Intervista esclusiva all’artista veneziano che torna con un singolo intimo e universale, tra pianoforte, emozione e libertà creativa
Dal 3 ottobre 2025 è disponibile su tutti i digital store e in rotazione radiofonica “All I Wanna Do”, il nuovo singolo di Don Jio, estratto dall’omonimo maxi-single. Una canzone nata dall’amore, da un momento di commozione sincera e ispirazione pura, dove il cantautore veneziano mette a nudo il suo mondo sonoro più autentico. Tra romanticismo acustico e sperimentazione elettronica, Don Jio racconta la sua evoluzione artistica e personale in un progetto che unisce cuore, tecnica e passione.
a cura della redazione
Don Jio, benvenuto su Che! Intervista. Il 3 ottobre è uscito “All I Wanna Do”, un brano che segna un nuovo capitolo del tuo percorso. Quali emozioni provi nel condividere questa canzone con il pubblico e cosa rappresenta per te questo momento?
“All I Wanna Do” per me è un po’ la ciliegina sulla torta di tutto ciò che sto costruendo da anni. È nata in un momento particolare: stavo aspettando che i master del mio album fossero pronti — un disco completo, con tredici canzoni che uscirà tra un paio di mesi — e negli ultimi tempi mi stavo occupando solo della parte video. Avevo una voglia enorme di tornare a scrivere, di creare qualcosa di nuovo, e così mi sono seduto al pianoforte… ed è nata questa canzone. È stato un brano più pensato rispetto ai precedenti, un po’ per la maturità che ho acquisito negli ultimi tempi e per la maggiore definizione di me stesso come artista, in vista di questa nuova fase di promozione. Il testo è stato più calibrato: volevo davvero arrivare al pubblico, e l’ho composta con una consapevolezza più profonda rispetto al mio passato. In origine doveva essere un brano dance, infatti ho cercato la semplicità di un ritornello immediato, qualcosa che facesse venir voglia di ballare: “I only wanna dance with you”. Poi il pezzo ha preso vita da sé, come spesso succede quando non programmi niente e ti lasci guidare dall’istinto.
Hai definito “All I Wanna Do” una canzone nata in un periodo di innamoramento, quando ci si accorge che qualcuno è davvero speciale. Quanto è importante per te trasformare l’emozione privata in musica condivisa?
In quel periodo mi stavo innamorando, sentivo una gioia nuova. Avevo appena incontrato una persona speciale, e le cose stavano funzionando. “All I Wanna Do” è nata proprio da lì: ho iniziato a scriverla dopo aver conosciuto questa persona, ma non l’ho scritta tutta in un giorno. Il testo si è sviluppato nel tempo, come se seguisse l’evoluzione di quella storia, di quell’euforia leggera che provavo. Mi rendevo conto che, nonostante tutte le cose che avevo in testa, l’unica cosa che desideravo davvero era passare del tempo con lui. Per me scrivere una canzone quando sento qualcosa è quasi naturale — è il mio modo di elaborare le emozioni. A volte scrivo per sfogare la rabbia, e quando finisco di scrivere mi passa. Altre volte, come in questo caso, è un modo per celebrare qualcosa di bello, per trasformare un sentimento in musica. Sono molto innamorato delle mie canzoni, e poterle condividere è un lusso, davvero. Mi piacerebbe che chi ascolta i miei brani e si riconosce nei testi possa trovarci conforto o comprensione. Non voglio cambiare il mondo con la mia musica, ma mi piace arrivare alle persone, creare un dialogo. La musica, per me, è proprio questo: un modo per uscire da me stesso e connettermi con gli altri..
La versione acustica del brano, con due pianoforti, archi e basso, rivela una profonda intimità sonora. Come sei arrivato a questa scelta minimalista e quale dialogo si crea tra la tua voce e il pianoforte?
