Demider “Posto sicuro”: fragilità, cura e il coraggio di ridefinire cosa significa essere uomo

Con Posto sicuro, Demider affronta uno dei nodi più delicati della propria generazione: il rapporto tra mascolinità, vulnerabilità e bisogno di proteggere le persone che si amano. Il brano nasce dall’esperienza concreta di chi ha visto amici cadere, partire, subire violenza, e ha dovuto fare i conti con il limite più difficile da accettare: non sempre voler aiutare significa poterlo fare. Tra hip hop, R&B e una scrittura intima, l’artista bolognese ribalta l’idea tradizionale dell’“uomo forte”, raccontando invece la possibilità di tremare, piangere e lasciarsi consolare senza sentirsi meno uomo.

a cura della redazione


Benvenuto Demider, e grazie per essere con noi. Posto sicuro è un brano molto personale: da quale urgenza nasce questa canzone?
Grazie a voi! Avevo quasi bisogno di una boccata d’aria fresca. Posto sicuro nasce dal bisogno di uscire dal mio “posto sicuro”, da un modo di vivere la paura che, nel tempo, mi ha portato sempre di più a chiudermi.
Sto cercando di farlo sempre di più attraverso qualcosa che mi spaventa: invece di rifugiarmi, voglio espormi; invece di chiudermi in me stesso, voglio mostrare le mie fragilità e raccontare agli altri ciò che mi fa paura. Sto capendo sempre di più che è proprio questo dialogo a farci crescere come persone, a migliorarci come individui e a renderci più disponibili nei confronti del prossimo.

Nel testo scrivi: “Sono stanco di ’sta storia che essere uomo sia sinonimo di diventare grande sminuendo gli altri”. Quanto sentivi il bisogno di mettere in discussione un certo modello di mascolinità?
Ultimamente sono profondamente stanco del fatto che i prepotenti possano fare praticamente quello che vogliono impunemente e che, spesso, sia solo quando qualcuno si ribella che arrivino delle conseguenze, peraltro contro chi si è ribellato. È come se ci fossimo abituati al fatto che, se uno è stronzo, te lo devi far andare bene, ma se poco poco gli rispondi, sono cazzi tuoi.
Penso che questo modello abbia le sue radici anche in un concetto piuttosto mascolino di dominanza, e credo che sia qualcosa che andrebbe cambiato. Questa idea per cui, se sei uomo, devi cercare di abbattere gli altri per dimostrare di essere più forte, ma una forza intesa principalmente come capacità di sopraffare, la trovo aberrante e assolutamente fuori luogo.
Abbiamo lasciato le caverne un po’ di tempo fa, ma non tutti hanno ancora ricevuto la notizia.
Per me era importante esprimere il mio punto di vista da uomo sulla mascolinità. Sono stanco del fatto che debba esserci una paura, per quanto giustificata, nei confronti del mio genere, tanto che a volte ho paura anch’io di quello che potrei fare, come se fossi stato condizionato a dover essere cattivo, prepotente, dominante. Io non voglio essere così. Mi rifiuto di esserlo.
Ho i miei difetti, ovviamente, come tutti, ma l’idea che essere un uomo significhi essere costantemente dominante, emotivamente incapace di esprimersi, pronto a sopraffare e a fare del male, soprattutto nei confronti della figura femminile, per me è inaccettabile. Questo non è un uomo, è una bestia.
Penso che abbiamo profondamente sbagliato il paradigma di quello che dovrebbe essere un “uomo vero”. È un paradigma legato a un retaggio vecchio e, probabilmente, sbagliato fin dal principio.

Nel brano compaiono storie reali di persone vicine a te: un amico costretto a lasciare il proprio Paese, un altro che subisce una violenza, il ricordo di tua nonna legato a un campo profughi. Quanto è stato difficile trasformare esperienze così delicate in musica?
È sempre complicato esporsi. Ci ho messo un po’ a scrivere il testo, perché prima di tutto stavo cercando di mettere in fila le idee su questi argomenti e poi di trovare le parole giuste per raccontarle. Spero di esserci riuscito.
La parte più complessa, però, è stata l’inizio. Quando le idee hanno iniziato a collegarsi tra loro, è diventato mano a mano più facile parlarne e la paura di espormi è stata sostituita dal bisogno di esprimermi su tematiche così importanti per me.

