritta io, perché quando scrivo canzoni, musica, parole, è come se le catturassi dall’aria, quindi la penna si muove quasi da sola. Credo fermamente che le canzoni non vadano spiegate, credo fermamente che le canzoni debbano essere ascoltate e credo fermamente nel punto di vista personale di ogni ascoltatore. Credo nell’immaginazione di ognuno di noi e spero in una diversità di quest’ultima, cioè un’immaginazione diversa da un ascoltatore all’altro. Quasi ci spero, lo spero. Marco significa molto perché questa canzone mi ha permesso di aprirmi, più che di aprirmi, di ritrovarmi lungo un percorso diverso che illumina un’altra strada per me, una strada differente, un cammino verso canzoni che affrontano temi sociali più che personali. L’errore di cui in parte mi auto-accuso, e per il quale mi giustifico e chiedo perdono per averlo scritto, è quello di guardare gli altri, cosa che pochissimi di noi sanno fare. Questo è ciò che dice la canzone Marco, pensiamo che non ci succederà mai nulla, ma al di oltre il fatto che ognuno di noi ha visto o conosciuto un “Marco” nella sua vita. Si pensa che vada bene così, si pensa che lui abbia quei problemi, non pensiamo di avere noi dei problemi. Invece, può succedere di trovarsi in una situazione simile in famiglia o tra le conoscenze e forse in parte siamo pronti a scartare quella conoscenza o quel membro della famiglia, mentre la maggior parte delle persone avrebbe ancora bisogno di aiuto, di essere perdonata soprattutto, di trovare la propria strada verso il perdono.
Ma riconosco che questa è una strada molto tortuosa, cioè ci sono cose meno gravi, ammettiamolo, che possono accettare il perdono, ma ci sono cose nella vita che non si possono aggiustare, ci sono grandi errori per i quali non si può tornare indietro, forse si può andare avanti, ma non si può tornare indietro ed alcune cose non possono essere riparate.

Se dovessi descrivere “Marco” con una sola immagine o una sola parola, quale sceglieresti e perché?
Marco è la nostra indifferenza, perché l’era odierna ci porta a essere indifferenti, egoisti, ma soprattutto, fintamente impegnati, occupati dai social, da elementi che non sono elementi di impegno verso i valori, verso i principi della vita, da elementi che sono spreco di tempo.

Dopo un percorso importante nel cinema e nelle serie TV, cosa ti ha spinto a esprimerti attraverso la musica?
Nel 2020-2021 avevo una chitarra a casa ed ho iniziato a scrivere semplicemente per necessità. Poi sono nate le canzoni, e di conseguenza pubblicazioni perché il mio desiderio più grande è che il pubblico possa riflettere su ciò che dico, nelle interpretazioni dei miei personaggi, nei miei film. Ecco cos’è per me. È questo. È necessità, è semplicemente bisogno, è il mio modo di essere, di riuscire ad adattarmi alla giornata.

Hai ricevuto numerosi premi come miglior attore in festival internazionali: senti che la musica ti esponga in modo diverso rispetto alla recitazione?
Ringrazio tutti i festival nazionali e internazionali che hanno riconosciuto qualcosa. Una grande sodisfazione è stata la nomination al David di Donatello per il cortometraggio “L’oro di famiglia”, quello di sicuro, che mi ha aperto la strada per la terza stagione di Il Cacciatore, che è stato il mio primo ruolo da protagonista, la mia prima vera opportunità. Da lì è venuto Comandante, poi Vanina, un vicequestore di Catania, prima stagione e poi seconda stagione. Ho letto gli articoli di Barter, molte persone hanno detto che Il Cacciatore è stato nominato.

Cosa vedi nel futuro di Danilo Arena?
Beh, vedo molte cose, ma soprattutto le sento e posso dirti che vedo e sento ciò che sarà scritto. Non farò trecentocinquanta film, le mie canzoni non diventeranno virali, ma farò quello che devo fare. E lo farò semplicemente perché è scritto. Se mi chiedi cosa vedo nel futuro, vedo una scrittura, una scrittura rinnovata. Vedo una scrittura già ben consolidata, ovviamente da Dio, perché mi sono affidato a Lui. È Lui che guida il mio cammino.

Se potessi scrivere la sceneggiatura per un film, che tipo di film ti piacerebbe interpretare?
Qualcosa di forte, soprattutto urgente e necessario. Mi piacerebbe interpretare un ragazzo che entra nel tunnel della droga, ma una cosa davvero pesante e che poi riesca a uscirne.

Quanto valore autobiografico c’è nelle canzoni che scrivi?
Tutto, perché le canzoni che scrivo sono la mia visione delle cose, i miei principi, i miei valori. Sono ciò che mi è stato insegnato, la mia famiglia, e soprattutto, ciò che vivo.

D.A.: Ok Salvatore, sono molto felice e soddisfatto e ti ringrazio per l’opportunità, per le domande e per la chiacchierata.
Che!: Grazie a te Danilo e complimenti per la tua carriera artistica!

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