Davide Pagnoncelli è Psicologo, Psicoterapeuta, formato in Ipnositerapia, Oniroterapia, Teatroterapia e Arteterapia. Ha un’esperienza ultraventennale nella psicologia scolastica come responsabile di un originale Servizio Psicologico di sistema.
Egli si definisce “allargacervelli” (non più “strizzacervelli”) perché il suo cervello e quello altrui preferisce allargarlo, ampliando prospettive.
È autore dei libri Figli felici a scuola. Come migliorare l’esperienza scolastica dei propri figli con l’aiuto di un allargacervelli, Bruno Editore, Roma 2018; Al cuore di se stessi. Dal ruolo all’essenza dell’io sono e del noi siamo, Doppia Effe Editors, Londra 2023; Vincent van Gogh. Dipingo il mio sogno. Tra arte, psicologia e psicoanalisi, Zel Edizioni, Treviso 2023, coautore con Katia Brugnolo.
Inoltre ha pubblicato numerosi articoli e ricerche su varie riviste scientifiche e ideato nuovi progetti denominati Art Artist Therapy (AATH).
a cura di Francesca Ghezzani
Benvenuto su Che! Intervista. Cosa significa per lei essere un allargacervelli? Come si traduce concretamente nella pratica terapeutica?
Ho ideato il termine allargacervelli perché mi sembrava inadeguato, limitante e poco funzionale che lo psicologo fosse in gergo denominato “strizzacervelli”, spesso esclusivamente identificato con il dottore degli “svitati”, portatori di qualche non meglio identificato disturbo psichico. Il mio cervello e quello altrui preferisco allargarlo, invece di strizzarlo. Credo si debba smitizzare la figura dello psicologo algido, distaccato o focalizzato prevalentemente sul negativo. Essere un allargacervelli non è solo un nickname social, ma è una vera e propria dichiarazione d’intenti metodologica: significa agire sull’elasticità, sull’apertura mentale e sulla positività di ogni essere umano. Vari malesseri derivano da una visione ristretta di sé stessi, supportata da schemi mentali rigidi, da pregiudizi e da automatismi controproducenti che rinchiudono gli individui in un’esistenza angusta. Pertanto, è necessario slacciare i fili di certi schematismi mentali e resettare positivamente certe convinzioni limitanti.
Può sembrare strano, ma non raramente parecchi individui si abituano a convivere con la sofferenza, pur a caro prezzo, perché hanno a che fare con qualcosa di noto; per loro l’ignoto veicola timore, paura o, addirittura, angoscia. Il malessere non è un mobile da spolverare ogni settimana, per di più nell’incontro terapeutico. La sofferenza non diminuisce continuando a scattare foto ricordo di un trauma o di un disturbo, bensì se si affronta la quotidianità adeguando o modificando positivamente il proprio stile di vita. Allargare il cervello implica saper evidenziare cammini esistenziali più funzionali da percorrere e saper scoprire orizzonti diversi, inizialmente ritenuti irraggiungibili. Noi umani abbiamo bisogno di creatività e di sensi aperti, noi abbiamo desiderio di spazi infiniti: l’infinito è inscritto in noi. Ogni limite rigido, ogni definizione perentoria e ogni grettezza crea disagio e sofferenza.
La cultura, la formazione, in specifico la psicologia, non possono avere confini limitati, forse neanche confini. Basta esercitare il cervello a essere largo, esercitarlo ad allargare i propri confini. Un mio leitmotìv, un mio motivo ricorrente è questo: “Ognuno ha dentro un allargacervelli”, cioè ha la possibilità di ampliare i propri orizzonti mentali e pure di cuore. L’universo è molto largo, perciò allarghiamo il nostro cervello che ha più potenzialità di quanto noi possiamo credere. Alessandro Bergonzoni in un suo spettacolo mi ha colpito con un invito agli spettatori: “Facciamo voto di vastità”.Molto interessante!
La pratica clinica di un allargacervelli implica un approccio più attivo e trasformativo. Il terapeuta non è un semplice specchio riflettente e muto, ma un attore incoraggiante, attivo e sanamente affettivo che sa aprire nuove finestre per ogni individuo. In altri termini, il terapeuta ‘si immerge’ con delicatezza ed estremo rispetto nell’interiorità dell’individuo; interagisce senza imporre, né giudicare. Egli può utilizzare, quando è opportuno, vari strumenti creativi e artistici, con un pizzico di calda l’ironia, al fine di far emergere le qualità migliori dell’individuo in terapia.
Il linguaggio della terapia utilizza metafore quotidiane, con tonalità espressive che puntano sull’autenticità: ciò serve a rendere l’individuo protagonista consapevole del proprio cambiamento. Invece di scavare ossessivamente solo nel passato, cercando prevalentemente il perché di certi eventi, l’approccio terapeutico mira al come uscirne, evidenziando il proprio stile di vita, i propri valori e i propri scopi prevalenti. Allargare il cervello significaidentificare le risorse latenti del paziente, spostare il focus dal problema alle soluzioni e saper rielaborare disturbi ed errori come momenti integranti del processo di evoluzione personale.La terapia non deve solo curare un sintomo, ma deve potenziare l’individuo. Un cervello allargato è un cervello che ha più opzioni di scelta di quante ne avesse precedentemente. Più che scavare nel passato alla ricerca di colpe, colpevoli o responsabili, è meglio cominciare a progettare nel presente le strategie per un futuro più gratificante.
La nostra cultura è spesso focalizzata più sugli aspetti negativi che positivi, più sugli errori compiuti che sulle conquiste; si dà più attenzione a ciò che non va, piuttosto che a quello che funziona bene. Per esempio, nella mia esperienza ho verificato in numerose occasioni che ragazzi e adulti migliorano, ma non lo notano e sono poco consapevoli dei progressi realizzati, anche minimi. Neppure se li godono! Se l’individuo vuole essere felice, ha bisogno di essere preso in cura nelle parti sane, non soltanto nelle parti malate o disturbate. La parte malata a modo suo parla attraverso il sintomo, ma va ascoltato con cura tutto l’organismo, integralmente. In caso contrario, si rischia di dover rincorrere esclusivamente i problemi che sorgono. Invece di puntare l’attenzione solo sulle carenze degli individui e delle organizzazioni è senz’altro più opportuno, più funzionale e più gratificante focalizzarsi su risorse e potenzialità.Perciò è preferibile integrare alla diagnosi degli errori, che richiama la conseguente calendarizzazione delle negatività, la diagnosi dei punti di forza e il monitoraggio delle positività concrete.