Il pianoforte e i violini sono elementi fondamentali in quasi tutte le mie canzoni. Il pianoforte mi accompagna da sempre, è il mio strumento, il mio migliore amico, quello con cui riesco a dire tutto. I violini, invece, mi emozionano profondamente. Forse perché per anni ho cantato in un coro accompagnato da orchestre, quindi ho sempre percepito questa grande emozione derivante dalle atmosfere che nascono dagli archi. Una volta ho anche comprato un violino a un’asta: l’ho fatto restaurare, lo tengo con cura, ma non ho mai imparato a suonarlo… life is too short. Quando ho composto “All I Wanna Do” ho sentito che non serviva altro. Mi piace l’idea di proporre canzoni “vuote”, essenziali, dove ogni suono ha spazio per respirare. A volte aggiungo un basso solo per riempire un po’ le frequenze, almeno così mi hanno insegnato! Mi piacerebbe molto creare un live interamente per archi e pianoforte, essenziale. Vediamo un po’ cosa combinerò, ma è un’idea che mi affascina davvero tanto.
Accanto alla versione acustica, hai prodotto anche tre remix, tra cui uno firmato da Chus Durán. Cosa ti ha spinto a proporre queste diverse interpretazioni e che ruolo ha la sperimentazione nel tuo lavoro artistico?
Creare i remix è stato un po’ un segno di maturità. Dopo tanta esperienza, ho sentito di poter dare più versioni di me stesso attraverso la musica. All’inizio cercavo altri artisti che volessero remixare i miei brani — molte delle mie canzoni le penso già anche in chiave ballabile — ma non è sempre facile trovare qualcuno che abbia tempo o che riesca a entrare davvero nel tuo mondo. Così ho deciso di provarci da solo. A volte capita di affidare un remix a qualcun altro e poi non ritrovarsi in quello che ne viene fuori. È sempre interessante vedere altri punti di vista, ma la cosa ideale è quando il remixatore ascolta un minimo anche le tue idee, per adattarsi al tuo gusto. Le mie canzoni sono come delle creature, e faccio un po’ fatica a sentirle trasformate in chiavi che non mi appartengono. La collaborazione con altri artisti, però, oggi la vivo in modo diverso rispetto al passato, in cui ho avuto l’esigenza di fare da solo: la trovo stimolante, perché mi aiuta a uscire dal mio mondo e a scoprire nuovi orizzonti. Il remix di Chus Durán, ad esempio, è una versione più moderna, qualcosa a cui da solo non sarei arrivato. È anche un amico, abbiamo lavorato insieme al master dell’album, quindi conosce bene la mia musica e la mia sensibilità. Mi piace il suo punto di vista, e credo che sia proprio questo il bello della sperimentazione: aprirsi, fidarsi, e vedere dove ti porta la musica.
Nel videoclip di “All I Wanna Do”, girato tra la Sardegna e Berlino, hai unito mare, pianoforte e danza, fondendo immagini e musica. Come è nata questa visione visiva così intima e poetica?
Il video di All I Wanna Do è nato un po’ per caso, come spesso mi succede. Ero al mare, in Sardegna, con mio fratello e i suoi figli, e mi è venuta l’idea di provare a registrare qualcosa sott’acqua, senza sapere davvero cosa sarebbe venuto fuori. I fondali marini sono una delle mie grandi passioni: faccio scuba diving e conosco bene quella sensazione di silenzio e sospensione, quando sei immerso in un mondo parallelo, pieno di meraviglie da guardare, ma in realtà sei solo con te stesso, con il tuo respiro. È una dimensione molto intima, e volevo provare a trasmetterla anche nel video. Così ho chiesto a mio nipote di riprendermi con la sua piccola fotocamera, per lui era quasi un gioco, e da lì è nato tutto. Mi sono mosso con naturalezza, mancava solo l’ ossigeno, mi sono sentito a mio agio, cercando di dare l’idea di una persona che vaga sott’acqua, alla ricerca di qualcosa, forse di un tesoro interiore. Poi ho voluto inserire anche il pianoforte, perché è parte fondamentale del mio mondo, e soprattutto di questa canzone, e alcuni amici mi hanno aiutato con le riprese. Altre scene, invece, le ho girate da solo, proprio per esprimere quella dimensione più intima e personale. In fondo, che sia sott’acqua o dentro casa, quello che cerco è sempre lo stesso: arrivare nel profondo, interpretando e ascoltando me stesso attraverso la musica.
Racconti di aver registrato la voce dentro un armadio vintage tedesco, in casa, seguendo l’istinto. Quanto conta per te la libertà di creare in modo indipendente, senza le regole di uno studio tradizionale?
