Francesca Silvestri è editor e giornalista, oltre che scrittrice. Nel 1996 ha fondato la casa editrice ali&no, di cui è attualmente direttrice editoriale, e nel 2020 il Premio Letterario Nazionale Clara Sereni, scrittrice con cui aveva a lungo collaborato, ricevendo la Medaglia del Presidente della Repubblica.
Utilizza la scrittura in ambiti educativi e terapeutici, collabora con il blog Arufabetto e la rivista Noidonne. È autrice di racconti e curatrice di volumi, tra cui Il tavolo della memoria familiare. Intervista a Clara Sereni (ali&no, 2024). Ha esordito in narrativa con il romanzo L’arrocco (Les Flâneurs, 2022), per poi tornare quest’anno con il romanzo Figlie del silenzio, sempre per Les Flâneurs Edizioni nella collana Montparnasse.
a cura della redazione
Benvenuta su Che! Intervista, Francesca, ben trovata. In te sono condensate più figure, oltre al giornalismo. Come ti approcci a un testo nelle vesti di editor, direttrice editoriale e autrice?
I ruoli che citi, e che in effetti mi appartengono, sono molto diversi tra loro, richiedono un impegno costante e hanno sicuramente un filo rosso che li unisce, più di quanto si possa immaginare. E quel filo rosso è proprio il mio essere di formazione giornalista – lo sono ormai da qualche decennio – che mi ha trasmesso il desiderio di leggere e approfondire notizie, fonti e temi prima di accingermi a scrivere. La curiosità è un altro elemento importante per me. Come autrice so perfettamente che la lettura è il primo passo per approcciare la scrittura in qualsiasi forma. Leggo di tutto: dai romanzi ai fumetti, dai saggi ai reportage ai racconti fino alle poesie. La lettura è al centro del mio lavoro in casa editrice, sia come editor sia come direttrice editoriale che pratica il vero e unico imprescindibile ruolo che dovrebbe appartenere a un editore, quello di selezionare e curare i testi. Ho detto “dovrebbe” perché oggi si è un po’ perso e accade che per scegliere un libro da pubblicare ci si affida facilmente a patine socialmediatiche dell’autore o a temi mainstream. Ma questo è un altro problema che andrebbe approfondito a livello sociologico.
Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano, tra vizi e virtù?
Ti potrei rispondere di getto: di sicuro c’è una grande scelta! Libri ovunque: librerie, GDO, shop on line. Riflettendo noto che da un lato questo è un importante passo avanti nella diffusione della lettura, perché chiunque, anche dal paesino più remoto, può ordinare facilmente un libro e farselo recapitare a casa, ma dall’altro vizia pesantemente il criterio e la capacità di scelta del lettore. Mi spiego meglio. Un lettore medio non è più abituato ad entrare in una libreria, a lasciarsi guidare dall’istinto sfogliando a caso un libro o a farsi consigliare dal libraio di fiducia, figura ormai in via di estinzione. Oggi un libro spesso non si acquista consapevolmente, si “ordina” perché si è letto qualcosa su un blog o abbiamo sentito per radio o in tv qualcuno che ne parla. Non si cercano i consigli di lettura, ma siamo abbacinati, e qui torniamo al punto della risposta precedente, dalla cultura mainstream.
Poi ci sono le scuole di scrittura, blasonate e non, che formano (o meglio addestrano) scrittori – e di conseguenza lettori – a una scrittura omologata e tecnica, senza guizzi di originalità, salvo rare eccezioni. È tutto un fiorire di librerie sempre meno indipendenti e “on demand”: i libri non si tengono esposti a scaffale e si ordinano al distributore solo su richiesta del cliente, come su richiesta e a pagamento esistono, anzi direi, trionfano le autopubblicazioni che ormai troviamo ovunque anche in rete. Molti autori preferiscono saltare consapevolmente la presenza di un editore evitando di fatto la possibilità del rifiuto e della curatela (editing, revisione del testo etc.) che questo mestiere invece mette al centro delle pubblicazioni.
Cosa deve contenere una storia per colpirti e ritenerla degna di essere pubblicata?