Ogni individuo non è necessariamente bloccato e ingabbiato in quanto gli è successo. Può decidere di migliorare nonostante ciò che gli è successo; nonostante i traumi, i lutti o i vari disturbi. Un cervello stretto soffoca, un cervello allargato respira. Il mio obiettivo non è far diventare normali gli individui, ma farli diventare vasti. Con più opzioni, con più scelte, con più vividezza. La psicoterapia è un viaggio per scardinare le pareti anguste di sé stessi, trasformando creativamente i limiti autoimposti o accettati supinamente in nuovi orizzonti di possibilità. Direi a me stesso e a chi mi legge: “Se ti senti in gabbia, trovare la tua chiave è possibile, cioè puoi trovare la tua originalità, la tua specificità unica e irripetibile. Non ti serve tanto sapere chi ha costruito la gabbia, è preferibile che tu impari a scardinarne la serratura. Puoi uscire dalle tue fessure ristrette, puoi abitare l’orizzonte e respirare la vitalità dell’esistenza. Il tuo cervello può diventare un cantiere aperto. Meno muri, più varchi!”
Nel suo libro “Figli felici a scuola”, quali sono secondo lei i principali ostacoli al benessere psicologico degli studenti di oggi
Il mio libro “Figli felici a scuola” esplora il mondo della scuola e dell’apprendimento con un approccio che cerca di unire concretamente neuroscienze, psicologia e pedagogia e affronta il tema dell’educazione non solo come accumulo di nozioni, ma come sviluppo dell’essere umano integrale.
Alcuni ostacoli o nodi critici che frenano o impediscono il raggiungimento del benessere psicologico per gli studenti riguardano il sistema scolastico tradizionale che spesso ignora il funzionamento biologico del cervello, contribuendo, con l’aggiunta di altri fattori, a creare dei blocchi emotivi. In che modo? Con la cultura del giudizio e del voto come etichetta. In tal caso lo studente tende a collegare, in modo abnorme, il proprio valore al voto. Un errore dovrebbe essere vissuto come un’occasione di apprendimento, invece può diventare la certificazione di un fallimento personale, generando ansia da prestazione. Se l’ambiente scolastico è percepito continuamente come minaccioso o troppo competitivo, i livelli di cortisolo si alzano molto e ciò inibisce l’attività della corteccia prefrontale, rendendo estremamente difficoltoso un apprendimento profondo. Soprattutto toglie serenità allo studente.
Sussiste ancora una lacuna sistemica: la scuola tradizionale è stata storicamente costruita come una ‘testa che cammina’ e dimentica troppo spesso che l’apprendimento passa attraverso la corporeità, cioè il corpo più i vissuti emotivi. Il cervello non può funzionare efficacemente se il sistema emotivo è in costante stato di allerta o di stress. Il corpo appare come il grande assente e a esso pochi fanno appello tramite progetti importanti e ricorrenti. Spesso l’unico momento in cui il corpo entra a scuola è l’ora di educazione fisica, vista frequentemente come un intervallo rispetto alla didattica più importante legata ad altre materie. La sedentarietà forzata può accentuare l’irrequietezza e ridurre la capacità di concentrazione e il corpo accumula più facilmente tensioni che possono esplodere in contrasti o iperattività. L’apprendimento e la didattica non possono che essere incarnati (embodied cognition): usare la gestualità, il movimento e la consapevolezza del proprio spazio fisico aiuta a regolare il sistema nervoso, rendendo gli studenti più pronti alla collaborazione e meno inclini all’aggressività difensiva. Allargare il cervello e il cuore significa passare da una mente chiusa nel proprio mondo e relegata in una competizione sfrenata a una mente e a un cuore aperti che sanno compartecipare sentimenti ed emozioni con gli altri perché sono emotivamente alfabetizzati.
Un altro ostacolo è relativo alla frammentazione del sapere: studiare nozioni prive di connessioni con la propria realtà quotidiana e i propri interessi, demotiva lo studente e non gli fa cogliere il senso e le correlazioni di ciò che sta apprendendo. Inoltre, talune organizzazioni orarie delle attività scolastiche (per esempio, dalle ore 8 alle 14 con solo due brevi intervalli) non rispettano i cronotipi degli studenti, privandoli di pause necessarie per sedimentare l’apprendimento e instaurare piacevoli relazioni interpersonali. Anche i tempi non strutturati possono essere significativi per creare un ambiente piacevole e accogliente. Altro ostacolo importante è la tirannia degli algoritmi; oggi i giovani vivono immersi in un ecosistema digitale progettato per catturare molto rapidamente l’attenzione attraverso gratificazioni istantanee. Da ciò deriva la frammentazione del pensiero dovuto allo scrolling continuo e ossessivo, perfino quando si sta mangiando, quando si cammina per strada, quando si viaggia in bici o col monopattino, quando si guida un’auto e in numerose altre occasioni. Tutto ciò frantuma la concentrazione necessaria per leggere con calma, per esempio, un libro articolato e complesso o per sviluppare accuratamente un progetto a seguito di un’intuizione originale. Certamente gli adulti non sono da meno, anzi essi stessi sono ben più tiranneggiati e dipendenti dagli algoritmi rispetto ai giovani.
Il rischio per coloro che sono in una fase evolutiva delicata è di abituarsi a essere consumatori passivi invece che pensatori attivi; di diventare fruitori di contenuti brevi e immediati da bruciare con modalità ‘mordi e fuggi’; di accontentarsi del ‘così fan tutti’ senza promuovere nuovi stili di vita al fine di abitare il mondo con immaginazione rinnovata.
