“Diario di un’artista”: Teresa Coratella tra arte, fragilità e trasformazione

Ci sono esperienze che sembrano resistere alle parole e chiedono altri linguaggi per poter emergere: un gesto, un colore, una materia, un suono. Da questa idea prende forma Diario di un’artista, il documentario diretto da Gabriel Cash che sarà presentato il 5 ottobre 2026 all’Università Roma Tre. Il progetto attraversa arte contemporanea e arteterapia, mettendo in relazione creatività, vissuto personale e trasformazione attraverso le testimonianze di Teresa Coratella, Tony Esposito, Giancarlino Benedetti Corcos, Adelaide Innocenti e Rossana Coratella, con un’intervista inedita ad Antonio De Crescenzo.
Non un semplice racconto sull’arte, ma un percorso che usa l’arte stessa come strumento per leggere fragilità, memoria e possibilità di rinascita.

a cura della redazione


Benvenuti Gabriel Cash e Teresa Coratella, e grazie per essere con noi. Diario di un’artista nasce dall’incontro tra arte contemporanea e arteterapia: quale esigenza ha dato origine a questo progetto?
Gabriel Cash: Grazie a voi! Diario di un’artista nasce dall’esigenza di raccontare il processo creativo non come un semplice atto estetico, ma come un vero e proprio percorso di svelamento e guarigione. L’incontro con Teresa Coratella e con la sua visione dell’arteterapia ha mostrato chiaramente che c’era una storia da narrare che andava oltre la tela: la necessità di documentare come l’espressione artistica possa diventare uno strumento terapeutico e di trasformazione interiore, visibile e condivisibile.
Teresa Coratella: Per me l’esigenza primaria era quella di restituire all’arte la sua funzione catartica e sociale. Spesso l’arteterapia viene percepita solo nell’ambito clinico o pedagogico, mentre l’arte contemporanea viene talvolta vista come elitaria o distante. Con questo progetto abbiamo voluto unire i due mondi: mostrare come la traccia artistica, il gesto e la scrittura autobiografica permettano di dare forma e voce a ciò che spesso rimane sommerso, trasformando il vissuto personale in un’esperienza collettiva di cura e condivisione.

Il documentario parte dall’idea che esistano esperienze che le parole non riescono a raccontare fino in fondo. In che modo l’arte riesce a dare forma a ciò che spesso resta senza nome?
Teresa Coratella: L’arte agisce esattamente dove il linguaggio verbale si ferma o trova un ostacolo. Le parole spesso usano filtri logici e difese razionali; la materia artistica — che sia il colore, il segno grafico, la manipolazione della ceramica o il gesto performativo — parla invece una lingua primaria, simbolica ed emotiva. Quando ci si trova di fronte a un vissuto complesso o a un trauma, non sempre si hanno i termini giusti per descriverlo. Attraverso il processo creativo, l’emozione trova un’immagine, una forma tangibile al di fuori di sé. Darle una forma significa poterla guardare, riconoscerla e, infine, integrarla: è così che ciò che non ha nome smette di fare paura e diventa narrazione di sé.

Gabriel, la macchina da presa entra nei luoghi della creazione e segue gli artisti nei loro gesti quotidiani. Che tipo di sguardo registico hai scelto per evitare un racconto puramente descrittivo dell’arte?
Gabriel Cash: Ho scelto uno sguardo immersivo e partecipativo, lontano dalla freddezza del classico documentario d’osservazione. Ho cercato di far entrare la macchina da presa nel flusso emotivo del gesto creativo, sui dettagli dei materiali che si trasformano, sul respiro, sul contatto fisico tra le mani e la materia, e sulle pause dell’artista. Non mi interessava mostrare cosa stessero realizzando, ma cosa stesse accadendo dentro mentre lo facevano.

Teresa, il tuo percorso attraversa pittura, performance, progetti pubblici e numerose esperienze espositive. Quanto il vissuto personale entra nel processo creativo e quanto, invece, l’opera prende una direzione autonoma?
Teresa Coratella: Il vissuto personale è la matrice originaria, l’innesco emotivo senza il quale non ci sarebbe necessità di creare.  Durante il processo creativo avviene un passaggio fondamentale: l’opera comincia a respirare di luce propria e a stabilire le sue regole. Il segno e lo spazio richiedono risposte che vanno oltre la mia intenzione iniziale. È un vero e proprio dialogo a due, in cui a un certo punto bisogna saper fare un passo indietro e lasciar fare all’opera. Quando l’opera prende la sua direzione autonoma, si compie la magia dell’arteterapia e dell’arte contemporanea: ciò che è nato come un’esperienza strettamente personale e intima si spoglia dell’ego e diventa un archetipo, una forma universale in cui chiunque guarda può ritrovare un pezzo della propria storia.

Nel documentario convivono pittura, musica, ceramica, performance e poesia. Che cosa accade quando linguaggi artistici così diversi vengono messi in relazione con fragilità ed esperienza individuale?
Accade che la fragilità smette di essere un limite e diventa uno spazio di risonanza. Quando una persona porta il proprio vissuto interiore all’interno di un solo linguaggio, rischia di trovarsi bloccata se quel canale specifico non gli appartiene; mettere in dialogo pittura, ceramica, performance, musica e poesia significa offrire una pluralità di porte d’accesso al proprio mondo emotivo. La ceramica, ad esempio, richiede il contatto fisico con la terra, la manipolazione e l’accettazione dell’imperfezione; la pittura libera la carica del gesto e del colore; la poesia e la parola autobiografica danno forma al pensiero; la musica e la performance mettono in vibrazione il corpo nello spazio. Quando questi linguaggi si intrecciano, la fragilità individuale viene accolta da una trama complessa e tridimensionale: ciò che non trova espressione nella forma plastica può emergere nel suono o nel segno grafico. È una vera e propria polifonia espressiva che permette di ricomporre i frammenti dell’esperienza personale in un’opera corale, dove la vulnerabilità si trasforma in forza generativa.

