Un romanzo intimo e coraggioso che scandaglia le ferite e i fili invisibili della genealogia femminile
Con Di madre in figlia, Concita De Gregorio firma un romanzo che ha il passo del memoir e il respiro del grande racconto generazionale. Un’opera intensa, vibrante, che affonda le radici nel terreno instabile e fertile delle relazioni familiari, e lo fa con la delicatezza e l’onestà narrativa che da sempre contraddistinguono la penna della scrittrice e giornalista toscana.
a cura della redazione
Protagoniste di questa storia sono tre donne – Marilù, Angela e Adelaide – appartenenti a tre generazioni diverse e distanti non solo per età, ma per visione del mondo, codici affettivi e ferite mai sanate. Marilù, ex icona di un femminismo libero e scomposto, vive oggi isolata su un’isola che è tanto reale quanto metaforica: un luogo di solitudine, ma anche di resistenza e memoria. Angela, sua figlia, è il frutto inquieto di quella stessa libertà: una donna razionale, ipercontrollata, che guarda alla madre con un misto di soggezione e rabbia. E poi c’è Adelaide, detta Adè, nipote adolescente cresciuta nell’era digitale, sradicata dalla concretezza, spaesata nel corpo e nel tempo.
Quando Angela, con riluttanza, affida la figlia a Marilù per tre mesi, si attiva una dinamica relazionale che è insieme scontro e occasione. La sottrazione del cellulare – gesto apparentemente autoritario da parte della nonna – diventa la chiave di una narrazione sospesa, in cui il silenzio, la distanza e l’ascolto guadagnano centralità. È nel vuoto lasciato dalla connessione interrotta che si fa spazio il racconto, la scoperta, il cambiamento.
La De Gregorio costruisce la trama con un ritmo sommesso ma denso di sottotesti, affidandosi a una lingua misurata, essenziale, che non indulge nella retorica ma sa colpire con precisione chirurgica. Le descrizioni dell’isola, della casa, dei dialoghi spezzati tra le protagoniste sono punteggiate da una malinconia luminosa, quasi cinematografica. E mentre le giornate scorrono, tra gesti quotidiani e silenzi pesanti, la relazione tra nonna e nipote si modella, si riconosce, si trasforma.
Un ruolo centrale lo gioca il non detto: c’è un segreto che aleggia nella storia familiare, una frattura che si insinua tra le pagine senza mai farsi completamente parola. Ma è proprio in questa sospensione che il romanzo trova la sua forza emotiva: Di madre in figlia non offre risposte facili né pacificazioni forzate, bensì un realismo affettivo che restituisce la complessità dell’amore materno e filiale, sempre diviso tra bisogno e rifiuto, protezione e distanza.
Concita De Gregorio, forte di un vissuto umano e professionale profondamente legato alle storie delle donne, offre qui un libro che è anche una riflessione lucida e poetica sull’eredità emotiva, sulla possibilità di interrompere le catene del dolore, e sull’arte difficile – ma possibile – del perdono.
Per saperne di più visita: lafeltrinelli.it
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