In realtà la storia dell’armadio sta incuriosendo molto, e inizialmente non sapevo se condividerla per non sembrare poco professionale. Ma la verità è che è stata una sperimentazione, e credo che continuerò a farne, andare oltre. L’album è stato registrato in studio, con un processo lungo e molto curato — ho anche ricantato più volte alcuni brani — ma in quel momento avevo voglia di provare qualcosa di più accessibile, volevo potermi ricantare quanto volevo senza dover ricorrere a uno studio, che tra l’ altro non è sempre disponibile quando ti serve. Mi ero informato in un negozio di musica per organizzarmi l’ home recording, mi è stato detto di provare in un armadio… mi sono informato in internet e avevo letto che davvero si poteva registrare così, lasciando dei vestiti all’interno per creare una certa risonanza. Quindi, quasi per gioco, ho scelto quali vestiti tenere, ho sistemato tutto attaccando con il nastro adesivo il testo, in una calda giornata estiva, ho registrato la voce lì dentro. E alla fine… alla prima registrazione ha funzionato! Mi piace l’idea che oggi si possa essere artisti anche senza mezzi costosi o strumenti “perfetti”. È una piccola sfida a questo mondo così patinato: dimostrare che una canzone può essere bella anche se non hai avuto un’orchestra, il microfono più costoso o il tecnico del suono che ti trasforma la voce. Mi piace pensarmi libero da questi limiti. Non rinnego lo studio — anzi, mi piace lavorare con persone competenti e curare ogni dettaglio al meglio con le tecnologie — ma voglio sentire di poter creare anche da solo, in modo indipendente, imperfetto, e proprio per questo autentico.
La tua storia musicale attraversa molti mondi: dalla dance ai progetti elettronici, fino all’attuale dimensione cantautorale. In che modo queste esperienze hanno formato la tua identità artistica di oggi?
Sono passato dalla musica classica dei miei studi e dell’esperienza nel coro, per poi passare di colpo alla dance. Collaboravo con il dj e produttore Mistericky, con cui ho cominciato tutto e che mi ha aperto molte strade, presentandomi a molte persone del “mondo della notte”. Facevi una canzone e dopo un paio di mesi stampavi il vinile ed eri in radio e sulle piste da ballo. Non sembrava vero fosse così facile! Ho poi fatto canzoni con altri dj, ma un certo punto la dance mi stava un po’ stretta, anche perché cominciava l’epoca della minimal: le voci stavano sparendo dalle piste da ballo, i vocalist non c’erano quasi più in discoteca, e i dj con cui collaboravo spesso mi dicevano “bello, ma taglia la strofa e ripeti quel pezzettino in loop”. Macchè pezzettino, io invece sentivo il bisogno di raccontare delle storie. Quell’esperienza però mi è servita tantissimo: mi ha insegnato a sintetizzarmi, a capire come essere più immediato nel messaggio, come ripetere delle frasi senza essere troppo narrativo. Non è per niente facile scrivere qualcosa di semplice, almeno per me. Con il pop elettronico ho trovato un primo grande sfogo, pura espressione dle mio mondo musicale interiore, ma stavo ancora imparando. Con il mio collega Dariush abbiamo fatto tantissimo, certo che essendo in due c’erano ancora compromessi, c’erano gusti da incrociare. Oggi, invece, in questo nuovo album solista che definite “cantautorale”, c’è tutta la mia essenza. È stata la mia espressione più libera, senza limiti, senza mediazioni, il mio sound, istinto puro. Ora sono curioso di vedere come verrà recepito.
Ti sei sempre occupato in prima persona anche della parte visiva, dal montaggio dei video alla direzione artistica. Quanto è importante per te controllare ogni aspetto del tuo linguaggio espressivo?
