“Dati sensibili. Il lato umano e consapevole dei numeri” di Alice Avallone (Enrico Damiani Editore)

Viviamo immersi nei numeri. Grafici, percentuali, statistiche: la realtà contemporanea sembra ridursi a una sequenza di indicatori, una continua traduzione della vita in quantità misurabili. Eppure, Dati sensibili. Il lato umano e consapevole dei numeri di Alice Avallone prova a ribaltare la prospettiva: non siamo noi a vivere nei dati, sono i dati a vivere dentro di noi.

a cura della redazione


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Il libro si muove in un territorio di confine tra saggio divulgativo e narrazione civile. Avallone non scrive un manuale di data analysis, né un trattato tecnico sulla statistica. Piuttosto, compie un’operazione più ambiziosa: restituisce ai numeri una dimensione narrativa. Ogni cifra, suggerisce, è una traccia di esperienza. Dietro una curva demografica non c’è solo un fenomeno sociale, ma la scelta di una coppia; dietro una ricerca online, una paura; dietro una sequenza di emoji, un modo di chiedere ascolto.

L’autrice utilizza il concetto di data humanism come chiave interpretativa: leggere i dati non come entità fredde e oggettive, ma come forme di racconto. Il calo delle nascite, il tempo trascorso sullo smartphone, l’attesa in una sala d’aspetto o le parole cercate di notte su internet diventano così micro-biografie collettive. I numeri non descrivono soltanto la società: la rivelano nelle sue fragilità, nelle sue abitudini, nei suoi desideri spesso inconsapevoli.

La scrittura è limpida e accessibile Avallone ci invita a osservare diversamente ciò che consultiamo ogni giorno senza farci caso — notifiche, statistiche, algoritmi — e a riconoscere che ogni sistema di misurazione è anche un sistema di interpretazione.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è la sua ambivalenza: i dati non vengono celebrati né demonizzati. Sono definiti “alleati imperfetti”. Possono aiutare a comprendere la realtà, ma non la esauriscono; possono orientare decisioni, ma non sostituire il giudizio umano. In un’epoca dominata dall’ossessione per le metriche e dall’autorità degli algoritmi, Avallone suggerisce una posizione intermedia: usare i dati senza smettere di interrogarsi sul loro significato.

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