Nel suo nuovo romanzo “Quando fuori è buio” (Fandango Libri, 2025), Flavio Nuccitelli mette a nudo la generazione che non ha scelto di diventare grande. Con uno sguardo lucido e una scrittura essenziale, l’autore romano torna in libreria dopo Frenesia per raccontare, con profondità e pudore, la fatica di esistere in un tempo che ha smesso di offrire certezze. Quattro protagonisti, quattro traiettorie esistenziali che si incrociano in una Roma stanca ma ancora capace di interrogare. Lo abbiamo incontrato per approfondire i temi, le intenzioni e le domande aperte di questo romanzo corale e necessario.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Flavio. “Quando fuori è buio” è un titolo evocativo, che suggerisce un clima esistenziale più che meteorologico. Da dove nasce questa immagine e cosa rappresenta per te “il buio”?
Grazie a voi per ospitarmi e dare spazio al mio nuovo romanzo.
“Quando fuori è buio” è il momento in cui non siamo visti e possiamo allentare le difese, calare la maschera che portiamo durante il giorno per attraversare la società, maschera che può somigliarci o no, che può essere più o meno spessa, ma che ci consente di fare un compromesso sociale.
Al buio possiamo permetterci di desiderare con una parte più profonda di noi, possiamo dirci la verità su noi stessi e sui nostri desideri, se non ci siamo concessi di farlo nella parte “diurna” della nostra vita.
Per me, personalmente, il buio ha sempre rappresentato uno spazio che prendevo per me, è il momento in cui tutti dormono, il rumore delle macchine cessa e l’aria si fa sospesa, ho sempre studiato la sera tardi e ancora oggi, quando devo scrivere, preferisco farlo dopo cena.
Il tuo romanzo dà voce a una generazione che sembra vivere in apnea, compressa tra aspettative esterne e un’identità ancora in costruzione. Quanto c’è di autobiografico in questa narrazione?
In questo romanzo ho cercato di mettere la realtà che mi circonda e che attraverso quotidianamente, tra coetanei, colleghi, amici, amiche e conoscenti; persone che hanno la mia stessa età e hanno fatto un percorso completamente diverso dal mio, persone che hanno più stabilità di me o che sono più precarie, persone che hanno scelto di vivere in un’altra città o in un altro paese.
I trent’anni sono un’età complessa, che noi stiamo vivendo in un’epoca storica particolarmente complessa.
Filippo, Giulia, Michele e Chiara: quattro voci, quattro solitudini. Come hai costruito l’equilibrio tra le loro storie? E come sei riuscito a renderle così credibili, così prossime al lettore?
Vi ringrazio per averle trovate credibili e prossime ai lettori/lettrici, vuol dire che è possibile immedesimarcisi e sentirli vicini, magari ritrovarci qualcuno che si conosce o con cui si è fatto un pezzo di strada insieme, che era quello che speravo quando gli davo corpo.
In parte immagino sia dovuto alla mia formazione di sceneggiatore, che ti impone di costruire personaggi che dovranno essere personificati e quindi non possono essere soltanto di carta, dall’altra ha a che fare con l’aver ascoltato e osservato molto le persone che ho intorno.
In un passaggio del libro si avverte forte la sensazione di essere “rimasti indietro rispetto a ciò che si era immaginato”. È una condizione che senti condivisa da molti coetanei? Cosa, secondo te, ha contribuito a questa frattura tra sogni e realtà?
La nostra generazione, i cosiddetti millennials, sono diventati adulti attraversando una delle crisi economiche più gravi della storia, i cui strascichi permangono ancora oggi, poi una crisi ambientale, una pandemia e, oggi, il riaccendersi di conflitti globali.
Abbiamo capito fin da subito che riuscire a rendere realtà un tuo sogno non è una cosa che ha sempre a che fare soltanto con le tue possibilità.
Il romanzo parla di precarietà, ma anche di silenzi, pudori, resistenze interiori. Quanto è difficile raccontare l’invisibile senza cadere nella retorica?
Diciamo che, più in generale, è importante riuscire raccontare senza cadere nella retorica, specialmente in un momento in cui si pubblicano o si producono così tante storie. La sfida è cercare di raccontare qualcosa che sia più vero possibile, almeno per te, senza la ricerca di compiacere qualcuno a tutti i costi.
Nei silenzi, in quello che non si vede, si nascondono le cose più interessanti, però bisogna prendersi il tempo per ascoltarle e soprattutto farlo senza giudizio.
La città di Roma, pur restando sullo sfondo, ha un ruolo importante: è spazio fisico e metaforico delle possibilità mancate. Che rapporto hai con la tua città? E quanto ha influenzato la scrittura del libro?
Sono nato e cresciuto a Roma, poi a un certo punto sono andato via perché sentivo il bisogno di vedere che cosa c’era fuori da qui: sono stato qualche anno in una città molto lontana e molto più grande, New York, e poi qualche anno in una città molto più piccola, Torino. Ho amato entrambe, ma ho capito che non c’è altro posto al mondo dove voglio stare se non Roma.
Per essere vissuta, però, Roma ti chiede in cambio tutto te stesso, è una presenza che si impone in maniera importante, non puoi evitarla e questo fa sì che entri inevitabilmente nelle storie che scrivo.
Le tue esperienze come sceneggiatore e story editor si sentono nella struttura narrativa: c’è ritmo, ma anche attenzione ai dettagli. Come dialogano, per te, scrittura narrativa e scrittura per lo schermo?
Vi ringrazio per questo. La mia formazione è sicuramente narrativa, ma è principalmente cinematografica, quindi per me le due scritture sono strettamente connesse, scrivo su carta le immagini che vedo nella testa, forse è per questo che scrivo così.
In un momento in cui l’editoria italiana sembra spesso preferire narrazioni consolatorie, tu scegli di raccontare il disagio con onestà e misura. Che reazione speri possa suscitare “Quando fuori è buio” nei lettori?
Spero solo sia una storia nella quale ci si possa riconoscere, a prescindere dall’età che si ha al momento della lettura. È un libro che racconta le speranze, i desideri e le frustrazioni di quattro persone che hanno trent’anni oggi, ma penso che alcuni istinti, alcune sensazioni di attesa, di impotenza e di curiosità verso il futuro che sta arrivando o l’attrazione verso quello che non conosciamo travalichino le generazioni e ci appartengano a un livello collettivo.
Molti romanzi sulla “generazione perduta” cedono al cinismo o al disincanto fine a sé stesso. Il tuo, invece, conserva una forma di resistenza silenziosa, quasi una speranza implicita. Era una scelta consapevole?
Sì. La vita vada avanti nonostante tutto e questo è brutale, perché sai che non c’è scampo, ma è anche consolatorio, le cose si muovono e vanno avanti, anche quando non hai la forza di farle muovere tu.
Se dovessi racchiudere in una frase l’essenza di questa storia – e forse di un’intera generazione – quale sarebbe? E secondo te, esiste ancora un modo per diventare grandi senza sentirsi sconfitti?
Si diventa grandi in ogni caso, se si trova la forza di dirsi la verità su se stessi c’è la possibilità che si diventi un adulto migliore.
Grazie Flavio per il tuo tempo e complimenti per la tua carriera!
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