Un viaggio tra emozioni, silenzi e rinascite
Con il suo esordio letterario Il battito che non ho sentito, pubblicato il 20 novembre 2025, Veronica Pasini porta sulla pagina una storia intima e delicata, trasformando il dolore personale in un abbraccio universale. Sensibile, riflessiva e dotata di una straordinaria capacità di osservazione, Veronica usa la scrittura come strumento per dare forma a ciò che spesso resta in ombra: emozioni, fragilità, speranze. In questa intervista, esploriamo la genesi del suo primo libro e il percorso umano che lo ha reso possibile.
a cura della redazione
Veronica, benvenuta su Che! Intervista. Prima di tutto: che emozione provi nel presentare il tuo primo libro, un’opera così personale e profonda, al pubblico che ti seguirà in questo viaggio?
Grazie davvero per questa opportunità e per il benvenuto. In questo momento sento un mix di emozioni: tanta gioia e entusiasmo, perché finalmente posso condividere qualcosa che viene dal mio cuore, ma anche un po’ di trepidazione, perché questo libro è molto personale, quasi come aprire una finestra sulla propria anima. È un ponte tra me e il lettore: spero che chi lo leggerà possa sentirsi accolto in questo viaggio, emozionarsi, ritrovarsi in alcune pagine e magari scoprire riflessioni che risuonano con la propria esperienza. Per me è un momento di grande gratitudine e felicità, e non vedo l’ora di vedere le reazioni di chi mi seguirà in questo percorso.
Nella tua biografia racconti che scrivere è per te un modo per dare forma alle emozioni. Quand’è che hai capito che la scrittura sarebbe diventata il tuo linguaggio più autentico?
Credo che sia stato un processo graduale, più che un momento preciso. Ho sempre sentito il bisogno di dare voce a ciò che provavo dentro, e ho capito che la scrittura sarebbe diventata il mio linguaggio più autentico nel momento in cui mi sono resa conto che, mettendo le parole su carta, riuscivo a dare forma a emozioni complesse che altrimenti faticavo a esprimere a voce. Scrivere mi permette di esplorare i miei pensieri più profondi, di riflettere sulle esperienze personali e di trasformarle in qualcosa che può toccare anche gli altri. È come se la scrittura mi offrisse uno specchio: guardandoci dentro, riesco a conoscermi meglio e, allo stesso tempo, a condividere parti di me in modo sincero e autentico. La scrittura è diventata il mio linguaggio più naturale perché mi fa sentire pienamente me stessa, con tutte le sfumature della mia interiorità, e crea un ponte con chi legge, permettendo di condividere esperienze e riflessioni in modo intimo e vero.
Il battito che non ho sentito è un titolo intenso e immediato. Come è nato e quale significato racchiude per te?
Il titolo Il battito che non ho sentito è nato spontaneamente, e in un attimo ho capito che racchiudeva in poche parole il nucleo emotivo del libro: quel momento esatto in cui la mia vita si è divisa in un prima e un dopo. Ma quel battito ‘non sentito’ non è soltanto la mancanza di qualcosa che avrei voluto vivere. Per me rappresenta anche il silenzio, le emozioni non dette, le esperienze che a volte ci sfuggono tra le mani. Allo stesso tempo, è diventato un invito a guardare dentro, ad ascoltare ciò che ci attraversa, anche quando fa male. È un titolo che custodisce la fine di qualcosa di prezioso, ma anche l’inizio di una nuova consapevolezza, un viaggio emotivo che ho scelto di condividere con il lettore.
Il libro affronta un tema delicato come la perdita in gravidanza. Qual è stato il momento in cui hai sentito il bisogno di trasformare questa esperienza in parole e condividerla con gli altri?
Il bisogno di trasformare questa esperienza in parole è arrivato quando ho capito che il silenzio, invece di proteggermi, mi stava allontanando dal mondo. Ogni donna che attraversa questa perdita resta intrappolata in un dolore spesso non riconosciuto, quasi scomodo da nominare, e anche per me quel vuoto rischiava di diventare una prigione. Ho iniziato a scrivere quando ho sentito che quel dolore aveva bisogno di un nome, di una forma. Metterlo su carta è stato il mio modo di guardarlo negli occhi, di non esserne più sopraffatta, ma anzi di respirare di nuovo. E poi ho capito che non ero sola. Quando ho condiviso le prime pagine con qualcuno di fiducia, ho visto che quelle parole parlavano anche per altre donne, che riuscivano a ritrovarsi in ciò che avevo scritto. In quel momento ho sentito che non potevo più tenerle solo per me: dare voce a questa esperienza poteva diventare un gesto di verità, ma anche di vicinanza per chi vive lo stesso dolore in silenzio.
Nel tuo racconto convivono dolore e rinascita. Come sei riuscita a trovare un equilibrio emotivo nella scrittura, evitando che il dolore prendesse completamente il sopravvento?
L’equilibrio non è arrivato subito. All’inizio la scrittura era fatta quasi solo di lacrime e silenzi, e avevo davvero paura che il dolore prendesse il sopravvento. Ma, frase dopo frase, è emerso qualcosa che non avevo previsto: una forma di tenerezza verso me stessa. Scrivendo ho capito che il dolore non andava respinto, ma ascoltato. Mettere le parole su carta gli ha dato un contorno, una forma più umana, e questo mi ha permesso di non esserne più sopraffatta. Per raccontarlo davvero, ho sentito il bisogno di dare spazio anche a ciò che mi aveva permesso di restare in piedi: i piccoli gesti quotidiani, le mani che mi hanno sorretto, la lentezza con cui il corpo e il cuore hanno ricominciato a muoversi. È così che il dolore ha smesso di essere un muro ed è diventato una porta. La rinascita è arrivata quando ho accettato che entrambe le emozioni — la luce e l’ombra — avessero lo stesso diritto di esistere nella mia storia. E da quel dialogo tra le due è nato il mio vero equilibrio.