Il progetto insiste molto sulla trasformazione: non solo estetica, ma anche personale. In che modo il processo creativo può diventare uno spazio di ascolto e consapevolezza?
Teresa Coratella: Il processo creativo diventa uno spazio di ascolto e consapevolezza nel momento esatto in cui ci si sposta dall’idea del “fare bene” all’atto dell’esserci. Nella società contemporanea siamo continuamente sollecitati a produrre risultati, a performare; l’atto artistico inteso come percorso di cura ribalta completamente questa prospettiva. Quando ci si mette di fronte alla tela, alla terra o a un foglio bianco senza il vincolo del giudizio estetico, si crea una sospensione del tempo razionale. Lì, nel silenzio della creazione, emergono i messaggi del corpo, le tensioni non dette, i desideri sopiti. L’ascolto nasce dal contatto con la materia: la resina che resiste, il colore che sfuma o il segno che si fa marcato diventano specchi del nostro stato emotivo. La consapevolezza si sviluppa proprio nel riconoscere queste proiezioni: osservare ciò che prende forma all’esterno permette di dare un nome e un senso a ciò che accade all’interno. L’opera non è più un oggetto da esibire, ma un contenitore sicuro in cui rielaborare la propria identità e riscoprirsi trasformati.

L’intervista inedita ad Antonio De Crescenzo introduce anche il tema dei linguaggi artistici e del mercato dell’arte. Quanto era importante affiancare al vissuto degli artisti anche uno sguardo più storico e critico?
Gabriel Cash: Dal punto di vista della struttura narrativa del documentario, l’inclusione della riflessione storico-critica di Antonio De Crescenzo ha avuto la funzione di creare un perfetto contrappeso dialettico. Nel documentario, questo dialogo tra l’immediatezza dell’esperienza emotiva e la lucidità dell’analisi storica crea un ritmo intellettuale dinamico: dimostra che l’arte, per essere davvero incisiva e trasformativa, deve saper toccare tanto le corde profonde dell’anima quanto gli ingranaggi della storia e della cultura.

La presentazione a Roma Tre sarà seguita da un dibattito dedicato ad arte, educazione, cultura e arteterapia. Che tipo di confronto sperate possa nascere con il pubblico e con il mondo accademico?
Teresa Coratella: L’Università Roma Tre, in particolare il Dipartimento di Scienze della Formazione, è il luogo ideale per questo dialogo, perché è proprio lì che si formano gli educatori, i pedagogisti e i professionisti che domani opereranno nel sociale.  In questo contesto, ci tengo particolarmente a sottolineare la preziosa collaborazione che da diversi anni porto avanti con la Prof.ssa Gabriella Aleandri, direttrice del Master in Arteterapia dell’Università Roma Tre. Questo percorso ha permesso di fondere la ricerca scientifica accademica con la pratica artistica e terapeutica reale, creando ponti concreti tra l’università e il territorio e dimostrando che, quando l’arte incontra la formazione, si creano territori di pensiero capaci di generare un impatto sociale reale sulle persone e sulle comunità.

Teresa, nel tuo percorso compaiono anche progetti legati alla pace, alla condizione femminile e alla dimensione pubblica dell’arte. Quanto senti che l’artista debba avere anche una responsabilità sociale?
Teresa Coratella: Per me l’artista non può prescindere dalla responsabilità sociale: non si tratta di un’opzione o di un’aggiunta, ma della natura stessa del fare arte. L’arte non è una torre d’avorio né un semplice esercizio estetico; è uno specchio e, al tempo stesso, un reagente della società in cui viviamo. Quando affrontiamo temi come la pace, la violenza di genere, la condizione femminile o il bullismo, l’arte ha la capacità unica di abbattere le difese retoriche e di parlare direttamente alla coscienza delle persone. Nei progetti pubblici e nei laboratori che porto avanti sul territorio, il gesto artistico diviene uno strumento collettivo: trasforma lo spazio pubblico in un luogo di ritrovo, di ascolto e di elaborazione dei traumi condivisi. Avere responsabilità sociale, per un artista, significa mettere la propria sensibilità e i propri strumenti al servizio della comunità. Significa dare forma visibile e voce a chi spesso non ce l’ha, creando opere e percorsi che non si limitino a mostrare una realtà, ma che spingano a trasformarla, generando consapevolezza, dialogo e cura reciproca.

Dopo Diario di un’artista, quali altri territori del rapporto tra creatività, fragilità e trasformazione sentite di voler continuare a esplorare?
Teresa Coratella: Ci sono territori di dolore e di memoria che chiedono continuamente di essere attraversati dall’arte per poter essere trasformati. In questo senso, un progetto a cui tengo moltissimo e su cui stiamo concentrando le nostre energie si intitola Lobotomia, un’opera e un percorso d’indagine estremamente provocatorio e necessario, che va a toccare una delle ferite più profonde della contemporaneità: l’alienazione identitaria delle nuove generazioni nell’era della digitalizzazione pervasiva.

Grazie ragazzi e complimenti per la vostra carriera artistica!

Per saperne di più:
Facebook | Instagram

Sostieni Che! Intervista

Se apprezzi il nostro lavoro, il tuo contributo è importante.

Ogni storia merita spazio. Raccontaci la tua

Contattaci adesso

Copy link