Intervista alla cantautrice veneta tra impegno civile, poesia e ricerca di un nuovo equilibrio con il mondo

Con l’uscita del singolo Un posto sulla terra – disponibile dal 28 novembre su tutte le piattaforme digitali e in radio – Erica Boschiero apre le porte al nuovo album omonimo, in arrivo il 5 dicembre per Squilibri. Un progetto che intreccia temi ambientali, impegno sociale e una scrittura musicale capace di unire delicatezza e profondità. Da sempre vicina a realtà come Art For Human Rights e la Fondazione PerugiAssisi, la cantautrice rinnova la sua sfida artistica in nome di una natura risanata e di un’umanità capace di ritrovare direzione e riparo.
In questa intervista esploriamo le radici, le ispirazioni e la visione che hanno dato vita a un lavoro che molti, tra scrittori e musicisti, hanno già definito necessario.

a cura della redazione


Ciao Erica, benvenuta su Che! Intervista. Il tuo nuovo singolo Un posto sulla terra inaugura un progetto che si annuncia profondamente ispirato e necessario. Da dove nasce l’urgenza di raccontare questa ricerca di una casa, interiore ed esteriore
Credo sia una ricerca insita in ciascuno di noi, da sempre. Oggi però il mondo che ci circonda è più che mai destabilizzante, le mappe e le coordinate che abbiamo ricevuto in eredità da chi ci ha preceduto non funzionano più, e ci troviamo a doverne creare di nuove, in un contesto che cambia costantemente. E’ la ricerca di un luogo che possiamo sentire casa perché ci corrisponde, o perché quantomeno non finge di essere ciò che non è. E’ una ricerca disperata di autenticità in un’epoca in cui la verità è sempre più difficile da trovare e preservare, pur nelle contraddizioni che inevitabilmente portiamo dentro.

Il brano parla di fuga, rinascita e consapevolezza. Qual è il viaggio emotivo che ti ha accompagnata durante la sua scrittura?
E’ nato dall’osservazione delle vite di tante persone attorno a me, schiacciate da una corsa estenuante, da ritmi di lavoro disumanizzanti, dal dover corrispondere a tutti i costi a canoni che ci vengono dettati dall’esterno. Io fortunatamente faccio un lavoro che mi consente di ricavarmi momenti di silenzio e riflessività, ma conosco bene anch’io questa corsa, questa distrazione costante, e sento quanto finisca con l’inaridirci. Le canzoni sono state scritte in momenti molto diversi, nell’arco degli ultimi anni, ma sono tutte accomunate da questa ricerca, e da un amore vasto per questo pianeta e per le sue creature, esseri umani in primis.

Nel nuovo album affronti temi legati all’ambiente, alla pace e alla fragilità del nostro tempo. Come riesci a trasformare l’impegno civile in materia poetica e musicale senza perdere autenticità?
Credo dipenda dal fatto che vivo profondamente i temi che canto, che mi abitano costantemente e da sempre. Leggo molti più libri che parlano di ambiente, società e spiritualità che libri di musica, per capirci. La musica per me è soprattutto uno strumento, un mezzo, più che il fine del mio stare al mondo. E’ un mezzo meraviglioso, profondo e potente, di cui mai sapremo abbastanza e che possiamo approfondire per tutta una vita e ancora non basterebbe a cogliere il suo mistero, ma il fine per me resta soprattutto la ricerca sull’umano e sul suo rapporto con il resto del creato, e la comunicazione con gli altri, affinchè questo sia un percorso condiviso. 

Hai collaborato con movimenti e realtà importanti come Art For Human Rights e la Fondazione PerugiAssisi. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua visione artistica?
Mi hanno nutrito di incontri, soprattutto, incontri che mi hanno trasformato profondamente. Grazie ad Art For Human Rights ho conosciuto centinaia di difensori dei diritti umani (al Palazzo Chaillot a Parigi nel 2018 per esempio), ho conosciuto e dialogato con Joan Baez, Damien Rice, Glen Hansard, Hozier, Colum McCann, Peter Sis e molti altri artisti e attivisti da tutto il mondo. Persone che hanno rischiato e rischiano la vita per difendere i diritti fondamentali dei popoli oppressi, che ancora di più mi hanno spinto ad occuparmi di questi temi nella mia scrittura. 

