In un tempo in cui l’educazione sembra spesso rincorrere schemi rigidi e tecnologie pervasive, c’è chi sceglie una strada diversa: quella dello stupore, della relazione e della leggerezza consapevole. Makimiliano Pizzamiglio e Sonia Odetto, educatori, clown e genitori, fondono esperienza pedagogica e vita vissuta nel libro “Il circo di casa: Educa con lo stupore”, una guida pratica che invita adulti e bambini a ritrovare il senso profondo dell’apprendimento attraverso la meraviglia. Dalla pastorale ai contesti internazionali, fino alla quotidianità familiare, il loro percorso diventa un metodo educativo concreto, umano e sorprendente.

a cura delle redazione


Benvenuti su Che! Intervista, Sonia e Makimiliano: come nasce l’idea de “Il circo di casa” e quale esigenza educativa vi ha spinto a scriverlo?
Siamo dei clown, abbiamo sempre lavorato coi bimbi dalle scuole (Sonia è insegnate, ndr) agli oratori, ma quando abbiamo saputo di diventare genitori ci siamo sentiti impreparati.
È stata una reazione un po’ insolita, ma invece di comprare un manuale o seguire un video su tik tok ci siamo iscritti all’università. Volevamo essere preparati, ed è qui che abbiamo capito che qualcosa non funzionava. A casa, coi nostri bimbi, quello appreso sui banchi faticava a diventare realtà. Poi, una mattina, per portare Enea al asilo (Sonia: infanzia) davanti all’ennesimo capriccio invece di arrabbiarci ci siamo messi a ridere, come quando durante lo spettacolo un bimbo distrae tutti e tu lo rendi protagonista invece di rimproverarlo, ed ha funzionato. Lì ci siamo ricordati che in piazza riuscivamo a catturare l’attenzione di decine di bimbi, che ci seguivano nello snodarsi del nostro spettacolo, seguendo ritmo e regole del palco…ed a casa, con soli due bimbi, non ne eravamo più capaci? Cosa era cambiato? Ma soprattutto PERCHE’ era cambiato? Da queste domande è nato il libro, dalla consapevolezza che i bimbi rispettano più volentieri le regole di un gioco che le regole dettate da mamma e papà: giocare è, per loro, più importante. Ed allora ci siamo detti, giochiamo…giochiamo ad educare.

Le vostre esperienze spaziano dalla pastorale ai campi profughi fino alla scuola: in che modo questi contesti hanno influenzato il vostro approccio educativo?
Hanno influenzato la nostra vita, hanno fatto di noi quello che siamo, non solo l’aspetto educativo.
Io (Maki, ndr) ho seguito ragazzi negli oratori di varie parrocchie, e quel tempo dedicato, donato ti ridà molto; ho camminato lungo le tende del campo a Tindouf (in Algeria) e conosciuto ragazzi che si facevano bocciare a scuola pur di poter incontrare ancora volontari che gli insegnassero cose nuove; ho risalito il Rio delle Amazzoni accompagnando dottori e sacerdoti incontrando donne che si prostituivano per dar da mangiare ai figli. Tutti noi conosciamo la realtà del mondo, ma è quando ti tocca che le cose si fanno complicate, quando salti la coda in ospedale per essere curato (perché sei straniero ed il tuo passaporto ha un peso) e quel posto lo hai “rubato” ad una madre che muore non puoi non comprendere il valore della fortuna “di dove sei nato”. Ho sempre ritenuto profondamente sbagliato le punizioni corporali a scuola, poi vedi un bambino in ginocchio sui sassi sotto la bandiera nel cortile della scuola, ti indigni, ti prepari ad affrontare questi insegnanti indegni di tale nome, ma prima chiedi “perché lo punite” e la risposta è “ha sbagliato ancora a riconoscere le mine antiuomo”, non ha ancora capito che non si raccolgono bambole o giochi da terra poiché spesso sono nuove mine, prodotte anche in Italia, disseminate attorno ai villaggi frutto dello studio dei mercanti di morte: e tutto cambia, non darei mai una sberla ad un bimbo che corre in classe, ma cosa sarei disposto a fare affinché quel bimbo impari a non calpestare le mine? Forse, forse, lo metterei in ginocchio sui sassi.