Per molto tempo hai associato l’idea di essere forte alla capacità di proteggere gli altri. Quando hai capito che esserci per qualcuno non significa necessariamente riuscire a salvarlo da tutto?
In realtà temo di non averlo ancora capito del tutto. È ancora un tasto dolente per me, sul quale sto cercando di lavorare.
L’idea che le persone a cui tengo possano essere ferite è estremamente difficile da gestire, ma so anche che sono persone in grado di cavarsela e che devo accettare di non poterci essere sempre e, a malincuore, sapere che a volte non c’è assolutamente niente che io possa fare.
Uno dei modi in cui sto cercando di ribaltare questa preoccupazione è descritto molto bene da una frase di Strappare lungo i bordi di Zerocalcare, quando, raccontando di una sua amica incastrata in una relazione tossica, dice: “devi fare qualcosa”, ma quel qualcosa non è la “schicchera di testosterone”: è starle vicino e supportarla in un momento difficile.
Di nuovo, quindi, spostare l’attenzione dalla reazione offensiva diretta a un desiderio di cura, costruendo uno spazio in cui la persona vittima di un qualsiasi tipo di abuso possa sentirsi ascoltata e capita.

La donna a cui ti rivolgi nel brano ribalta completamente il ruolo che pensavi di dover avere: sei tu a volerla proteggere, ma è lei ad accarezzarti quando piangi. Quanto è stato importante raccontare questo rovesciamento?
Anche questa immagine, per me, è molto importante. Andare d’accordo con le proprie emozioni credo sia una delle cose più difficili per noi esseri umani e, quando diventano troppo forti o sono state imbottigliate per troppo tempo, diventano ancora più difficili da gestire.
Io odio piangere. Non mi piace, mi fa sentire estremamente male. Però diventa qualcosa di molto più accettabile quando lascio andare tutto con la persona che amo.
Alla fine dei conti, vorrei proteggerla dal mondo, ma è poi lei a proteggermi da me stesso. C’è quasi un’ironia di sottofondo in questa cosa, e proprio per questo mi sembrava importante raccontarla.

Il “posto sicuro” del titolo nasce come rifugio, ma finisce anche per diventare uno spazio che può bloccare e alimentare la paura. Che rapporto hai avuto personalmente con questa idea di protezione?
Mi sono reso conto che più ci si nasconde, meno si parla di come si sta e più diventa facile continuare a farlo; allo stesso tempo, però, diventa sempre più difficile il confronto con il prossimo.
A un certo punto ho iniziato a sentirmi come se fossi sempre dietro a un vetro, come se guardassi la vita passarmi davanti e, per quanto abbracciassi i miei cari, ci fosse sempre un velo, qualcosa che li tenesse a un soffio di distanza da me.
Accettare di poter soffrire e iniziare a condividere anche gli aspetti più brutti e quelli che più ci spaventano del nostro mondo interiore mi sta facendo sentire più vicino a tutti loro.
Quel velo, quella divisione, non sono ancora riuscito a toglierli del tutto, ma poco alla volta vedo dei progressi. A fatica, sto cercando di uscirne.

Hai raccontato di aver iniziato a parlare delle tue paure proprio perché condividerle sembrava ridurne il peso. Quanto la scrittura musicale è diventata per te uno strumento per affrontare ciò che prima tendevi a gestire da solo?
La scrittura musicale è stata, ed è tuttora, forse lo strumento più forte che ho per gestire e affrontare tutto ciò che sento dentro.
È quasi un processo catartico. Prima ho detto che non mi piace piangere, ma spesso mi capita di mettermi al piano o alla chitarra, iniziare a tirare fuori la voce e le parole e sentire gli occhi che si fanno lucidi.
È un modo per dare uno sfogo a tutte le sensazioni che ho imbottigliato per tanti anni e che ho lasciato lì, senza sapere bene cosa farne. Adesso sto cercando un modo sano per farle uscire, poco a poco e senza fretta, perché quella paura di perderci un po’ la testa ogni tanto ce l’ho ancora.

