Filippo Perbellini: la voce come memoria viva, tra eleganza orchestrale e identità contemporanea

Con una carriera iniziata giovanissimo e un percorso artistico che attraversa soul, R&B, jazz e grandi collaborazioni internazionali, Filippo Perbellini torna oggi con una raffinata rilettura di My Favorite Things, insieme alla Francesco Montisano Orchestra. Un progetto che unisce rispetto per la tradizione e desiderio di attualità, mettendo al centro una voce matura, consapevole, capace di dialogare con un’orchestra senza mai perdere intimità.

a cura della redazione


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Benvenuto su Che! Intervista Filippo.
“My Favorite Things” è un brano che appartiene alla memoria collettiva: cosa ti ha spinto a tornare proprio a questo classico e perché farlo oggi?

È proprio il fatto che appartenga alla memoria collettiva ad avermi spinto verso questo brano. “My Favorite Things” è una canzone che tutti conoscono, anche senza rendersene conto: fa parte di un immaginario condiviso, attraversa generazioni. Sentivo che oggi, dopo anni di ricerca e di esperienze diverse, avevo finalmente gli strumenti emotivi e artistici per affrontarla senza nostalgia, ma con verità. Farlo oggi significa provare a restituirle una nuova vita, senza toglierle nulla, ma aggiungendo ciò che sono diventato.

Nella tua interpretazione si avverte un grande rispetto per l’originale, ma anche una forte identità personale: come hai lavorato per trovare questo equilibrio sottile?
L’equilibrio nasce dall’ascolto. Prima di cantare, ho ascoltato molto: il brano, la sua storia, le versioni iconiche. Poi ho cercato di “dimenticare” tutto e di rimettere al centro il testo, il respiro, le parole. Non ho mai pensato di dover dimostrare qualcosa: volevo solo essere sincero. L’identità personale emerge quando non forzi le cose, quando lasci che la tua voce racconti ciò che sente davvero in quel momento.

La collaborazione con la Francesco Montisano Orchestra dà al brano un respiro internazionale ed elegante: cosa ti ha colpito di questo ensemble e del lavoro di Montisano come direttore e arrangiatore?
Mi ha colpito la sua visione. Francesco ha un modo di lavorare molto rispettoso, mai invadente, ma allo stesso tempo estremamente preciso. L’orchestra non è mai un “ornamento”: è un organismo vivo che respira con la voce. Gli arrangiamenti sono ampi, sofisticati, ma sempre al servizio del brano. È raro trovare qualcuno che sappia unire così bene rigore e sensibilità.

Cantare con un’orchestra di 22 elementi richiede ascolto, misura e presenza: che tipo di dialogo si crea tra la tua voce e una struttura orchestrale così ampia?
È un dialogo fatto di silenzi, prima ancora che di suoni. Devi fidarti, devi lasciare spazio. L’orchestra ti sostiene, ma ti chiede anche responsabilità: ogni parola pesa, ogni respiro conta. Non puoi “spingere”, devi stare dentro il flusso. È un’esperienza molto fisica ed emotiva allo stesso tempo, quasi meditativa.

Guardando al tuo percorso, dagli esordi televisivi fino alle esperienze tra Los Angeles e Londra, senti che oggi la tua voce racconta qualcosa di diverso rispetto al passato?
Assolutamente sì. Oggi la mia voce racconta meno il desiderio di affermarsi e più il bisogno di essere autentica. Quando sei giovane hai fame, urgenza, voglia di dimostrare. Oggi sento di avere più pazienza, più consapevolezza del tempo. La voce cambia perché cambia lo sguardo sul mondo.

Hai attraversato mondi musicali molto diversi – R&B, soul, jazz, elettronica –: in che modo tutte queste esperienze confluiscono oggi nel tuo modo di interpretare un brano come questo?
Confluiscono nel controllo e nella libertà. Ogni genere ti insegna qualcosa: il soul ti insegna l’emozione, il jazz l’ascolto, l’elettronica la sintesi. Tutto questo oggi mi permette di scegliere cosa dire e cosa non dire, musicalmente. Anche in un brano orchestrale, porto con me quel bagaglio, ma in modo naturale, non dichiarato.

Il videoclip accompagna il brano con un’estetica essenziale e coerente: quanto è importante per te l’aspetto visivo nel completare il racconto musicale?
È molto importante, ma deve essere coerente. Non amo i videoclip che spiegano troppo. In questo caso volevo che l’immagine fosse uno spazio di respiro, non di distrazione. L’essenzialità aiuta a lasciare spazio alla musica, alla voce, all’emozione. Il visivo deve amplificare, non sostituire.

“My Favorite Things” parla, in fondo, di piccole cose che danno senso alla vita: quali sono oggi le tue “cose preferite”, artistiche o personali, che ti tengono ancorato a ciò che conta davvero?
Il tempo. Il silenzio. Le persone vere. Artisticamente, il poter scegliere senza fretta. Personalmente, la semplicità: una giornata senza rumore, una conversazione sincera, la sensazione di essere nel posto giusto, anche solo per un momento. Sono cose piccole, ma fondamentali.

Nel tuo percorso hai lavorato con grandi nomi della musica internazionale: cosa ti hanno insegnato queste collaborazioni sul valore del tempo, dell’attesa e della crescita artistica?
Mi hanno insegnato che nulla di vero nasce in fretta. I grandi artisti sanno aspettare, sanno ascoltare, sanno dire di no. La crescita non è una corsa, è un processo. E soprattutto mi hanno insegnato che la tecnica è importante, ma senza profondità umana non resta nulla.

Dopo questo ritorno così elegante e consapevole, che direzione immagini per il tuo prossimo capitolo musicale: più radicato nella tradizione o ancora più aperto alla sperimentazione?
Non vedo le due cose come opposte. La tradizione è il punto di partenza, non il limite. Mi interessa continuare a sperimentare, ma con radici solide. Voglio portare avanti una musica che sappia durare, che non abbia paura del tempo. Se c’è una direzione, è quella dell’onestà artistica.

Grazie per il tuo tempo e complimenti per il tuo lavoro

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