Emiliano Canova: “Succede in una Notte” e il coraggio di raccontare il reale con uno sguardo personale

Emiliano Canova, classe 1993, è uno dei nomi emergenti del cinema italiano contemporaneo. Regista, sceneggiatore e produttore, dopo una solida formazione teatrale e anni di esperienza tra cortometraggi, teatro e progetti audiovisivi, approda con successo al lungometraggio con Succede in una Notte. Presentato in anteprima esclusiva il 5 aprile 2025 e accolto con entusiasmo dalla critica, il film ha ottenuto sei riconoscimenti importanti, tra cui Miglior Film e Miglior Regista Emergente. In vista del tour nazionale di presentazione, Emiliano ci apre le porte del suo universo creativo, tra visione, rigore artigianale e passione per le storie che toccano il cuore.

a cura della redazione


Ciao Emiliano, benvenuto su Che! Intervista e complimenti per il successo di “Succede in una Notte”! Che significato ha per te questo film, arrivato dopo un percorso così ricco e articolato?
Grazie mille! Questo film rappresenta per me qualcosa di molto più grande di un semplice debutto nel lungometraggio. È la somma di anni di esperienze, prove, errori e piccole conquiste. Ogni passo fatto prima – dai corti, ai mediometraggi, al teatro, alla radio – ha lasciato una traccia che mi ha portato fino qui. Dirigere “Succede in una Notte” è stato come aprire una nuova porta su qualcosa che fino a poco tempo fa sembrava quasi irraggiungibile. È stato un salto, ma un salto costruito con pazienza. Vederlo prendere vita e ottenere riconoscimenti è stato emozionante, certo, ma la vera soddisfazione sta nell’aver realizzato qualcosa in cui credo profondamente. È un punto di partenza, più che un traguardo.

Il titolo del film sembra rimandare a un tempo sospeso, a qualcosa di straordinario che irrompe nella quotidianità: cosa “succede” davvero in quella notte e come nasce l’idea alla base della storia?
Il titolo ha una doppia valenza: da un lato suggerisce un evento che si consuma in un arco temporale definito, dall’altro rimanda a qualcosa che rompe l’ordinario. In effetti, è proprio questo il cuore del film: una notte che inizia come tante, con personaggi immersi nella loro quotidianità, e che lentamente si trasforma in qualcosa di imprevedibile, quasi simbolico. L’idea alla base è nata prima ancora della trama: volevamo raccontare certi temi, certe sfumature emotive, e intorno a questi contenuti abbiamo costruito la cornice narrativa del viaggio notturno. Una strada, un’auto, persone che si parlano: sembrerebbe tutto semplice, ma proprio dentro quella semplicità si annidano i cambiamenti più profondi. È lì che il reale cede il passo al “possibile”.

Hai firmato la regia, ma anche collaborato strettamente alla produzione e alla sceneggiatura: quanto è importante per te avere il controllo completo di un’opera cinematografica?
Per me è fondamentale, almeno in questa fase del mio percorso. Avere un controllo quasi totale sull’opera – dalla scrittura alla regia, passando per alcune scelte produttive – significa poter garantire coerenza, sincerità, visione. È chiaro che non sarà sempre possibile mantenere questo livello di indipendenza. So bene che, con l’ingresso in produzioni più grandi, arriveranno anche i compromessi. Ma non lo vedo necessariamente come un limite: anzi, è un segnale che stai crescendo, che la tua voce è arrivata a orecchie più grandi. Il segreto sta nel trovare un equilibrio tra ciò che sei e ciò che il sistema ti chiede. Per ora, però, quel controllo è stato uno strumento essenziale per raccontare una storia come volevo io.

Il film ha vinto ben sei premi, tra cui quello per il miglior duo femminile e la miglior fotografia: ci racconti com’è nato il lavoro con il cast e con la troupe? Il lavoro con il cast e la troupe è stato un processo di ricerca, fiducia e costruzione. Alcuni attori erano già parte del nostro percorso: volti noti, amici, professionisti con cui avevamo già condiviso visioni e set. Altri sono stati nuove scoperte, trovate durante la fase di pre-produzione. L’alchimia tra i personaggi principali è stata immediata, e credo sia una delle chiavi del successo del film. Per quanto riguarda la troupe, è stata un punto di svolta: grazie a loro siamo riusciti a strutturare un team tecnico all’altezza della visione che avevamo in mente. Il riconoscimento alla fotografia, per esempio, non è casuale: dietro c’è un lavoro meticoloso, condiviso, pieno di attenzione per il dettaglio. Ogni persona coinvolta ha messo qualcosa di suo, e questo ha fatto la differenza.

Jessica Beltramello ha curato il montaggio ed è anche co-fondatrice della Canova Production: com’è lavorare in un contesto produttivo indipendente ma coeso come il vostro?
Lavorare in un contesto così, dove ci si conosce, ci si stima e ci si può parlare apertamente, è un grande vantaggio. Con Jessica abbiamo costruito non solo un rapporto professionale, ma anche una visione comune. Il fatto che ci sia coesione all’interno del gruppo non elimina i conflitti – quelli ci sono sempre, anche tra persone affiatate – ma permette di affrontarli con maggiore lucidità. Quando c’è rispetto, anche il disaccordo può diventare fertile. E nel nostro caso, ogni discussione è sempre stata orientata a migliorare il film, non a mettere in discussione le persone. Il contesto indipendente, inoltre, ci dà quella libertà che è difficile trovare altrove, ma che richiede anche una grande responsabilità individuale.