Nel ritornello compaiono riferimenti a Klimt e Magritte. Come sono entrate queste immagini pittoriche dentro una produzione hip hop e R&B e che funzione hanno nel racconto?
Premetto che non sono un critico d’arte, quindi il mio parere lascia un po’ il tempo che trova, ma nell’immagine del bacio vedevo soprattutto il tema dell’unione e della condivisione.
Quella di Klimt è sicuramente una figura molto usata, ma mi piaceva comunque inserirla nel brano sia per una questione di suono, mi piace il modo in cui si sposa con la base, sia per quello che rappresenta.
Magritte invece è un po’ diverso. Ricordo di aver visto alcuni dei suoi quadri e in molti c’era un velo. Da lì, anche per una questione metrica, mi è venuta la frase “togli i veli di Magritte”, che per me rappresenta anche l’idea di cambiare il proprio modo di vedere il mondo e iniziare a guardarlo diversamente.
Mentre scrivevo ho fatto anche un po’ di ricerca, proprio per essere sicuro di non ricordarmi male alcune cose. Ho letto da qualche parte, e purtroppo non ricordo la fonte, quindi la prendo con cautela, che Magritte utilizzava i veli sui volti anche in relazione a un trauma infantile: aveva visto una persona morta per annegamento con il volto coperto da un velo. Anche per questo mi sembrava che legare il togliere i veli alla catarsi e al cambiare la propria visione fosse appropriato.

Musicalmente il brano nasce da un sample di chitarra poi riarrangiato da Federico “Ash” Ascenzi. Come avete lavorato per trovare un suono capace di sostenere un testo così intimo senza appesantirlo?
Ultimamente le nostre canzoni si stanno spostando sempre di più verso il pop, sia dal punto di vista delle sonorità sia per quanto riguarda l’arrangiamento e gli aspetti tecnici della produzione. Stiamo arrivando a costruire strumentali piuttosto complesse, con molti strumenti a cui si aggiungono diverse registrazioni di voce principale e backing vocal.
Questa volta, invece, abbiamo deciso di essere molto più minimalisti: meno voci, meno strumenti, meno effetti e un arrangiamento più lineare.
La base fa da culla e da supporto alla voce e al testo, invece di essere parte integrante della narrazione, come spesso facciamo su brani che, per quanto possano essere emotivi, hanno contenuti molto più leggeri.

Con Posto sicuro, quale idea di forza e di cura vorresti lasciare a chi è cresciuto pensando di dover essere sempre quello che non trema?
Tutti vacillano, a volte. In certi casi siamo noi ad aprire la strada, in certi casi è qualcun altro.
Penso che la cosa più importante sia realizzare che, quando si ha qualcosa in più (che sia forza, sicurezza o qualsiasi altra cosa) bisognerebbe cercare di prendersi cura del prossimo e non di sopraffarlo.
Ma soprattutto, quando vacilliamo, è okay anche appoggiarsi a qualcuno a cui teniamo e condividere con quella persona come stiamo. Credo che le paure vivano molto bene nelle nostre ombre, nascoste tra le insicurezze e i dubbi; nel momento in cui, invece, facciamo chiarezza e portiamo luce su ciò che ci turba, perdono terreno, o almeno ne perdono buona parte.
Quindi non abbiate paura di avere paura. Tutti ce l’hanno.
Se siete in grado di aprire la strada, fatelo. Ma se ogni tanto avete anche voi bisogno di fermarvi e riposare, fatelo. Soprattutto, cercate di dire come state. Non chiudetevi: non aiuta nessuno.

Grazie Demider e complimenti per la tua carriera artistica!

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