Posso aggiungere altri ostacoli come l’ansia della performance e il conformismo digitale. I social media impongono uno standard di vita perfezionista, idealizzata ad arte per finalità di marketing e di consumo perenne: ciò produce un ricorrente e accentuato senso di inadeguatezza e veicola la paura di essere esclusi e la conseguente tendenza a uniformarsi per sentirsi parte di qualcosa, di qualche gruppo. Ciò anche a costo di annullare la propria singolarità e originalità.
Il mondo moderno presenta problemi globali enormi (instabilità economica, intelligenza artificiale da gestire umanamente, conflitti e guerre a ogni latitudine, cambiamenti climatici, carenze di relazioni interpersonali…). La sfida è gestire la complessità senza nascondersi dietro risposte semplicistiche o dietro a slogan automatici e illusori come i miraggi del deserto. La tentazione è chiudersi nelle cosiddette ‘bolle informative’, in microcosmi digitali programmati dagli algoritmi dei social media e dai motori di ricerca. Basta accennare alle ‘echo chambers’ dove opinioni e credenze degli utenti sono continuamente rinforzate e confermate, dove si ascolta solo chi la pensa allo stesso modo, limitando l’espansione del cervello e dell’empatia. Un compito urgente per la nostra società è, in questo caso, di creare condizioni concrete che incoraggino i giovani a costruire un’identità autentica, non dipendente dai like sui social o da qualsivoglia approvazione esterna.
Un capitolo a parte e che influisce non poco sugli studenti riguarda gli adulti: la paura di perdere il controllo è spesso il ‘convitato di pietra’ in ogni aula o nelle riunioni scolastiche. È una paura profondamente umana, ma nel contesto educativo diventa un ostacolo notevole a sfavore dello sviluppo dell’empatia. Troppi adulti confondono il controllo con l’autorevolezza. Non pochi adulti temono l’intelligenza emotiva, perché possiedono pochi strumenti per gestire la pulsività generata dalle emozioni. Se un adulto non sa gestire, per esempio, la propria rabbia o il proprio senso di inadeguatezza, tenderà a reprimere i ragazzi con l’autoritarismo, a utilizzare la competizione all’interno di un gruppo, oppure a formulare giudizi perentori e rigidi. Il paradosso del controllo che si concretizza è il seguente: ordine contro apprendimento. L’adulto teme che il dar spazio alla corporeità e alle relative emozioni possa fargli perdere il controllo della situazione, perciò accentua il proprio rigido punto di vista, demotivando ulteriormente gli studenti ad apprendere. Però, non può esserci apprendimento autentico, per sua natura un po’ disordinato e pulsivamente vitale, senza un coinvolgimento consapevole degli alunni. Da ciò deriva quanto sia fondamentale passare dal controllo esterno, regolato dal il timore, a una regolazione interna, tramite la quale gli studenti imparino a valorizzare e gestire i loro vissuti e quanto devono fare.
Vari luoghi comuni tossici alimentano la paura di perdere il controllo: il mito della classe silenziosa unita alla convinzione che una classe rumorosa sia una classe dove non si impara. In alcuni adulti permane ancora il pregiudizio che così si può riassumere: “Se ascolto troppo, perdo tempo e smarrisco il mio ruolo”. Va considerato che l’autorevolezza non può nascere dalla paura, bensì dalla fiducia. Un adulto che sa gestire le proprie emozioni e accogliere quelle del ragazzo non perde il controllo, ma guadagna il rispetto. A lungo andare il controllo coercitivo diventa fragile, la connessione emotiva resta più solida. Tra l’altro, l’adulto dovrebbe avere anche il compito di regolatore emotivo rispetto ai bambini e ai giovani. Prima di insegnare agli studenti o ai propri figli a essere empatici, sarebbe opportuno che l’adulto attivasse un percorso di auto-alfabetizzazione emotiva per allenarsi ad agire e reagire con calma e pacatezza di fronte agli tsunami emotivi dei ragazzi.
L’empatia nasce dal rispecchiamento: se l’adulto è il primo a temere il contatto emotivo, insegna ai figli che le emozioni sono pericolose e vanno nascoste. Il controllo si basa su una struttura piramidale, la collaborazione, invece, richiede una struttura orizzontale, almeno sul piano del rispetto umano. Collaborare significa anche accettare che il contributo del ragazzo possa mettere in discussione le idee dell’adulto. L’insegnante (o il genitore) non dovrebbe essere un poliziotto, ma un facilitatore; il suo ruolo non è fermare il caos, ma aiutare a dare una forma feconda all’energia di ogni studente.
Per superare i vari luoghi comuni è opportuno un cambio di prospettiva radicale: dal vecchio paradigma del controllo pieno verso il nuovo paradigma dell’empatia; dall’obbedienza immediata verso la responsabilità a medio e lungo termine; dal solo utilizzo di punizioni e premi verso l’ascolto profondo e le strategie di mediazione; dalla corporeità ferma e muta verso la corporeità come canale privilegiato di comunicazione e di interazione; dalle emozioni come distrazioni da eliminare o da reprimere verso le emozioni come principali motori della motivazione e dell’apprendimento.
Per allargare il cervello e il cuore degli studenti, prima è importante che gli adulti allarghino loro cervello e cuore e abbiano il coraggio dell’imperfezione -che non è sinonimo di debolezza- per restare umani e connessi emotivamente con le nuove generazioni. Per uscire dalla trappola dell’ipercontrollo e del giudizio sociale, non bastano le buone intenzioni, servono competenze tecniche precise. Se gli adulti saranno disposti a formarsi e ad aggiornarsi nelle metodologie corporee ed espressive avranno a disposizione una ‘cassetta di attrezzi’ per gestire al meglio possibile l’energia e la pulsività di tutti gli studenti senza ricorrere all’autoritarismo.
Allargando il campo ai giovani, anche fuori dal contesto scolastico, quali sono le loro sfide più importanti a cui sono chiamati?
La sfida più significativa per i giovani oggi può essere riassunta in questo modo: riconquistare la propria attenzione, la propria consapevolezza e la propria interiorità profonda. Questo comporta diventare padroni del proprio tempo, ma anche del proprio silenzio, perché solo nel silenzio e nella riflessione al di fuori dall’usuale il cervello si allarga e consente una visione che va oltre gli orizzonti precostituiti. Non si tratta di aggiustare qualcosa che non va o qualcosa di rotto, bensì di espandere le proprie risorse interiori.