Originalità, senza dubbio. E poi qualità della scrittura, che abbia un proprio stile e una propria identità. Personalmente amo le storie non consolatorie, la letteratura che lascia punti di domanda aperti, che inquieta anche, o stordisce o emoziona fino alle lacrime, insomma quel genere di scrittura che apre a mondi diversi e non lascia indifferente il lettore, che lo prende e non lo lascia andare fino alla fine. Difficile da trovare, ma quando lo trovi è meravigliosamente appagante per me. E poi c’è il finale, la cosa più complessa per un autore di narrativa. Un finale sbagliato può uccidere una trama o una scrittura bellissime. Il finale deve scuotere e, perché no, percuotere o ammaliare chi legge, stupire, turbare, ma mai deve lasciare indifferenti! Se ci pensi in poesia è lo stesso: non basta andare a capo per comporre versi poetici, bisogna aver letto i grandi poeti, conoscere bene la metrica ed emozionare nell’essenzialità del verso, cercando sempre di empatizzare con il lettore, poi prenderlo per mano e portarlo fino alla cosiddetta “chiusa”, il finale giusto che risolve (o annulla) tutto il versificare.
Veniamo alla tua storia, ovvero a quella di Alaide Fabbrini, la protagonista di Figlie del silenzio. Ce la fai conoscere più da vicino?
La storia di Alaide Fabbrini, la protagonista di Figlie del silenzio, attinge a fatti realmente accaduti. In origine era una vicenda piena di lacune e di “si dice”, “sembra”, “forse” e altre incertezze. O almeno così diceva chi me ne ha parlato la prima volta. Vissuta a cavallo tra due secoli (nata nel 1898 e morta nel 1929), Alaide scompare prematuramente e in circostanze poco chiare a soli 31 anni, subito dopo aver avuto il suo primo figlio. Ma la cosa che mi ha più intrigato è che di lei si erano inspiegabilmente perse le tracce nella storia locale e soprattutto nella propria famiglia, con la morte dell’ultima pronipote. Una storia strana e confusa che però, forse proprio perché oscura, mi ha coinvolto fin dall’inizio e mi ha portato a indagare e ad approfondire tematiche importanti, come la malattia mentale all’inizio del Novecento, molto prima della legge Basaglia, e la facilità con cui le donne spesso venivano rinchiuse in manicomio o in convento per la loro stravaganza o per una personalità che difficilmente rientrava in certi stereotipi. Le fonti (lettere, testimonianze, documenti) mancavano quasi del tutto per questa storia, non c’erano molte foto di famiglia né diari. Era come se mi sfuggisse, volesse restare nell’ombra. Insomma, più andavo avanti nella ricerca, più annotavo tutto e cercavo di rimettere in fila i pezzi, più avevo la sensazione che questa vicenda non poteva essere ricostruita del tutto, in altre parole sarebbe rimasta incompleta. Così, da un certo punto in poi – anche perché era il 2020 e la reclusione è toccata anche a noi –ho deciso di abbandonare la storia reale e mi sono lasciata andare, trasformando la vicenda biografica di Alaide in romanzo. Dalla non fiction alla fiction, la strada ormai era tracciata e la prima stesura è arrivata di lì a poco. Poi una lunga rilettura e revisione e infine nel 2025 la pubblicazione con Les Flâneurs, l’editore del mio esordio in narrativa con “L’arrocco” (2022).
Dalla critica letteraria ti è stata riconosciuta la capacità di empatizzare con Alaide, eppure credo che per toccare alcuni dei temi che hai affrontato la stesura abbia richiesto particolare accuratezza e documentazione… È stato effettivamente così?
Vero. Le storie, lo ripeto spesso, è come se mi venissero a cercare. Mi stanano e mi scuotono nel profondo e quando arrivano così potenti non posso far altro che scriverle. Quando ho iniziato a dipanare la matassa intricata di questa vicenda, su richiesta di una discendente di Alaide, ho vagato anche io come Matilde, la coprotagonista del romanzo, per archivi parrocchiali e cimiteri osservando tombe ed epigrafi, ho interrogato persone, anche molto anziane, e visitato i luoghi che erano stati teatro della vicenda. Ho studiato e consultato per molti mesi l’archivio del manicomio di Volterra che contiene una miniera di testimonianze dei pazienti internati e dei trattamenti sanitari somministrati. Ma il risultato è stato che… non trovavo nessuna traccia ragionevolmente plausibile che potesse ricondurre a quella giovane e scomoda ragazza degli anni Venti, niente più di quelle voci che riportavano solo informazioni per sentito dire. E forse è stato proprio questa la molla che ha dato vita e linfa alla nascita del romanzo. Mi sono affidata alle sensazioni, alle emozioni e a un “sentire” più profondo dell’evidenza che mi ha portato a “Figlie del silenzio”. Mi sono messa in ascolto e la storia di Alaide alla fine è stata scritta. E, mi piace pensare, che il libro sia stato un modo per ridare spazio e voce un’esistenza inquieta dimenticata troppo in fretta.