Anche la parte visiva è nata un po’ per gioco. A Berlino ho seguito un piccolo workshop di poche ore organizzato da MusicPool, dove una bravissima videomaker ci dava qualche dritta su come realizzare i nostri video: dalla scelta dei colori, alle inquadrature, fino all’importanza di far rispecchiare la propria personalità e il proprio “brand” nelle immagini. Io ho ascoltato tutto, ma le due o tre cose che mi sono davvero portato a casa sono state molto semplici: compratevi un iPhone — dall’11 Pro in su va benissimo — e pensate alla fine del video prima ancora di girarlo. Detto questo, in realtà, io ho sempre fatto quello che veniva. Scelgo location importanti per la mia vita, come Barcellona, Berlino o le scogliere del Messico, e dedico a ciascuna di queste un video, un piccolo capitolo visivo della mia storia, un vestito per le mie canzoni nude. Non escludo che mi piacerebbe lavorare con un regista che mi guidi e mi dia indicazioni — sono una persona molto “alfa”, ma so ascoltare, accetto consigli e mi piace collaborare. Però la parte del montaggio è quella che sento più mia: lì posso scegliere le immagini che mi emozionano, i momenti che ricordo, decidere dove tagliare, cosa mostrare e cosa lasciare fuori. In fondo tratto le clip come se fossero suoni o voci: cerco il ritmo, la dinamica, l’intenzione. Come nella musica, non riuscirei a lasciare completamente il controllo a qualcun altro, di sicuro non della voce. Sono molto critico con me stesso, ma grazie a queste competenze tecniche che ho acquisito per lavorare da solo, riesco a esprimermi esattamente come voglio — con autenticità, e senza filtri.
Hai detto che nelle tue canzoni affronti l’imperfezione della vita, le delusioni e la ricerca della libertà personale. Quanto di te, del tuo vissuto umano, c’è in “All I Wanna Do” e nell’album che stai preparando?
Parlo molto dell’imperfezione della vita: storie d’amore, delusioni, arrabbiature… e spesso con un filo di ironia. In realtà sono un comico nel cuore, un burlone, e anche nei testi più seri cerco sempre una chiave ironica che faccia sorridere. Ho imparato ad accettare le mie imperfezioni in un mondo dove sembra che sia richiesta l’eccellenza assoluta. Curo i dettagli, ma senza esasperarmi. L’album e All I Wanna Do rispecchiano completamente il mio modo di essere: canzoni dedicate a momenti reali della mia vita, niente è forzato, tutto è molto spontaneo, quello che mi succede. Non sto cercando di cambiare il mondo con le storie che racconto. Ho scelto, composto e prodotto tutto da solo. Certo, tutto avrebbe potuto essere portato a un altro livello lavorando con altri professionisti, in molti campi ero un dilettante, ma ho deciso di presentarmi così com’è: un artista imperfetto. Spero che questo messaggio possa incoraggiare anche altri artisti e chiunque nella vita: accettatevi, valorizzatevi. Non piacerete a tutti, non sarete apprezzati da tutti, ma fate le cose al meglio e perdonatevi per qualche difetto o errore. Chiedete scusa se serve a correggere un equivoco… e poi andate avanti a testa alta!
Ti piacerebbe tornare sul palco, condividere il tuo mondo sonoro dal vivo, o esplorare nuove collaborazioni musicali
Assolutamente sì, voglio arrivare al palco. In questo momento sto cercando di capire se concentrarmi in Italia — anche perché sto collaborando con un’agenzia di promozione italiana, cosa che non era prevista ma che mi emoziona molto. L’idea di avere di nuovo a che fare in Italia dopo tanti anni mi dà una carica speciale. Le canzoni dell’album sono in inglese, ma ho già cominciato a scrivere anche in italiano e in spagnolo per il futuro. Vivendo a Berlino sei un po’ perso nel tuo mondo, devi cavartela da solo, certo ho imparato a sentirmi veramente libero, di essere me stesso: lì sei un individuo tra tanti, nessuno ti giudica, ognuno pensa ai fatti propri. In Italia, invece, ha più peso quello che dico, mi state facendo tante domande con tutte le interviste a cui sto rispondendo, sto ricevendo più attenzioni, mi sento più ascoltato, e questa cosa mi fa piacere perché ho tanto da dire. Voglio cantare, voglio dedicare più tempo alla performance, collaborare con musicisti, creare un live che possa elevare la semplicità delle mie produzioni. Anche solo cantare al pianoforte per qualcuno mi emoziona molto. Quindi sì, voglio arrivare alla performance vera, emozionarmi insieme al pubblico ed emozionare chi mi ascolta. Sarebbe il completamento naturale del mio viaggio musicale, e credo che, in fondo, questo sia l’obiettivo di quasi tutti gli artisti.
Grazie Don JIO e complimenti per tutto!
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