Oltre gli ostacoli strutturali legati al contesto socio-economico, le sfide per i giovani di oggi si sono moltiplicate: la gestione dell’attenzione (Attention Economy) in un mondo dominato da stimoli digitali costanti al fine di riappropriarsi della capacità di concentrazione profonda (Deep Work), necessaria per allargare il proprio cervello; l’alfabetizzazione emotiva per imparare a gestire le proprie emozioni in modo da passare dalla reattività (risposta impulsiva a una frustrazione) a una azione consapevole. Lo sviluppo di una mentalità di crescita (il Growth Mindset) è altrettanto fondamentale per coltivare la convinzione che il cervello è plastico e può evolvere attraverso adeguati sforzi strategici e così evitare di sentirsi perdenti prima di cominciare ad agire.
In un’epoca di iper-connessione virtuale la costruzione di relazioni autentiche è, inoltre, fondamentale per mantenere il benessere psicologico e per costruire legami reali e solidali con coetanei e adulti, uscendo dall’individualismo e dalla solitudine. Un messaggio urgente da diffondere è che il benessere non è l’assenza di fatica, ma la presenza di senso, di valori finalizzati. A mio parere, per un giovane contemporaneo è essenziale allargare il cervello, non in senso quantitativo come bulimia di dati, ma nel senso di renderlo più elastico, più capace e più abile nel connettersi con culture e popoli diversi tra loro. Il giovane che sa gestire la propria intelligenza emotiva diventa molto più collaborativo e socializza in modo più valido; per esempio, coglie al volo quando un coetaneo è in difficoltà e interviene positivamente senza commiserazione o giudizio, perché precedentemente ha riconosciuto e gestito la medesima emozione in sé stesso. Esistono numerose tecniche e modalità in tal senso, qui mi soffermo su una in particolare: la mindfulness che serve per attivare una più adeguata consapevolezza corporea ed è di notevole utilità sia per giovani che per adulti. Anzi, prima di insegnare ai giovani ad agire e reagire con serenità, l’adulto dovrebbe imparare a percepire il proprio corpo sotto stress; varie modalità di respirazione, di scansione corporea (body scan) e di gestione del tono della voce possono aiutare parecchio in tal senso.
Un adulto che padroneggia il proprio stato corporeo emana una calma che contagia l’ambiente per risonanza (grazie anche ai neuroni specchio), riducendo la necessità di gridare o di punire.
La mindfulness porta alla consapevolezza del momento presente e credo possa essere il ponte più accessibile per chiunque desideri intraprendere i suddetti training. È una pratica che non richiede attrezzature particolari, però agisce profondamente sulla struttura del cervello, aiutando a superare efficacemente la paura di perdere il controllo. La mindfulness non è un modo per stare calmi e buoni, ma uno strumento per creare spazio tra uno stimolo (per esempio, un soggetto che urla, una brutta esperienza o un conflitto)e la propria reazione; essa può disinnescare il controllo eccessivo e improduttivo. Quando un individuo sente di perdere il controllo, entra solitamente in modalità attacco o fuga, il cuore accelera e il pensiero si irrigidisce. In tal caso, bisogna allenarsi a fermarsi e a osservare il proprio respiro e le sensazioni del corpo: ciò permette di disattivare l’amigdala (il centro della paura) e riattivare la corteccia prefrontale. Invece di reagire con un urlo o una punizione (controllo coercitivo), un individuo può rispondere con una scelta più consapevole e autorevole.
Da rimarcare che la mindfulness migliora la concentrazione, per cui un cervello meno stressato apprende meglio e più velocemente; è una forma di auto-cura, sia per il giovane che per l’adulto; è laica e si adatta perfettamente a qualunque contesto; insegna anche a sentire le emozioni nel corpo prima che diventino travolgenti o devastanti. La Mindfulness non equivale a star fermi senza fare nulla, ma è un modo per abitare il presente. Ovviamente va con calma e pazienza adattato il tutto al contesto specifico, sapendo che per certe situazioni molto critiche la bacchetta magica non esiste e vanno affrontate con altri strumenti terapeutici o sociali specifici. Le succitate pratiche, più tante altre, veicolano concretezza e si possono inserire nella quotidianità di ognuno, superando alcuni luoghi comuni culturali che le giudicano una perdita di tempo. Perché la formazione corporea rompe i luoghi comuni? Perché trasforma ogni individuo da erogatore o consumatore di contenuti a regolatore del proprio campo percettivo, emotivo e relazionale. Iniziando dal corpo e dal respiro si creano le radici profonde che permettono, in seguito, all’empatia e alla cooperazione di fiorire con maggior naturalezza e senza rigide forzature.
Il libro “Al cuore di sé stessi” esplora il passaggio dal ruolo all’essenza: come possiamo imparare a riconoscere la nostra autenticità in una società che ci spinge a interpretare ruoli?
Il libro affronta una sfida cruciale del nostro tempo, cioè come distinguere la propria voce autentica nel marasma del rumore di fondo e delle costrizioni delle aspettative sociali. L’autenticità non è affatto un oggetto da trovare, ma è un processo di svelamento.
Ecco i pilastri fondamentali per riconoscere la propria autenticità, cioè per saper distinguere tra ruolo e identità.
La società spesso ci chiede di identificarci totalmente con ciò che facciamo (il lavoratore, il genitore, il partner perfetto), per questo motivo è importante imparare a osservarsi per verificare se si sta solo recitando una parte per compiacere qualcuno. Alcuni segnali da monitorare possono essere questi:quando si percepisce un senso di stanchezza cronica o di vuoto nonostante i successi esterni, forse ci si sta sentendo intrappolati in un ruolo piuttosto stretto.
L’autenticità si evidenzia quando si sente un allineamento e una coerenza tra ciò che si prova interiormente e ciò che si mostra all’esterno. I luoghi comuni sono spesso confortevoli perché danno l’illusione di un’appartenenza, pur superficiale; essere autentici richiede, al contrario, di accettare la propria unicità che è quasi sempre non conforme alle mode correnti. Pertanto, si può cominciare ad esplicitare qualche no, se determinate situazioni o eventi sono slegati dai propri valori. Ciò anche a costo di assumersi il rischio di non essere subito capito e accettato.