La tua capacità di osservare te stessa e gli altri emerge chiaramente dalle pagine del libro. In che modo questa sensibilità ha influenzato il tuo modo di narrare?
La mia sensibilità è stata il mio strumento principale e ha guidato profondamente il mio modo di narrare. Non significa solo guardare, ma ascoltare ciò che non viene detto: i silenzi, le sfumature, i gesti piccoli ma significativi che spesso parlano più delle parole. Scrivere mi ha permesso di restituire le emozioni nella loro verità, senza semplificarle o giudicarle. Ho raccontato gli eventi non solo per come sono accaduti, ma per come li ho vissuti dentro, con tutte le sfumature, le fragilità e i dettagli che spesso passano inosservati. Osservare me stessa e gli altri mi ha insegnato quanto sia importante restituire autenticità e delicatezza. Così, il mio modo di narrare è diventato un invito a guardare dentro senza paura, ma con gentilezza e in questo libro è la mia risorsa più vera.
Una parte importante del tuo lavoro sembra essere il desiderio di offrire conforto e speranza a chi vive esperienze simili. Che tipo di legame vorresti instaurare con le lettrici e i lettori?
Il legame che desidero instaurare con chi legge il mio libro è prima di tutto un legame di vicinanza e ascolto. Voglio che le lettrici e i lettori sentano che non sono soli nelle loro esperienze, che il dolore, la perdita e le emozioni difficili possono essere condivise, comprese e accolte. Scrivere per me è stato un modo per dare voce a ciò che spesso resta in silenzio, e spero che questo libro possa diventare uno spazio sicuro in cui riconoscersi, ritrovarsi e trovare conforto. Non si tratta di dare risposte o soluzioni, ma di mostrare che anche nei momenti più bui c’è la possibilità di essere accolti e di percepire una luce, piccola ma reale, che aiuti a continuare il proprio percorso. In fondo, il mio desiderio è costruire un ponte tra me e chi legge, fatto di empatia, sincerità e gentilezza, dove ogni emozione possa essere ascoltata senza paura di giudizio.
C’è un passaggio del libro che senti particolarmente vicino al tuo percorso umano, un momento che rappresenta la chiave della tua rinascita?
Sì, c’è un passaggio che sento particolarmente vicino al mio percorso umano: il momento in cui ho smesso di chiedermi ‘Perché è successo?’ e ho iniziato a chiedermi ‘Come posso prendermi cura di ciò che sento?’. Questo cambiamento di prospettiva è stato per me la vera rinascita. Accettare di non poter controllare tutto, ma di poter scegliere come attraversare il dolore, mi ha restituito un senso di dignità e di forza. In quelle pagine c’è la me più fragile, ma anche la me che finalmente impara a stare in piedi. È lì che il dolore smette di essere solo peso e diventa uno spazio di crescita, dove la scrittura diventa un ponte tra la mia esperienza interiore e chi legge, permettendo di condividere fragilità, consapevolezza e rinascita.
Pubblicare un’opera così personale richiede coraggio. Quali sono stati i timori o le resistenze che hai dovuto affrontare prima di mettere la tua storia nelle mani del pubblico?
Pubblicare un’opera così personale richiede davvero coraggio, e i timori non sono mancati. All’inizio avevo paura del giudizio, del sentirmi vulnerabile di fronte agli altri, di esporre le parti più intime di me stessa. Mi chiedevo se le persone avrebbero capito, se avrebbero potuto sentirsi toccate o, al contrario, lontane dalla mia esperienza. C’era anche la resistenza interna: quella voce che ti dice di tenere tutto per te, di proteggerti, di non aprire le porte al dolore davanti al mondo. Ma poi ho capito che il coraggio non è l’assenza di paura, ma la scelta di andare avanti nonostante essa. Mettere la mia storia nelle mani del pubblico è stato un passo necessario per trasformare il dolore in condivisione, e per creare un ponte con chi, come me, ha vissuto esperienze simili. È stato un gesto di autenticità, vulnerabilità e, allo stesso tempo, di speranza.
Quali emozioni, temi o percorsi senti che potrebbero guidare la tua prossima tappa come autrice?
Sento che il mio prossimo passo come autrice sarà esplorare la trasformazione. Non solo quella che nasce dal dolore, ma anche quella che arriva quando si sceglie di tornare alla vita con uno sguardo diverso. Vorrei raccontare ciò che avviene dopo: la ricostruzione, i nuovi inizi, e il modo in cui la fragilità può diventare una risorsa. Mi piacerebbe approfondire il tema della resilienza, del corpo che ricorda e del cuore che, lentamente, torna a fidarsi. Credo che ogni storia di perdita contenga anche una storia di ritorno alla luce, e il mio desiderio è continuare a usare la scrittura come un ponte con chi legge, offrendo conforto, vicinanza e riflessione, per mostrare che anche nei momenti più fragili c’è sempre possibilità di rinascita.
Grazie Veronica e complimenti!
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Instagram: @_veronicapasini1991 | Pagina libro: @scri.ttricedinchiostroecuore
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