Hai altre storie simili che sono venute a bussarti, nel frattempo?
Beh, diciamo che nel cassetto ho qualche altra storia che ancora deve prendere una propria direzione. I plot, come si dice tecnicamente, ci sono e devo dire che sono tanto intriganti quanto molto diversi dai precedenti. Uno è sicuramente distopico, una storia a mio parere assolutamente necessaria a cui ho già lavorato insieme a una esordiente di grande talento. Un remake di un periodo storico appena trascorso osservato oltre vent’anni dopo, con l’emersione di temi legati alla manipolazione dell’informazione, agli scandali e alla storia recente del nostro paese viziata da trame occulte. Probabilmente il romanzo non porterà la mia firma, ma sarò lo stesso felice tenerlo a battesimo dato che ho partecipato alla stesura in veste di ghostwriter.
L’altra storia si muove intorno al tema del doppio, della molteplicità pirandelliana nel dramma umano, un “interno giorno”, come si dice in gergo cinematografico, dai risvolti sorprendenti con pochissimi personaggi e ambientato in luogo chiuso. Per ora non dico altro!
E, guardando invece al passato, c’è un fil rouge tra Figlie del silenzio e la tua precedente produzione letteraria?
Direi che Alaide e Matilde sono figlie elettive di figure femminili importanti che hanno attraversato la mia vita e di conseguenza le mie scritture. Madri, maestre, amiche. Prima fra tutte Alice, la protagonista di “L’arrocco”, determinata giornalista d’inchiesta che dipana una matassa altrettanto ingarbugliata di un intreccio internazionale che ha a che fare con la fine di Hugo Chávez, già Presidente del Venezuela. A lei assomiglia molto Matilde nella capacità di analisi dei fatti e nella testarda ricerca della verità a tutti i costi. Ma è simile a lei anche ad Alaide, inquieta e creativa donna d’inizio Novecento, disperatamente alla ricerca delle sue radici. In ogni personaggio delle mie narrazioni, indipendentemente dal genere, comunque c’è qualche tratto del mio carattere o di chi ho incontrato, è normale: ogni autore quando scrive, scrive qualcosa di sé o del suo mondo e quasi sempre lo trasferisce nei suoi personaggi. Per estensione, si potrebbe dire, che per certi lati del loro carattere e del loro agire Alice, Lara, Matilde, Alaide mi assomigliano…
So che in questo periodo sei stata impegnata, anzi potremmo dire impegnatissima, nell’organizzazione delle fasi finali Premio Letterario Nazionale Clara Sereni. Un bilancio?
Bilancio estremamente positivo. L’edizione 2025, la sesta, ha visto la partecipazione di molti ospiti del mondo culturale nazionale e dello scrittore Paolo Di Paolo (“La lingua batte”, Rai radio 3) alla conduzione della Cerimonia di premiazione svoltasi nello splendido Teatro Morlacchi di Perugia. Un’emozione grande che ancora porto con me. È stata un’edizione in grande stile, con eventi culturali che hanno preceduto le fasi finali, tra cui ricordo con piacere la presentazione dei finalisti al Salone del Libro, la tavola rotonda con due cooperatori internazionali e soprattutto la lectio all’Università degli Studi di Perugia della nostra Presidente di Giuria, Benedetta Tobagi, sulle scrittrici e la Resistenza non taciuta. C’è da dire che questo Premio, insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica 2020 come «manifestazione di elevato valore culturale», in sole sei edizioni è divenuto un punto di riferimento tra i premi letterari italiani per la sua capacità di valorizzare la letteratura civile, sociale e femminile contemporanea, memoria viva di Clara Sereni, scrittrice con cui ho avuto il privilegio di collaborare per molti anni.
Per concludere, una curiosità: c’è una domanda che non ti hanno mai fatto sul libro e a cui terresti molto rispondere?
Sì, forse è una domanda un po’ provocatoria: se la protagonista di questo romanzo fosse un animale, quale sarebbe? E io risponderei senza ombra di dubbio: una volpe! Alaide, ma anche Matilde, sono coraggiose, eleganti, intelligenti e astute come le volpi, animali capaci di azioni strategiche complesse per propria natura, esseri che hanno popolato l’Appennino fin da epoche remote e dunque ci appartengono per tradizione ancestrale. E, almeno per me, la volpe è a pieno titolo eleggibile ad animale guida.
Grazie Francesca e complimenti per tutto!

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