Ognuno ha dentro di sé una bussola collegata alla propria autenticità: è ciò che si sente nel corpo, come entusiasmo, curiosità ed espansione. Oppure, oppressione e tensione quando si tradisce sé stessi adeguandosi a uno stile di vita a cui si è allergici.
L’autenticità non è qualcosa di statico, ha bisogno di un allenamento costante per consentire la pulizia mentale di certi pregiudizi ereditati e assorbiti fin dalla prima infanzia. Conviene smettere di essere coloro che dovremmo essere per cominciare a essere davvero ciò che siamo. Non è necessario essere perfetti, è sufficiente allenarsi ad essere coerenti con il proprio mondo interiore, con la propria essenza profonda.
Per passare dalla teoria alla pratica si può osservare la dinamica dei propri automatismi.
Uno dei possibili esercizi è di chiedersi questo, durante le semplici azioni quotidiane: “È coerente con ciò che sento?”Oppure:“Cosa temo?”, e ancora:“Dove mi porta, dove mi dirige?”Può riguardare un impegno preso, un modo in cui ci si veste o una delle solite frasi, ripetuta meccanicamente (per esempio: “Tutto bene, grazie”). Oppure: “Temo di essere considerato asociale o temo di deteriorare l’immagine sociale?” Chiediti, allora, anche questo: “Cosa succederebbe di così negativo o di catastrofico senza quella maschera?”
L’autenticità non è una rivoluzione rabbiosa contro qualcuno, è una fermezza gentile. Essere autentici è una bella forma di anarchia che non distrugge nulla, ma toglie catene, spesso invisibili.
Non serve affatto rompere le relazioni, ma cominciare a vivere le situazioni diversamente, alla moda di sé stessi. In un mondo che regala maschere per ogni evenienza, un viaggio positivamente trasgressivo spinge a lasciar perde ogni ruolo -come un vuoto a perdere- al fine di ritrovare la propria pulsività ed essenza autentica. Tra il disturbo di fondo dei luoghi comuni e delle aspettative altrui, la bussola affidabile non è tanto nella testa, ma nell’ascolto coraggioso e nitido del proprio corpo e della risonanza emotiva del proprio cuore. Talora la testa dice di sì per dovere, mentre il corpo sta urlando un no piuttosto nitido. Perciò, ecco un suggerimento per chi mi legge: nei prossimi giorni, prima di accettare un invito, una richiesta di favore o un compito extra, fai una pausa di pochi secondi e senti come reagisce il corpo. Qualcosa contrae, si chiude e sente fastidio? Oppure prevale un senso di apertura, di piacevolezza e di serenità? Se c’è contrazione ma rispondi comunque sì, prendi comunque nota. Non è necessario cambiare subito, ma almeno cominciare a focalizzare che si sta bistrattando la propria essenza.
Un altro esercizio di consapevolezza riguarda i luoghi comuni che si alimentano di etichette: “Sono pigro”, “Sono un bravo lavoratore”, “Sono un tipo difficile”, “Sono proprio fatto male”… Prova a descrivere le tue azioni con nuove parole, senza termini giudicanti, tipo buono, cattivo, giusto, sbagliato. È interessante allenarsi a precisare le sovrastrutture sociali e culturali in modo da ‘pulire i fatti’ il più possibile. Quando si arriva al cuore di sé stessi, termina il “si dice” e comincia ad emergere il vero Sé. Ogni giorno può essere utile ripetersi la seguente considerazione: “Non sono il mio ruolo, non sono dipendente dalle aspettative altrui. Posso decidere di vivere nel mio spazio, non in quello che gli altri hanno scelto per me. La mia autenticità non ha bisogno dei permessi di qualcun altro”. Questo non ha nulla a che fare con l’egocentrismo, al contrario porta a essere più consapevoli della propria essenza e unicità e, quindi, a predisporsi meglio anche all’ascolto e alla connessione con gli altri. La propria autenticità sboccia quando si smette di riempire ogni giornata solo di cose da fare e di doveri. Bastano pochi minuti di silenzio(tre o quattro) nei quali ci si ascolta con apertura massima; senza cellulare, senza musica, senza TV o qualcos’altro da fare. Quando si prova semplicemente la sensazione di esistere, senza aggettivi, senza pensieri ricorrenti e senza giudizi, allora ci si sente a casa propria e si è connessi con la propria essenza profonda. Essenza da gustare e da assaporare!
In “Vincent van Gogh, Dipingo il mio sogno”, ha intrecciato arte, psicologia e psicoanalisi: quale aspetto della mente di van Gogh l’ha colpita di più come psicoterapeuta?