Nel vostro libro parlate di “pedagogia del clown”: cosa significa esattamente e perché può essere così efficace nella relazione con i bambini?
Un clown è un buffone, un giullare, un saltimbanco, un pagliaccio…quante volte diciamo ad un bambino “non fare il pagliaccio”, in un mondo fatto di maschere che indossiamo sui social, al lavoro, a casa, cogli amici essere un clown vuol dire essere senza maschera, essere se stessi.
Con i propri limiti, gli errori, le giornate no, i pasticci, le imperfezioni…un clown non è bravo, non è l’equilibrista o il giocoliere, non è il trapezista a cui  non è concesso sbagliare è solo un pagliaccio a cui se cadono le palline il pubblico, e lui, ridono. È accettare l’imperfezione, ridimensionare le catastrofi quotidiane…siamo genitori, non fisici nucleari, se sbagliamo i nostri figli ci perdonano non facciamo esplodere il mondo. I nostri piccoli ci chiedono solo di essere amati, tutte le altre aspettative le abbiamo messe noi, a loro basta giocare con noi: è la cosa più naturale e l’abbiamo fatta diventare complicata. Tornare ad essere naturali, lasciarci stupire da ciò che accade, non aver il controllo totale su tutto, riconoscere che sbagliare è normale (magari chiediamo scusa quando capita, anche ai nostri figli).
I clown piacciono perché sono il bambino che eravamo, ma lo possiamo essere ancora, anzi lo dobbiamo essere per comunicare coi nostri figli; sarà l’adulto a decidere il messaggio ma è il bambino in noi a farsi messaggero.

Il concetto di stupore è centrale nel vostro metodo: come può un genitore o un insegnante coltivarlo nella quotidianità?
Allenandolo come fosse un muscolo, attraverso la curiosità, la lentezza e la capacità di notare la novità nel quotidiano.
Cambiare routine: la novità è essenziale, basta anche solo cambiare percorso andando al lavoro, fermarsi ad osservare i dettagli, prendere in mano la solita tazzina del caffè nel verso sbagliato, cambiare tipo di pane…piccole cose.
Coltivare la lentezza: che non implica più tempo, ma più qualità, “vedere” magari socchiudendo gli occhi un secondo per far risuonare l’esperienza, in vece di “guardare” di sfuggita. Un esempio nel lavoro, interrogando uno studente fermarsi per pochi secondi a GUARDARE il suo abbigliamento, atteggiamento, il suo sguardo…guardarlo, non giudicarlo, ma conoscerlo.
Curiosità infantile: accogliere ogni giorno nuovo come un dono, cercando di avere un atteggiamento curioso come quello di un bimbo Come consiglio concreto praticare la camminata dello stupore, prestando attenzione a quegli elementi che evocano vastità, come il cielo, un edificio… Io invece annoto ogni giorno tre piccoli momenti che mi hanno particolarmente colpito, una specie di DIARIO DELLO STUPORE, lo stupore non è solo un’emozione spontanea, ma un atteggiamento intenzionale che porta reali benefici psicologici ed arricchisce il benessere mentale. 

Viviamo in un’epoca dominata dagli schermi: come si può riportare l’attenzione dei bambini verso esperienze autentiche e relazionali?
Abbiamo usato gli schermi, tv prima e smart ora, perché convinti di non aver tempo per stare coi nostri figli poiché alle prese con faccende domestiche, lavoro, riunioni, mille impegni Abbiamo sempre cercato più tempo attraverso la tecnologia, ad ogni problema abbiamo risposto con nuova tecnologia…per i figli abbiamo fatto lo stesso. Tempo per cucinare: microonde. Tempo per lavare: lavastoviglie. Tempo per lavorare: smart working. Lo sbaglio non è la tecnologia è come la usiamo, anche noi non è stato facile trovare tempo, ed abbiamo usato la tecnologia, ma al rovescio; un esempio non abbiamo la TV, sostituita da serata cinema con PC e video proiettore. Questo ci ha costretto a trovare il tempo di leggere le fiabe ai bimbi dopo cena. Non è mai stato facile essere genitori, ma se mio padre che rientrava di casa alle sei di sera dopo una giornata in fabbrica trovava il tempo di sedersi a giocare con le macchinine con me, possibile che io non possa trovarlo per i miei figli?
Certo, sostituire o ridurre il tempo della palestra per tempo al parchetto non è facile, ma crescendo andrete in palestra assieme; non servono 24 ore al giorno, ma serve un tempo di qualità: sono con mio figlio, spengo il cellulare, niente tv, giornale, radio, solo io e lui, e si fa qualcosa, fosse anche solo gli gnocchi (giuro, se fate bollire le patate la sera prima, in 15 minuti avrete gli gnocchi in padella anche lasciando sbucciare le patate ai bimbi) oppure, ancora, meglio GIOCATE assieme.

