Il 17 ottobre 2025 esce “Il mestiere di dimenticarti”, la nuova raccolta poetica di Davide Uria, disponibile su Amazon. Dopo esperienze che hanno unito poesia, arte e divulgazione, l’autore torna alla scrittura lirica con un’opera che rappresenta una vera e propria svolta: un atlante emotivo in sei sezioni che attraversa dolore, assenza e fragilità, restituendoli con la precisione di un referto e la potenza di una metafora.
Abbiamo incontrato Davide Uria per parlare del libro, della sua poetica e del senso di questo nuovo cammino.
a cura della redazione
Davide, benvenuto su Che! Intervista e grazie per essere con noi. Il mestiere di dimenticarti segna una tappa importante del tuo percorso: come descriveresti questa raccolta a chi si accinge a leggerla per la prima volta?
Grazie a voi. Il mestiere di dimenticarti è una raccolta che nasce dalla volontà di rendere la poesia strumento di conoscenza, più che di semplice conforto. Chi la leggerà si troverà davanti a un lavoro che non racconta solo la perdita o la mancanza, ma le analizza, le misura e le osserva come materia concreta. La poesia diventa lente, strumento per indagare la fragilità, la solitudine e le pieghe più profonde dell’animo umano, accompagnando il lettore in un percorso di osservazione e riflessione senza facili consolazioni.
Il titolo rimanda a un gesto quotidiano, quasi artigianale: “dimenticare” come mestiere. Da dove nasce questa idea e come hai lavorato su di essa?
L’idea nasce dall’osservazione della memoria come pratica, non come fatalità. Dimenticare non è qualcosa che accade da solo: è un lavoro quotidiano, lento e ostinato. Ho voluto rendere questa dimensione artigianale del ricordo attraverso le immagini, le sezioni e le metafore, trasformando un gesto intimo in una disciplina poetica. La scrittura stessa diventa mestiere: esercizio costante, ricerca di precisione, attenzione alle sfumature della mancanza e della memoria.
Il libro è strutturato in sei sezioni che richiamano linguaggi scientifici e tecnici: architettura, fisica, archeologia, semiotica, chirurgia. Perché questa scelta e che ruolo hanno le metafore disciplinari nella tua scrittura?
Queste metafore nascono dalla necessità di dare ordine a esperienze emotive instabili. Linguaggi come l’architettura, la fisica o la chirurgia permettono di misurare l’invisibile, di osservare il dolore con rigore, senza edulcorarlo. Ogni disciplina diventa lente di osservazione: l’architettura restituisce equilibrio fragile, la fisica descrive la gravità del collasso emotivo, la chirurgia permette di sezionare ricordi e ferite. In questo modo, la poesia non è solo racconto, ma strumento conoscitivo, capace di trasformare l’esperienza interiore in materia tangibile.
In questa raccolta la poesia non consola né offre risposte facili, ma accompagna in un processo di scavo. Quanto è importante per te mantenere questa tensione tra intimità e rigore?
È fondamentale. Il rischio sarebbe quello di cedere a sentimentalismi superficiali o a sterile analisi intellettuale. La tensione tra intimità e rigore consente di restituire dignità all’esperienza emotiva, permettendo al lettore di abitare la ferita senza illusioni consolatorie. È un equilibrio delicato: i versi devono vibrare emotivamente, ma restare solidi nella struttura, capaci di guidare attraverso il caos senza perderne la profondità.
Il dolore e l’assenza diventano materiali da osservare, quasi oggetti di un museo interiore. Come riesci a trasformare emozioni fragili in immagini così concrete e tangibili?
Attraverso l’osservazione quotidiana e la disciplina della scrittura. Le emozioni diventano oggetti concreti quando le confronto con elementi tangibili: oggetti, architetture, strati geologici o strumenti scientifici. Questo passaggio dall’intimo al materiale consente di dare forma al silenzio, alla mancanza e alla fragilità. Ogni verso diventa piccola mappa del dolore, ogni immagine reperto di un’esperienza vissuta e studiata con attenzione.
Rispetto ai tuoi lavori precedenti, questa raccolta appare più essenziale, chirurgica. Quali differenze riconosci tu stesso nella tua evoluzione poetica?
C’è una maggiore disciplina formale e concettuale. In passato lasciavo che il flusso emotivo guidasse liberamente i versi; qui ho cercato di conciliare intensità e precisione. Ogni parola è scelta come fosse bisturi, ogni sezione come un laboratorio di osservazione. L’evoluzione sta nella capacità di dare forma rigorosa al sentimento senza sacrificare la sua vibrazione emotiva.
L’atto dello scrivere quotidiano, che ha dato vita al libro, somiglia a una disciplina. Quanto ha influito la costanza nella maturazione della raccolta?
La costanza è stata determinante. Scrivere ogni giorno mi ha permesso di osservare le sfumature del dolore, di raffinare le immagini e di restituire la complessità dell’assenza. Senza questo lavoro quotidiano molte immagini e metafore non sarebbero nate: la disciplina ha permesso alla poesia di trasformarsi in strumento analitico e al tempo stesso lirico.
La tua biografia intreccia poesia, arte e divulgazione. Quanto la tua formazione da artista visivo influenza il tuo modo di comporre versi?
Molto. Il mio approccio alla poesia è profondamente visivo: penso in termini di spazio, forma, architettura dei versi. Questo permette di costruire immagini emotive solide, scenari dove il lettore può muoversi tra forma e contenuto. Il disegno e le arti visive mi hanno insegnato a considerare il dettaglio, a modulare luce e ombra emotiva, a rendere palpabile ciò che è invisibile.
In un panorama contemporaneo spesso frammentato e veloce, quale pensi possa essere il ruolo della poesia?
La poesia serve a rallentare, a creare spazi di attenzione e ascolto. In un mondo che scorre veloce, ha il compito di restituire profondità e complessità all’esperienza emotiva, di trasformare il caos in forma comprensibile. È strumento di resistenza contro l’abitudine alla superficialità, capace di restituire valore a silenzi, mancanze e fragilità, e di offrire percorsi di conoscenza interiore.
Tra poesia, saggi d’arte e progetti editoriali, quale direzione senti più urgente da perseguire?
Per me, l’arte è sinonimo di libertà. Il disegno, la scrittura, la poesia, i saggi e i progetti editoriali sono tutte facce della stessa ricerca: ciascuno restituisce un pezzo di ciò che sono, del mio sguardo sul mondo. La poesia permette di indagare l’intimo con precisione lirica; il disegno e le arti visive danno forma concreta alle emozioni; i saggi offrono strumenti per comprendere e condividere. Nessuna di queste espressioni è separata dalle altre: insieme costituiscono una disciplina personale, un laboratorio continuo di libertà e conoscenza, dove sperimentare, riflettere e restituire il mondo con onestà e profondità. Tutte sono forme di osservazione e trasformazione, e tutte rispondono alla stessa urgenza: comprendere e restituire ciò che siamo, senza rinunciare alla libertà di esplorare ogni dimensione dell’esperienza.
Grazie Davide per il tempo e complimenti per tutto!
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