Questo saggio scritto a quattro mani con Katia Brugnolo, coordinatrice e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Verona, mette in luce le vicende esistenziali di van Gogh, ma soprattutto la funzione vitale dell’arte per il pittore. Nel mio contributo prendo le distanze dalle diagnosi cliniche per evidenziare come Vincent abbia utilizzato l’arte come uno strumento di sopravvivenza psichica. L’atto di dipingere non diventa solo un semplice sfogo creativo, ma persegue l’obiettivo di creare una sorta di pelle psichica che diventa scudo e protezione, sia rispetto al mondo esterno che al caos interiore dell’artista. Senza l’arte, Vincent si sentiva nudo e vulnerabile; le opere d’arte erano i soli luoghi e le sole possibilità per dare forme ai propri vissuti e canalizzare le travolgenti e incisive emozioni. L’artista ha usato il colore come un linguaggio pre-verbale; quando le parole si ammutolivano o diventavano troppo limitanti, come scrive anche in alcune lettere al fratello Theo, il giallo cromo o il blu cobalto diventavano strumenti adatti a comunicare la pulsività dell’interiorità. L’individualità di Vincent era costantemente in bilico tra il desiderio di appartenere al mondo, alla propria realtà e l’urgenza di dare corpo alle sue visioni, ai suoi sogni. È una lotta eroica dell’artista per dare un nuovo significato alla propria esistenza; in tal modo l’ha resa abitabile e ha trasformato traumi, patologie e dolori in intensa e terapeutica bellezza. Van Gogh ha utilizzato la propria inarrestabile forza vitale per connettere ‘i pezzi sparsi’ della propria personalità, ha usato la pittura per non soccombere alla malattia, elevando il suo disagio a forma di comunicazione universale. Vincent non ha dipinto per decorare il mondo, ma per non affogare in esso; la sua mente era un vulcano pulsante e schioppettante, un’esplosione di sensibilità pura che rischiava, altrimenti, di disperdersi in modo sterile. La sua arte è stata l’impalcatura invisibile che ha tenuto in piedi la sua casa interiore che tremava. Ogni pennellata era un punto di sutura tra il suo dolore e la realtà, ogni colore un grido che finalmente trovava una forma creativa. La vicenda esistenziale di Van Gogh non è la cronaca di una follia, ma il miracolo di un uomo che ha trasformato il proprio naufragio in una scialuppa d’oro per l’umanità. Per chiudere il cerchio su questo “allargamento di cervello connettivo artistico” suggerisco un’immagine: due uomini che reggono la stessa fiamma: mentre Vincent bruciava consumandosi nel colore, il fratello Theo agiva come il vetro di una lanterna, proteggeva quella luce affinché non si affievolisse nel tempo. Senza il ‘vetro protettivo’ di Theo, la fiamma Vincent sarebbe stata, probabilmente, solo un incendio breve e distruttivo; insieme sono diventati un faro che illumina ancora oggi la nostra comprensione dell’animo umano.
Interpretare “La Notte Stellata” attraverso la lente di un allargacervelli significa smettere di guardare il paesaggio e iniziare a guardare la mappa del mondo interno di Vincent. Questo dipinto non è solo l’opera di un genio in un momento di crisi, dipinto nel manicomio di Saint-Rémy in Francia, ma è la rappresentazione visiva della tensione tra l’abisso e il rifugio. Quei grandi gorghi nel cielo non sono semplici nuvole o correnti d’aria, bensì rappresentano il flusso primordiale delle emozioni dell’artista.
È una individualità che non riesce a stare ferma, un’energia che minaccia di travolgere tutto, ma che sulla tela viene resa visibile e beneficamente catturata. L’albero scuro è quasi una fiamma nera che collega terra e cielo, è un po’ il simbolo del vissutodi Vincent, un individuo isolato e solo, teso verso l’infinito, in una ricerca disperata di connettersi con l’eterno per non restare schiacciato dal peso della realtà terrestre. In basso le case piccole, ordinate e tranquille richiamano il mondo degli altri, la normalità sociale e familiare, quella che il fratello Theo incarnava e a cui Vincent guardava con nostalgia, ma da cui si sentiva irrimediabilmente escluso e distante.
ll quadro può essere letto anche come un atto riparativo, come se l’autore commentasse: “Il mio mondo interiore è un turbine spaventoso (il cielo), però io possiedo il potere (il pennello) di dargli un ritmo e una bellezza unica”. Non è certo il dipinto di un uomo che ha perso la ragione, ma il dipinto di un uomo che sta usando ogni sfumatura della propria intelligenza emotiva per dare un ordine al caos interiore. Un dettaglio mi ha colpito: le finestre del villaggio sono illuminate; nonostante la propria sofferenza, Vincent ha acceso le luci per gli altri, come d’altronde ha evidenziato tutta la sua esistenza! Vincent non è guarito dal suo dolore, ma lo ha reso immortale, trasformando le ferite in feritoie attraverso le quali tutti noi oggi possiamo guardare la sua luce.
Può raccontarci in cosa consiste il progetto Art Artist Therapy (AATH) e quali benefici può offrire a chi partecipa?
Alcune premesse e precisazioni: l’arte e la poesia per me non sono passatempi, ma veri e propri dispositivi di espansione. Quando il cervello è sollecitato dall’ansia nel rispondere alle aspettative pressanti, l’arte può rappresentare ciò che allenta la morsa e fluidifica le emozioni, i vissuti interiori, le intuizioni. L’Arte è uno specchio dell’anima, perché attraverso il colore, il segno o la materia un individuo proietta fuori di sé creativamente la propria pulsività interiore. L’arte non è un prodotto da postare sui social per ricevere like, ma è un processo che attinge direttamente dall’inconscio, è una spinta a creare senza l’ossessione del bello, dell’adeguato e oltrepassa i luoghi comuni e i giudizi correnti.
Attualmente siamo educati più a usare la razionalità e il calcolo con efficienza, performance e precisi confronti di risultati; integrare la visione poetica nella propria esistenza significa imparare a guardare la realtà con stupore e imparare ad ampliare i propri orizzonti con piacevole meraviglia. L’arte può diventa uno strumento di comunicazione quando le parole logiche falliscono o creano muri.
In specifico, la poesia è il respiro dell’interiorità e rompe la logica del dover fare, introducendo il potere del sentire, il potere del creare. Non si tratta di scrivere in rime, ma di usare parole per esprimere emozioni informi e profonde e creare metafore per provare a esprimere l’indicibile. Una massima dell’artista Paul Klee è per me centrale: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”; ciò evidenzia il lavoro di rielaborazione dei contenuti dell’inconscio. Condividere un’attività creativa (per esempio, ascoltare musica insieme, guardare un quadro, scrivere pensieri e vissuti) permette agli individui di incontrarsi in un territorio aperto e libero nel quale non c’è chi comanda e chi ubbidisce, ma semplicemente due esseri umani che esplorano la vita e che la vogliono gustare appieno. Anche l’educazione può essere un atto creativo; direi meglio, è essenziale che sia un atto creativo, sia a scuola che in famiglia. L’arte è cibo per l’intelligenza emotiva, cioè riconoscimento e gestione di emozioni e sentimenti. Gestire l’intelligenza emotiva non vuol dire controllare ciò che si sente, bensì saper abitare la propria interiorità affettiva; significa guardarsi dentro senza far prevalere il giudizio. L’intelligenza emotiva fotografa il rapporto con sé stessi e assieme all’intelligenza sociale, al senso di comunità e di umanità, diventa capacità di creare ponti di interazioni autentiche tra gli esseri umani e con tutto ciò che vibra nel cosmo. In una società che privilegia l’individualismo (“Devo emergere io”), l’intelligenza sociale mette in luce che ogni felicità è connessa con quella degli altri. L’empatia profonda non è solo saper percepire cosa prova l’altro, ma anche essere consapevoli concretamente dello spazio che l’altro occupa nel mondo. Un cervello e un cuore allargati capiscono che la competizione estrema restringe le possibilità di evolvere, mentre la cooperazione le espande. Mentre la cosiddetta intelligenza artificiale può raccogliere dati e risposte logiche, l’intelligenza emotiva e sociale sono squisitamente umane, perché richiedono un corpo che vibra, un cuore che pulsa e la capacità di governare in modo creativo e ingegnoso l’incertezza dell’esistenza.L’arte consente di diventare il giardiniere del proprio caos interiore, non reprimendo le emozioni, bensì guidandole e finalizzandole in modo costruttivo e socialmente utile.