Nel libro proponete attività pratiche come micromagia e giocoleria: quanto è importante il gioco “attivo” nello sviluppo emotivo e cognitivo?
Domanda d’esame…dire che è cruciale è riduttivo, trasforma l’apprendimento in un esperienza sensoriale e motoria che rafforza le funzioni esecutive, la memoria e la risoluzione dei problemi. È attraverso la manipolazione e l’esplorazione fisica che i bambini costruiscono schemi mentali, sviluppano il linguaggio, la creatività e la capacità di gestire le emozioni, assimilando le regole sociali. Oggi molti plessi dell’infanzia si sono dotati di giardini sensoriali per lo sviluppo motorio, di aree gioco dedicate a tali esperienze, ma il parco sotto casa va altrettanto bene. Correre nell’erba, scalzi sulla sabbia, immergere le mani nella neve, arrampicarsi sugli alberi, saltare un fosso…non sono esperienze per pochi, anzi, noi abitiamo ad Alessandria ma basta uscire poco per trovarsi in campagna; non serve andare lungo il Nilo per far toccare il freddo dell’acqua che scorre ad un bimbo. Anche in città, nelle aree pedonali, rincorrere i piccioni, fare slalom tra le aiuole, camminare sui bordi…lo abbiamo fatto tutti, oggi per timore ai nostri figli non lo lasciamo fare. Stiamo attenti, ma lasciamoli crescere da bambini, senza smartphone o tablet. Anche colorare, ritagliare, incollare e costruire oggetti, inventare storie…il semplice aiutare a cucinare, pulire, piegare i vestiti, tutto può diventare gioco ma, al contempo, educativo. Tagliare una carota bollita non metterà in pericolo le dita del bimbo, ma lo aiuterà a tagliarla cruda quando sarà più grande; al sabato, dopo il pisolino, invece di andare al bar a fare merenda possiamo preparare coi bimbi le crepès o le gaufre (lei è francese, intende i waffel) in pochi minuti. L’esperienza è il passare tempo di qualità assieme facendo, quindi non è tempo perso; e l’amica che volevamo incontrare la possiamo invitare tranquillamente a casa nostra (i bimbi sono più gestibili nel loro ambiente che non in un bar, se non altro per la nostra paura possano far danni o dar “fastidio”) Prima che qualcuno pensi che non usciamo mai, non devo ricordarvi che per lavoro facciamo i clown nei festival di piazza in giro per l’Italia (e mezza Europa, in questi giorni siamo ad Istanbul, come potete vedere dai nostri poco aggiornati social…ed i bimbi sono con noi, tra lavoro, prove, e gelatai simpatici. Siamo anche riusciti a visitare la Cisterna con loro. Abbiamo un van con cui percorriamo qualche decina di migliaia di km l’anno, ed abitiamo fuori casa per almeno sei mesi l’anno)quindi comprendiamo le difficoltà, le viviamo, infatti il capitolo 8 è dedicato ai viaggi in auto.

Come si possono gestire i momenti di conflitto o difficoltà educativa attraverso leggerezza e ironia senza perdere autorevolezza?
Capiamoci, anche a  noi scappa la pazienza, anche noi ci arrabbiamo, perdiamo le staffe, gridiamo, insomma facciamo tutto quello che sappiamo essere sbagliato: non siamo in un laboratorio, è vita vera. De-escalation: usiamo tutto ciò che abbiamo appreso (nel palco, nella vita, a scuola…) per evitare il punto di conflitto, e quando succede subito dopo la “sgridata” la “punizione” un momento di confronto partendo dal spiegare perché eravamo arrabbiati, non cosa ha causato, non cosa riteniamo il bimbo abbia sbagliato, ma NOI, noi siamo arrabbiati, noi spieghiamo le nostre emozioni e chiediamo ai bimbi di fare altrettanto. Un bimbo che urla (ovvio che era meglio non arrivare a tale situazione, ma capita di essere stanchi, distratti, di sbagliare valutazione) rimarrà stupito da una mamma che gli fa le boccacce o il solletico (sono esempi, ognuno li riporti all’età dei suoi bimbi, i nostri ne hanno 4 e 2) e si otterrà l’effetto di abbassare i toni della discussione. Si può perdere autorità, quella tossica, basata sulla paura e non sul rispetto. L’autorevolezza è data dalla costanza dei nostri comportamenti, dalla nostra coerenza, usare le PAROLE GENTILI, come dice Sonia ai nostri bimbi, non toglie autorevolezza. Chiedere “per favore” di sistemare i giochi vuol dire comunque sistemare i giochi.

