Con Dopamina Filippo Poderini costruisce un lavoro che sfugge alla logica del singolo e si presenta come un organismo unitario, quasi cinematografico. I sedici brani, pubblicati nel corso di un anno e ora ricomposti in un flusso di circa mezz’ora, acquistano senso solo nella continuità dell’ascolto: più che una raccolta, è un percorso emotivo scandito da tensioni, pause e improvvise aperture melodiche.

a cura della redazione


L’impianto sonoro vive di contrasti. Le basi elettroniche, debitrici all’IDM più atmosferico, frammentano il ritmo in micro-tracce pulsanti, mentre i sintetizzatori si distendono in superfici vaporwave dal sapore nostalgico. Su questo sfondo la voce non è mai protagonista assoluta: si moltiplica, si sdoppia, diventa personaggio e contro-personaggio, restituendo l’instabilità dell’identità contemporanea evocata dal titolo.

Il cuore del disco non è tanto la ricerca estetica quanto quella narrativa. Dopamina racconta l’urgenza del desiderio e la sua inevitabile frustrazione: ogni brano sembra avvicinarsi a una catarsi che però si dissolve poco prima di compiersi. Le collaborazioni — da presenze della scena alternativa a voci emergenti — non spezzano l’unità, ma ampliano il quadro timbrico, come se diversi punti di vista abitassero lo stesso spazio mentale.

Poderini dimostra una scrittura attenta alla parola quanto al suono: la componente elettronica non copre il testo, lo sostiene, e spesso lo contraddice. Il risultato è un mosaico sonoro stratificato, capace di coniugare sensibilità autoriale e produzione contemporanea. Non un disco immediato, ma un ascolto che cresce nel tempo, rivelando gradualmente la sua natura: una riflessione musicale sul bisogno, umano e universale, di sentirsi vivi.

Per saperne di più:
Instagram | Spotify | YouTube

Copy link