Se il mondo preferisce strizzarci con algoritmi, con tabelle e con diagnosi rigide e prevalentemente negative, un allargacervelli può operare una sorta di scomposizione creativa. Le stesse diagnosi cliniche possono essere utilizzate e trasformate in narrazioni artistiche, spostando il focus dal campo medico, dove si è pazienti, al campo creativo, dove si è autori. In tal modo il cervello si allarga passando dalla passività del sintomo all’attività della creazione. Se, poi, il sistema educativo e sociale stigmatizza il fallimento, un allargacervelli può vedere l’errore come un’opportunità e anche le proprie crepe possono diventare uno stimolo imprevisto e fecondo. L’intelligenza sociale oggi è piuttosto sottovalutata, perché è mediata da uno smartphone, dagli algoritmi e dal marketing consumistico; invece bisogna sviluppare e nutrire una sensorialità espansa, allenandosi a leggere la propria e altrui interiorità, non in base alle parole (spesso dette a sproposito e limitate nel manifestare la percezione della realtà interiore e del cosmo), ma in rapporto all’energia e alla presenza. Ciò comporta allenarsi a percepire ogni essere, animato o inanimato, connesso col proprio spazio vitale, con la propria energia, con le proprie risonanze emotive. La normalità è la chiusura in un recinto di chi teme i vasti orizzonti.
Il progetto Art Artist Therapy (AATH) rappresenta, a mio parere, una sintesi innovativa tra la psicologia clinica e il mondo dell’arte. I pilastri di questo progetto e i benefici che si possono ottenere possono essere sintetizzati nel modo seguente. L’AATH non è solamente un’arteterapia in cui un soggetto realizza qualcosa di artistico per esprimersi, per conoscersi meglio o per altri obiettivi specifici; in questo caso c’è anche un ribaltamento di prospettiva perché l’artista e la sua arte possono diventare un percorso interiore. Pertanto, vengono analizzate le modalità con cui l’artista utilizza la propria opera per gestire la propria pulsività, cioè il proprio vulcano interiore, e come può realizzare quella che io chiamo la totalmorfosi. Questa non è una semplice modificazione artistica, ma è un processo interiore radicale; rappresenta la mutazione integrale dell’essere che coinvolge simultaneamente corporeità, psiche, anima e spirito. È un atto che trascende i limiti imposti e sollecita a navigare verso orizzonti più espansi e a sperimentare nuove e creative connessioni con l’universo. L’artista può diventare, in tal modo, un modello di transustanziazione creativa e poetica, attraverso una danza creativa con la bellezza che può trasformare e dare un senso generativo pure al dolore o, addirittura, a una patologia.
L’opera diventa un ponte, un dispositivo per allargare le percezioni, scardinando i meccanismi mentali rigidi. L’integrazione tra psicologia e arte tramite l’AATH veicola diversi vantaggi terapeutici ed esistenziali:sblocco dei canali emotivi; ristrutturazione di traumi o di esperienze dolorose,perché tutto viene risignificato, cioè trasformato da peso morto in materiale creativo; aumento della flessibilità cognitiva tramite l’immersione in diversi e molteplici linguaggi artistici; drastica diminuzione dalla dipendenza dai giudizi propri e altrui; abbassamento dei livelli di ansia, anche quella da prestazione.
Inoltre l’AATH toglie la patina clinica dalla terapia e rende il percorso di guarigione un’esperienza vitale e gratificante. Una nota di metodo importante:l’AATH non serve a creare nuovi artisti, ma a utilizzare le potenzialità dell’arte per riscrivere la propria storia personale. L’incontro con l’opera d’arte può agire come un salutare shock che bypassa il rimuginio depressivo o ansioso, offrendo nuove prospettive di vita. L’applicazione dell’Art Artist Therapy nel trattamento di disturbi come l’ansia e la depressione non passa per una cura intesa come eliminazione del sintomo, ma piuttosto come una trasformazione del sintomo. Ecco come questo approccio agisce concretamente sulle dinamiche di due disturbi: l’ansia e la depressione. Se nell’ansia il cervello è bloccato in un loop di previsioni catastrofiche, l’arte opera come un dispositivo di interruzione, l’opera serve come un ancoraggio. Invece di proiettarsi in un futuro preoccupante e temuto, il soggetto viene stimolato a focalizzarsi sui dettagli materici e cromatici di un’opera, riportandolo al qui e ora. Nell’AATHanche l’errore può diventare una risorsa, quando un individuo crea qualcosa: non esiste l’errore, ma la transustanziazione dell’errore. Ciò scardina il perfezionismo patologico che spesso alimenta l’ansia.
Neltrattamento della depressioneva riattivato il desiderio, perché la depressione è spesso caratterizzata da un appiattimento emotivo, dalla carenza di vividezza e dalla perdita di colore per la vita. Per esempio, l’incontro con l’arte contemporanea, spesso provocatoria o intensa, serve a dare una scossa alla sensibilità intorpidita del depresso, riattivando una risposta emotiva vitale. Anche i grandi artisti hanno tradotto con efficacia e positività nelle loro opere ombre e disturbi interiori. Vedere il proprio dolore oggettivato in un’opera aiuta a circoscrivere un dolore, a osservarlo dall’esterno e a non legarlo a tutta la propria individualità.