Essere educatori, clown e genitori: come si intrecciano questi tre ruoli nella vostra vita quotidiana?
Non si intrecciavano, ed era questo il problema, lo eravamo a compartimenti. Oggi siamo semplicemente noi, un genitore che non pensa se sta usando un trucco di magia o una tecnica psicologica, siamo solo un genitore che passa del tempo coi figli.

Il vostro lavoro parla molto anche agli insegnanti: quale cambiamento urgente sentite necessario nel mondo della scuola oggi?
Questa volta rispondiamo separatamente, io da padre e poi lascio a Sonia da insegnante parlarne dall’interno. Come genitore auspico una scuola che crei classi basate sul livello di apprendimento della singola materia e non per mera età, una classe di matematica, una di inglese, una per la storia…dove gli allievi si trovano perché sono allo stesso livello di apprendimento senza guardare all’età. Potrà capitare che in classe avremmo bimbi di 6 anni con altri di 8, non credo che la curva di comprensione abbia una forbice superiore ai tre anni nei casi normali, ma da un punto di vista didattico renderà più semplice lo svolgimento del programma; mentre nei momenti liberi, potenziandoli con l’inserimento di professionisti (educatori, pedagogisti, psicologi…) e spazi idonei, dare maggior slancio all’aspetto educativo ed emotivo dei bambini. Lasciare agli insegnanti solo, che non è poco, il compito di insegnare riportando l’educazione alla famiglia, con l’aiuto di personale competente.

Da insegnante penso che bisogna urgentemente ridare dignità, importanza, centralità alla scuola, riconoscendo negli insegnanti dei formatori professionali. Dare un alto livello sociale a chi per lavoro sceglie di formare la futura classe dirigente di questo paese, sia agli occhi dei genitori che degli studenti. Se è vero che i giovani sono il nostro futuro, se vogliamo avere domani avvocati, ingegneri, dottori competenti ci servono oggi insegnanti che siano veri Maestri per i nostri bambini. I genitori tornino a fare i genitori, gli educatori aiutino in questo compito la scuola e le famiglie, lo stato sostenga socialmente ed economicamente, ma si riconosca agli insegnanti, di ogni ordine e grado, la loro naturale mansione: insegnare.

Se doveste lasciare un messaggio a genitori ed educatori che si sentono smarriti, quale sarebbe il primo passo per “portare il circo a casa”?
Fermarsi, guardarsi allo specchio, e dirsi BRAVI.
Oggi ci sentiamo sempre sotto giudizio, anche a causa dei social, ed abbiamo sostituito la famiglia del Mulino Bianco con quelle che vediamo su Istagram: ma non è la realtà.
Siamo, sia da genitori che da educatori/insegnanti, molto più preparati, abbiamo seguito incontri, formazione, letto libri, studiato, appreso, sperimentato moltissimo; cosa che i nostri genitori non avevano fatto, un insegnante oggi ha una laurea magistrale e corsi specifici fin dall’infanzia eppure ci sentiamo inadeguati. Ecco lo sbaglio, non lo siamo, siamo competenti, siamo preparati, siamo bravi…e come tutti i genitori sbaglieremo tutto. Come hanno sbagliato i nostri genitori, ma quegli errori nati dall’amore, ci hanno cresciuto e fatto diventare i meravigliosi adulti che oggi affrontano la sfida più grande: essere genitori.
Il circo di casa ha funzionato per noi, che siamo clown, e non vuole essere un manuale per insegnare o copiare, non lo può essere, è un faro, una luce, ognuno di noi ha la chiave per essere il miglior genitore per suo figlio. È un dualismo, lo stesso metodo non funzionerà per tutti, neppure per lo stesso padre con due figli, ma si può trovare il linguaggio giusto. Non smettere di cercarlo, non esistono bimbi impossibili, non esistono genitori sbagliati…esistono momenti difficili, ed è allora che bisogna ricordarsi come ci ha fatto sentire il primo sorriso di nostro figlio (con buona pace di chi ci insegna che era solo un riflesso involontario…era GIOIA pura!).

Grazie Sonia e Makimiliano per avere condiviso con noi questa meravigliosa esperienza!

Per saperne di più:
Facebook | Instagram | makisonia.com

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