Dopo corti, mediometraggi, teatro e un programma come il Jimmy Broadcast Show, quali sfide ha rappresentato per te passare al lungometraggio?
La sfida principale è stata più psicologica che tecnica. Fare un lungometraggio significa entrare in una diversa dimensione temporale e narrativa. I tempi si dilatano, la costruzione dei personaggi richiede più profondità, il ritmo va dosato con maggiore consapevolezza. Ma se hai già sperimentato in altri formati, se conosci bene le dinamiche di un set, allora il passaggio avviene in modo abbastanza naturale. È un’estensione di ciò che già sai fare, solo che richiede più concentrazione e una visione ancora più lucida. Per me, è stato un passaggio necessario, quasi fisiologico. E ora che l’ho affrontato, sento di avere più strumenti per affrontare i prossimi progetti.

Il tuo cinema ha uno stile visivo molto riconoscibile, ma anche una forte componente umana: quali sono i tuoi riferimenti, cinematografici o teatrali, più profondi?
Non ho un pantheon fisso di riferimenti. Sono convinto che ogni autore, ogni genere, ogni stile possa insegnarti qualcosa, se lo guardi con curiosità e apertura. Non credo nei generi “alti” e “bassi”: tutto dipende da come racconti, non da cosa racconti. Mi affascinano i registi che riescono a unire uno sguardo personale a una struttura accessibile, quelli che ti portano dentro una storia e allo stesso tempo ti fanno riflettere su ciò che sei. E nel teatro mi hanno sempre colpito le narrazioni asciutte, sincere, capaci di emozionare con poco. Penso che la chiave sia questa: non smettere mai di imparare. E soprattutto, non smettere mai di guardare con occhi nuovi.

Il tour nazionale porterà “Succede in una Notte” in diverse città italiane: cosa ti aspetti dal confronto diretto con il pubblico e quanto conta per te la dimensione “dal vivo” della visione?
La visione dal vivo ha un valore speciale, perché aggiunge un elemento che il digitale non può restituire: la condivisione reale. Ogni proiezione in sala è un’esperienza collettiva, anche silenziosamente. Vedere il pubblico reagire, percepirne l’attenzione o le risate, cogliere uno sguardo o una domanda alla fine della visione… è tutto parte del processo. E in questo tour avrò l’opportunità di incontrare spettatori che non conoscono né me né il mio lavoro, quindi sarà un test molto onesto. Non ci sono filtri, né aspettative pregresse. Solo il film, e chi lo guarda. Ed è lì che capisci davvero cosa hai fatto.

Il tuo percorso è segnato dalla versatilità, tra radio, regia, scrittura e produzione: cosa ti spinge a esplorare così tanti linguaggi e cosa cerchi in ciascuno di essi?
La spinta nasce da una curiosità che non si è mai placata. Non riesco a restare fermo dentro un unico mezzo espressivo, perché ogni linguaggio ti offre una possibilità diversa di raccontare una verità, un’emozione, una visione del mondo. La radio, per esempio, ha una forza evocativa immensa: lavora sull’immaginazione dell’ascoltatore, gioca con l’invisibile. Il teatro è presenza pura, contatto diretto, respiro condiviso. Il cinema, invece, unisce tutte le arti: visione, suono, scrittura, ritmo, spazio. E poi c’è la scrittura, che per me è il punto di partenza e di ritorno, la matrice di tutto. In ognuno di questi mezzi cerco la stessa cosa: autenticità. La possibilità di raccontare qualcosa in modo sincero, senza dover compiacere per forza. A volte un’idea nasce già “con dentro” il suo linguaggio naturale, altre volte ci metto del tempo a capire qual è il formato giusto per svilupparla. Ma in ogni caso, quello che cerco è divertimento, stimolo, libertà. Perché se manca il piacere di creare, se manca la curiosità, anche il risultato finale perde forza. E io, in fondo, continuo a esplorare proprio per non perdere quello slancio iniziale che mi ha fatto cominciare.

Quali storie senti ancora l’urgenza di raccontare e che ruolo immagini per il tuo cinema nel panorama italiano dei prossimi anni?
L’urgenza narrativa nasce sempre da una necessità personale: a volte è una domanda che non trova risposta, altre volte è uno sguardo su qualcosa che sento venga ignorato o travisato. Mi interessa raccontare storie che parlino di relazioni, di conflitti interiori, di piccoli momenti che però cambiano tutto. Non inseguo per forza i grandi eventi, mi affascina il dettaglio, la crepa, quel gesto minimo che però rivela qualcosa di più grande. Nel panorama italiano, che è ricco ma anche molto competitivo e spesso polarizzato tra cinema d’autore e intrattenimento puro, spero di poter occupare una terra di mezzo. Un cinema che sappia essere personale senza diventare autoreferenziale, accessibile senza risultare superficiale. Non so che ruolo avrò – né pretendo di averne uno preciso – ma spero che le mie storie trovino un pubblico curioso, disposto ad ascoltare anche ciò che si muove ai margini. In definitiva, vorrei che il mio cinema rimanesse fedele a un principio semplice: far perdere al pubblico un po’ di tempo, sì… ma farlo in modo che quel tempo sia vissuto davvero, e non solo trascorso.

Grazie Emiliano e complimenti davvero per la tua carriera artistica!

Per saperne di più visita:
Facebook | Instagram @canova_production | @emiliano.canova93

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