La produzione di Stefano Cenci e Tony Pujia porta nel disco un respiro sonoro inedito. Che tipo di dialogo creativo si è instaurato durante la lavorazione dei brani?
E’ un lavoro cominciato già due anni fa con da alcuni incontri con Stefano Cenci, che nel mio percorso creativo ha avuto un ruolo fondamentale. Con lui abbiamo scelto tra tutti i brani inediti che avevo nel cassetto, più o meno recenti, quali potessero essere adatti a questo nuovo progetto, ne abbiamo scritto un paio insieme (Un posto sulla terra e Non siamo isole), abbiamo lavorato sull’interpretazione e su ogni singolo verso, fino poi a rivolgerci a Tony per gli arrangiamenti, al suo gusto e alla sua visione. Ho passato due mesi a Roma lavorando fianco a fianco con loro in studio di registrazione per dare ai brani il vestito più adatto a valorizzarli e a sottolineare i messaggi che portano. Tony e Stefano si completavano, nella sensibilità e nelle idee, e tutti e tre siamo rimasti per settimane immersi in un flusso creativo intenso e per certi versi magico, da cui, come in un laboratorio alchemico, da una lenta e amorevole distillazione, sono usciti questi nove brani. E poi ci sono stati i musicisti: Marco Siniscalco, Luca Trolli e Arnaldo Vacca sono entrati a pieno nel mondo che avevamo preparato, lo hanno reso vivo e pulsante di un’energia potente e delicata, sono stati un dono.

Le nove canzoni del nuovo album sono state descritte come capaci di “lenire le sofferenze del presente”. Qual è, secondo te, la forza curativa della musica oggi?
La forza curativa della musica c’è sempre stata, fin dai tempi più antichi. Oggi l’umanità si trova a vivere un momento di passaggio, come la strozzatura di una clessidra, tra ciò che è stato e ciò che sarà, mentre i granelli di sabbia scorrono ad una velocità mai vista, e il senso di impotenza di fronte ai drammi che questo tempo porta con sé, dalle guerre al cambiamento climatico, si mescola a quello di solitudine… La musica, soprattutto quella dal vivo, può riportarci fuori dalle nostre stanze, andare a toccare nel profondo, farci sentire meno soli… e forse portare una carezza lì dove una ferita sanguina, o almeno questo è ciò che spero. Credo che a fare la differenza oggi, come in tutte le cose, sia l’intenzione con cui la musica viene prodotta, e l’autenticità con cui la si porta al pubblico. Se l’intento è unicamente quello di fare profitto o cavalcare la moda del momento, non trovo abbia una forza davvero curativa. Se invece è capace di mettere a nudo chi la fa, mostrando le sue ferite e arrivando per questo a toccare quelle degli altri, allora la storia cambia, e la musica diventa un potente strumento di comunione e di trasformazione del dolore.

Figure come Franco Mussida, Matteo Pericoli, Daniel Lumera e Neri Marcoré hanno espresso apprezzamenti entusiasti per il tuo lavoro. Che significato ha per te questo riconoscimento da parte di personalità tanto diverse?
E’ una bella conferma, di come la mia musica possa arrivare a personalità appartenenti anche ad ambiti molto diversi: Franco è un musicista straordinario, un mito per chi fa musica, Matteo un geniale architetto-narratore, Daniel un biologo esperto di meditazione, Neri un artista poliedrico che spazia dalla regia alla recitazione, dalla musica alla conduzione televisiva… il fatto che tutti loro abbiano riconosciuto un valore nel mio lavoro è una soddisfazione enorme, proprio perché dimostrazione che la musica può attingere da molti ambiti e poi tornare a toccarli, a sua volta.