Il laboratorio è lo spazio fisico dove avviene l’incontro e l’artista è la guida, che traccia la strada, spesso inconsciamente e simbolicamente. Nei laboratori di AATH non si propongono lezioni, ma esperienze immersive e anche di sana rottura; anche i vari ambienti utilizzati possono suggerire intuizioni e possibilità significative. L’artista non è un genio isolato e può diventare un compositore del caos da cui ognuno può imparare; è colui che ha già attraversato un abisso (ansia, follia, dolore) ed è risorto con un’opera in mano. Per esemplificare, io ho preso spunto dalle biografie di artisti come van Gogh, Munch, Bacon, Mirò, Chagall, Dalì, De Chirico e Magritte per dimostrare come un disturbo o addirittura un tratto patologico di personalità possano essere canalizzati e utilizzati a fini creativi.
Immergendosi in un’opera chiunque può constatare che qualcun altro ha provato il medesimo terrore o vuoto, riuscendo, però, a dargli una forma artistica e a gestirlo costruttivamente. In tal modo nessuno si sente solo e neppure anormale, anche il dolore e i traumi non sono vissuti come nemici da sconfiggere o segreti da nascondere, ma come materia prima da trasformare, da transustanziare.
In effetti, il trauma è una forma di energia congelata nell’interiorità e che continua a ripetersi dolorosamente perché non ha ancora trovato una via d’uscita soddisfacente o un nuovo significato: l’AATH può servire a scongelare questa energia. Il primo passo per non essere sommersi dal dolore è guardarlo dritto in faccia: l’artista non scappa dal buio, lo illumina, lo accende; il trauma non sparisce, ma può smettere di essere un blocco granitico. L’arte non è una fuga, ma un modo creativo, talora sublime, di attraversare l’inferno a testa alta. L’approccio dell’Art Artist Therapy ci ricorda che quando soffriamo non siamo solo rotti, ma siamo anche opere d’arte in divenire. L’AATH non è solo un metodo e una tecnica psicologica, ma una vera e propria filosofia di vita, è un cambio di prospettiva e di stile di vita per intravedere la propria bellezza che emerge dal caos.
Noi sappiamo più di quello che comprendiamo e l’arte serve proprio a questo: a farci sapere delle cose su noi stessi che la nostra parte razionale non ha ancora capito. L’opera d’arte funziona come uno specchio che consente di ri-nascere e diventare vividi.
Tante persone mi chiedono se si possa imparare a realizzare opere artistiche. Secondo me è possibile, a patto che ci si alleni con pazienza, con continuità e con una robusta motivazione. Si può imparare a estrarre il meglio della propria interiorità e a stimolare la parte più creativa della propria individualità. Non tutti possono diventare artisti affermati, ma tutti possono realizzare qualcosa di artistico nella propria esistenza. Non attuando corsi, bensì vivendo percorsi di esplorazione, viaggi di ricerca con apertura prospettica. Dato che esiste uno stretto rapporto tra evoluzione dell’artista e la produzione delle sue opere, ho realizzato e realizzo “analisi specifiche” di opere artistiche intrecciate alla biografia e al percorso esistenziale di un artista, anche di artisti emergenti.
L’Art Artist Therapy rappresenta un altro modo di gustare e di rivivere la personalità, la raffinata sensibilità e il percorso creativo di un artista connesso all’originalità delle proprie produzioni. Si delinea, pertanto, un cammino per scoprire il senso, la finalità, i sogni e i desideri dell’artista, coniugando le opere e le originali modalità espressive e comunicative con la specifica biografia esistenziale, conscia e inconscia.
Inoltre, quando la personalità dell’artista unisce la propria intelligenza emotiva con il sentimento sociale, l’arte diventa più connettiva (con nessi e significati nuovi) e diviene anche più comprensibile per chi ne fruisce. L’opera d’arte assume, in tal modo, finalità e significati sociali, sottolineando che ogni individualità è strutturalmente sociale, intimamente sociale. Nell’Art Artist Therapy un artista non viene presentato -come avviene spesso- con i dati anagrafici e la cronaca di episodi esistenziali, ma diventa maestro e guida che sollecita a vivificare l’esperienza di vita di ognuno con modalità espressive uniche e singolari. Le variegate e originali produzioni raccontano una storia, un’esperienza di trasformazione e di consapevolezza, quindi possiedono anche una valenza terapeutica.
È un altro modo di comprendere e di vivere l’artista assieme alle opere d’arte. Dietro -o accanto- a una produzione artistica pulsano il cuore, l’anima, lo spirito vitale dell’artista esi epifanizza anche l’inconscio profondo, l’inconscio poetico. L’arte non è solo un prodotto finale, ma la testimonianza di un percorso di crescita artistica, sia umana che spirituale. Per quanto mi riguarda si tratta di un’analisi correlata a un’esperienza empatica con l’arte altrui.
Concretamente, l’iter si articola a partire da un minimo di quattro incontri fino a un massimo di dieci o più, a libera scelta dell’artista in base alla propria motivazione e disponibilità a mettersi in gioco. In questi incontri si possono applicare diverse metodiche o focalizzarsi su alcuni vissuti pregressi (per esempio, analisi dei primi ricordi), test ad hoc, attività laboratoriali e dinamiche al fine di precisare le peculiarità originali dell’artista correlate alle opere realizzate. Più che spiegata o ragionata, l’arte va percepita e fatta risuonare dentro di sé, ecco perché mi capita spesso di concludere la mia analisi con una poesia che commenta le opere realizzate. La poesia, infatti, può potenziare, evocare e rendere manifeste in modo più incisivo le risonanze emotive e artistiche che l’artista mi ha fatto sperimentare.
Ben vengano altri autori motivati a ricercare altre forme per nutrire e far risuonare la propria empatia con un artista e le relative opere tramite la musica, la grafica, la pittura, la danza e il teatro; con rap e/o filastrocche, con lo humor, con narrazioni di metafore per bambini e/o adulti, con cartoni animati o quant’altro…
Grazie Davide di questa meravigliosa intervista e complimenti per la sua carriera artistica!
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