Attrice napoletana dalla presenza scenica intensa e dalla preparazione poliedrica, Debora Ostieri si sta imponendo con eleganza e determinazione nel panorama cinematografico e televisivo italiano. Dopo esperienze significative tra cinema, fiction e webserie, ha collaborato con registi del calibro di Gabriele Salvatores e Francesco Amato. Dotata di una formazione solida e continua, capace di spaziare dal dialetto napoletano a cadenze pugliesi e siciliane, con competenze che includono danza moderna, canto e padronanza di diverse lingue, Debora è oggi una delle interpreti più promettenti della sua generazione. In questa intervista, esploriamo il suo percorso artistico, la sua visione della recitazione e i sogni ancora da realizzare.
a cura della redazione
Benvenuta su Che! Intervista, Debora, è un piacere averti con noi! Partiamo dal principio: qual è stato il momento in cui hai capito che volevi diventare attrice?
Ciao e grazie! Ho iniziato a recitare un po’ per caso durante le scuole medie perché mio zio teneva un corso di recitazione a scuola. Non sapevo ancora fosse la mia vocazione, l’ho capito un po’ più avanti, verso i 15 anni, quando ho scelto di frequentare un corso di teatro nel mio paese, Vico Equense, sempre tenuto da mio zio e altri insegnanti. Anche con mia zia svolgevamo un percorso piuttosto introspettivo che legavamo al lavoro teatrale. Eravamo un gruppo di ragazzi coetanei che facevano teatro e crescevano insieme e per me è stato davvero importante in quella fase della mia vita e per la mia evoluzione. Penso sia stato un tassello fondamentale. Lì ho capito che avrei voluto fare l’attrice, perché attraverso la recitazione avevo la libertà di esprimere me stessa, la mia sensibilità e il mio mondo interiore, in un momento abbastanza complicato che è stato quello dell’adolescenza. Da lì in poi, una volta terminato il Liceo linguistico, mi sono formata attraverso accademie teatrali e cinematografiche, workshop con casting director e registi, ho iniziato a fare esperienze di set, fino ad arrivare ad oggi. Da allora non ho mai cambiato idea sul mio percorso e su cosa volessi fare nella vita.
Hai studiato tra Napoli e Roma, partecipando a corsi e workshop con registi e casting director. Quanto ha influito la formazione sulla tua crescita professionale?
Credo che la formazione sia molto importante, ma che non basti solo quella, come si suol dire occorre avere talento, bisogna essere portati, altrimenti tutto lo studio del mondo non basta. Per essere un bravo attore occorre che alla formazione si affianchi un profondo lavoro su se stessi. Come posso interpretare e immedesimarsi in un personaggio se prima non conosco a fondo me stessa? Imparare a cadere e rialzarsi, conoscendosi sempre meglio e sempre più. Farsi le ossa nella vita, come persone prima che come attori. È un lavoro molto difficile, ma necessario. Credo che le esperienze di vita contino molto in questo lavoro, essere a contatto con le proprie emozioni, conoscerle e saperle riprodurre al momento opportuno. Un attore deve conoscere ogni parte di sé, perché dentro abbiamo già tutto. Possiamo interpretare un Santo o un assassino iniziando già solo ad attingere da parti che sono dentro di noi, poi preparandosi è chiaro. Ci sono tecniche e metodi per affrontare un personaggio e se devo citarne alcuni per me molto validi sono la tecnica Chubbuck e il metodo Stanislavskij e un altro modo che trovo molto utile per interpretare un personaggio è essere abili osservatori, osservare le persone e imparare a rubare da loro: come parlano, come si muovono, rubare anche i minimi dettagli, perché potrebbe servire con un personaggio molto diverso da noi e trovo molto valido anche il lavoro sull’animale, poi è chiaro dipende dal tipo di personaggio che si va ad affrontare. La sola cosa che detesto è vedere un attore che recita senza verità. Infatti odio la parola “recitare”, per me dovrebbe essere sostituita con “vivere”.
Dal teatro alla televisione, passando per il cinema e il web: come affronti i diversi linguaggi e ritmi che ogni mezzo richiede?
Il linguaggio teatrale e quello televisivo e cinematografico sono molto differenti. Io prediligo la recitazione cinematografica perché più naturale e vera, non che a teatro non lo sia, ma appunto sono due linguaggi diversi quindi anche la recitazione va adattata. A teatro bisogna “portare” la voce, mentre al cinema questo compito spetta ai microfoni nascosti sotto i vestiti. A teatro i gesti sono molto amplificati, mentre al cinema c’è la camera che coglie ogni minimo dettaglio. Per questo sento il cinema più in linea con la mia visione di recitazione. Preferisco il cinema e il set senza dubbio.
Hai preso parte al film Napoli New York di Gabriele Salvatores. Com’è stato lavorare con un maestro del cinema italiano?
Lavorare con Gabriele Salvatores è stato un grandissimo onore. È stata la mia prima esperienza cinematografica ed è stata di altissimo livello. Sono stati tre mesi di riprese molto intensi. Abbiamo girato a Triste, in Croazia, poi a Napoli e infine a Roma, all’interno di Cinecittà. In Napoli New York sono stata la acting coach dei due piccoli attori protagonisti e ho interpretato anche un piccolo ruolo. Gabriele è davvero una persona gentile e attenta, oltre ad essere un grande regista. Poi avere Favino sul set è stato molto emozionante e stimolante. All’inizio non riuscivo nemmeno a parlare…poi mi sono sciolta!
Nelle fiction “Filumena Marturano” e “Mina Settembre 2”, hai interpretato ruoli che richiedono grande aderenza alla realtà. Quanto conta per te il radicamento territoriale nella recitazione?