Il booklet dell’album è arricchito dalle immagini di Peter Sis, artista di fama mondiale. Come è nata questa collaborazione e cosa aggiungono le sue illustrazioni al progetto?
Peter Sis è uno degli artisti coinvolti dai progetti di Art For Human Rights, fondata dal comune amico Bill Shipsey. Ho conosciuto Peter a fine estate ad un evento di beneficenza per Amnesty International al Castello di Ama, nel Chianti, dove abbiamo condiviso una bella nuotata in piscina, svariati pasti e soprattutto chiacchiere belle. Alla fine di quelle giornate ho pensato di chiedergli se potessi utilizzare uno dei suoi dipinti per la copertina dell’album, e lui è stato estremamente generoso, donandomi l’opera di copertina ma anche altre nove opere che accompagnano i testi delle canzoni nel booklet. Peter è stato rifugiato politico, e forse anche per questo le sue opere sono di una delicatezza e di una potenza straordinarie. Il tema del viaggio è sempre stato uno dei fulcri della sua produzione e i dipinti che mi ha donato sembrano creati apposta per questo album. Ci sono figure in volo, donne e uomini, mappe di luoghi remoti e sconosciuti. In genere il volo di queste persone (come quello della donna in copertina, che dentro di sé porta a sua volta un paesaggio), sono da destra verso sinistra, come se stessero tornando indietro, come a suggerire che non è necessariamente sempre verso il progresso illimitato che dobbiamo tendere, e che forse a volte tornare sui nostri passi per recuperare quanto di buono avevamo e abbiamo perduto, può essere prezioso per il nostro cammino… E poi come non ritrovare in questi dipinti rimandi al suo capolavoro  “la conferenza degli uccelli”… E’ un onore poter avere le sue opere ad accompagnare le mie canzoni!

NaturaSì, Almo Nature e la Fondazione Capellino hanno sposato i valori alla base del disco. Quanto è importante per te costruire ponti tra arte, sostenibilità e responsabilità collettiva?
Trovo che sia fondamentale, per dare ancora più visibilità e forza al messaggio che cerchiamo di portare. Non si tratta soltanto di un sostegno economico al progetto, quanto più di condivisione di valori e di visione per il futuro. In queste realtà ho scoperto un altro modo di intendere l’economia, non solo come fonte di profitto, ma anche e soprattutto come occasione per poter incidere realmente e profondamente nei meccanismi che sono alla base del sistema di sfruttamento delle risorse contemporaneo. Fondazione Capellino con Almo Nature mi ha fatto conoscere la Reintegration Economy, un modello di cui sono pionieri, che vede il reinvestimento della totalità dei profitti aziendali (tolte le tasse e le spese per il sostentamento dell’azienda) in progetti per la biodiversità. NaturaSì mi ha fatto scoprire una galassia di produttori e distributori che mettono al primo posto la salute degli esseri umani e del pianeta, il rispetto dei lavoratori e dell’ambiente. Sono modelli che andrebbero raccontati il più possibile, perché credo che la salvezza del genere umano e di gran parte delle specie sulla Terra passi da questo cambio di paradigma: dal sentirci non più padroni ma custodi, non più al centro di tutto ma in dialogo con il resto del creato, dal pensare alle generazioni future e non più soltanto all’immediato tornaconto economico. L’arte può dar voce a questa trasformazione, può diventare un ponte che arriva a toccare l’emotività e non soltanto l’intelletto, rendendo la trasformazione ancora più profonda ed efficace.

Un posto sulla terra” è un titolo che racchiude un messaggio universale. Quale speri che sia l’impronta che questo album lascerà nel cuore di chi lo ascolterà?
Ciò che auspico è che chi ascolta si senta preso per mano, portato a guardare il mondo per come è oggi, con l’inquietudine per questi cambiamenti epocali, la guerra, le ferite che portiamo, la sofferenza del pianeta, la corsa disumana in cui siamo immersi, la solitudine, l’esclusione dei più fragili… e al contempo, che si senta protetto, accarezzato, accompagnato a guardare più in là, la luce che si intravede oltre le nuvole nere della tempesta, dove ci aspetta un futuro ancora tutto da scrivere e reinventare.

Grazie Erica e complimenti per la tua carriera artistica!

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