Sono molto legata alle mie origini partenopee. Sento una forte identità napoletana che per interpretare i ruoli in Mina Settembre e Filumena Marturano è stata molto utile. Mi rendo conto, però, che può diventare un limite qualora si volesse ampliare il proprio campo d’azione. Continuo infatti a praticare la dizione per non essere “intrappolata” solo nei ruoli da napoletana, anche se ammetto che la cosa non mi dispiace affatto, perché amo il mio dialetto, Napoli e i napoletani e prendere parte a prossimi progetti territoriali mi renderebbe molto orgogliosa.
Parli fluentemente spagnolo e conosci altre lingue, oltre ad avere una gamma vocale e fisica molto ampia. Quanto contano per un’attrice oggi queste competenze trasversali?
Ovviamente più competenze si hanno più si è aperti e pronti a possibilità di lavoro. Lo spagnolo è una lingua che amo tantissimo e sarei felicissima di poter recitare in spagnolo un giorno, sarebbe davvero un sogno, chi lo sa! Per quanto riguarda il canto ho intrapreso un percorso di studio poiché, oltre al lavoro di attrice e acting coach, scrivo canzoni! Per ora ne ho pubblicata solo una, in spagnolo appunto, dal titolo “Yo no sé qué decirte” che potete ascoltare su youtube, spotify e tutte le piattaforme digitali! Ma a brevissimo ne registrerò delle altre in italiano e napoletano con la mia etichetta discografica “Adam records”, sono molto emozionata! Le canzoni parlano di temi molto importanti come la violenza sulle donne, i disturbi legati all’ansia e ovviamente l’amore, in tutte le sue forme. Di amore parlo anche nella mia raccolta di poesie dal titolo “Tre volte amore”, pubblicata dalla mia casa editrice “Pav edizioni”, che potete ordinare in tutte le librerie, su amazon o dal sito della casa editrice. E per tornare alla domanda, sì: più competenze, più abilità, più versatilità equivalgono a più lavoro, almeno in teoria, speriamo! Intanto tutte queste cose mi arricchiscono e mi rendono soddisfatta e già va bene così!
La danza moderna e il canto sono tra le tue skills artistiche. Ti piacerebbe cimentarti in un musical o in un progetto che unisca tutte queste espressioni?
Sarebbe bellissimo! Mi sarebbe piaciuto frequentare una scuola di musical, ma poi ho scelto altre strade. Unire il canto, la recitazione e la danza sarebbe una grande sfida e io amo le sfide! Lo farei assolutamente!
I cortometraggi e le webserie spesso rappresentano un laboratorio creativo per gli attori. Che importanza hanno avuto per te questi formati?
Ho girato vari corti tra cui uno con l’Accademia delle belle arti di Napoli in collaborazione con la Rai, tratto dalla novella di Salvatore di Giacomo “Le bevitrici di sangue”, il corto invece si intitola “Sete”, dove ho interpretato una madre severa e austera, un personaggio molto lontano da me, è stato un bellissimo progetto. In generale sì, sono stati molto importanti e formativi e ne farei degli altri.
Il tuo percorso dimostra una forte determinazione e una costruzione progressiva della carriera. C’è un ruolo, un genere o un regista con cui sogni di lavorare?
Di determinazione ammetto che ne ho da vendere! E questo mi ha aiutato ad affrontare i momenti più difficili. Ho sempre pensato che piano piano, a piccoli passi, con disciplina, impegno, audacia e amore per il proprio lavoro, le cose arrivano e continuo a pensarlo, perché poi effettivamente sono arrivate e ne arriveranno delle altre. Mi piacciono i ruoli duri e crudi: mi piacerebbe interpretare una donna con una vita difficile, una Charlize Theron in “Monster” per rendere l’idea, qualcosa del genere. Adoro piangere durante una scena, quando su un copione leggo “inizia a piangere” sono felicissima, perché ho una sensibilità davvero a fior di pelle e arrivo subito a toccare le corde giuste, scritturatemi! Ma adoro anche la commedia e ho una personalità molto comica, quindi mi piacerebbe anche il genere commedia. Per quanto riguarda i registi ce ne sarebbero! Da Sorrentino a Garrone, Martone, Cupellini, ma anche Genovese, Muccino, Amelio, Pondi. Ce ne sono davvero tanti e tante, dovrei fare un elenco! Il film italiano che più ho apprezzato e mi ha colpito quest’anno è stato “Il tempo che ci vuole” di Francesca Comencini, ma anche la serie “L’arte della gioia” di Valeria Golino. Anche interpretare questi due personaggi femminili, profondi e complessi, mi avrebbe davvero entusiasmato.
Quali progetti stai preparando e cosa ti auguri per i prossimi passi nel tuo viaggio artistico?
Per ora sono impegnata principalmente con la musica, poiché è un progetto al quale tengo molto e non vedo l’ora di terminarlo! È una cosa mia, che faccio principalmente per me, senza troppe pretese e questo mi permette anche di non avere una determinata aspettativa o essere legata a un risultato finale, ma ci tengo davvero tanto. Per il resto ho dei progetti in cantiere come attrice e acting coach, dei quali però non posso ancora parlare!
Mi auguro che la mia carriera, dopo tanto tempo, dedizione e sacrifici, possa finalmente decollare, perché è ciò che desidero e che mi rende davvero felice.
Grazie di cuore per l’attenzione e il tempo dedicatomi.
Grazie a te Debora e complimenti per la tua carriera artistica!
Per saperne di più visita:
Facebook | Instagram
Se apprezzi il nostro lavoro, IL TUO CONTRIBUTO è importante
Ogni storia è unica! RACCONTACI LA TUA! Contattaci adesso!

