Con Ti Posto, disponibile da venerdì 29 maggio per Orangle Records, Francesco Salvi torna in musica con un brano ironico, martellante e profondamente attuale. Artista, attore, autore e musicista, Salvi firma una satira pop feroce e lucidissima sull’era dei social network, dove ogni momento della vita quotidiana — dalla foto perfetta alla tragedia ripresa con il telefono — rischia di trasformarsi in contenuto da pubblicare. Una canzone che fa sorridere, ma che al tempo stesso invita a riflettere sul nostro modo di osservare, documentare e consumare la realtà.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Francesco, e grazie per essere con noi. Con Ti Posto torna in musica affrontando uno dei comportamenti più diffusi del nostro tempo: la necessità di trasformare tutto in contenuto. Da quale osservazione nasce questo brano?
Dall’osservazione di chi osserva. Il comico guarda tutto, l’umorista ancor di più. L’umorista è un comico che ha studiato e devi stare attento a come ti vesti perché ti guarda; a come parli perché ti ascolta; a come ti pettini perché sennò ti presenta il suo parrucchiere. Ma nemmeno se sei come Bisio gli va bene. Insomma, non gli va bene niente sennò cosa ci sta a fare?
La frase “La posto, la posto” diventa nel pezzo un tormentone, ma anche una chiave di lettura molto precisa della società contemporanea. Che cosa racconta, secondo lei, questo riflesso quasi automatico di registrare e pubblicare ogni cosa?
È una forma più moderna di pettegolezzo.
Nel brano si passa dalla quotidianità più leggera alla cronaca nera, dagli animali domestici ai pestaggi, dagli incidenti alle alluvioni. Perché era importante mostrare che lo stesso meccanismo può inghiottire tanto il ridicolo quanto il drammatico?
Meccanismo ridicolo produce drammatiche conseguenze: è meglio saperlo che lamentarsi dopo. Ma giudizi e commenti non li legge nessuno: la cosa più importante è scrivere giudizi e commenti per far vedere agli amici che facciamo qualcosa oltre a scrollare tutto il giorno.
Ti Posto prende in giro il linguaggio dei social, ma non si limita a fare satira su TikTok, influencer o like. Qual è il punto più profondo che voleva mettere in evidenza?
Qui il punto più profondo è uguale al più superficiale: non c’è spessore, a meno che per “spessore” si intenda quanto spesso postano gli odiatori.
Una delle frasi più significative è “Dimmi che esisto, almeno mi posta”. Quanto il bisogno di visibilità e conferma esterna condiziona oggi il modo in cui costruiamo la nostra identità?
Bisogno di visibilità ce n’è stato sempre: c’è chi si fa notare per avere una poltrona; c’è chi la poltrona ce l’ha già e adesso vuole un divano; c’è chi non ha nemmeno la casa e non trova nessuno che si accorge d lui.
Non è una cosa nuova. Zavattini diceva “parliamo tanto di me” perché allora non c’erano i telefonini. Per farsi conoscere doveva fare una tournée sui citofoni.
Nel testo compare il contrasto tra “Leggi, studia, pensa” e “Scrolla, clicca, posta”. Che cosa rischiamo di perdere quando la velocità del flusso sostituisce il tempo della comprensione?
Sono le frasi delle mamme che nessuno ascolta mai. Bisogna avvisarle di alzare la voce perché quando siamo fuori casa c’è troppo casino e non si sente.
La sua cifra artistica ha spesso usato il nonsense, l’ironia e l’assurdo per raccontare qualcosa di molto reale. In che modo ha lavorato, in questo caso, per mantenere il brano popolare e immediato senza renderlo superficiale?
Nonsense è il mio secondo nome. Ironia il cognome. Assurdo è il titolo di studio. Reale è la reazione del pubblico che mi segue da tanto: se un giorno mi raggiunge sono rovinato.
La canzone parla anche di chi, davanti a un evento traumatico, sceglie prima di registrare che di intervenire o comprendere. Secondo lei la mediazione dello schermo ci sta rendendo più distanti dalla realtà?
Certamente, soprattutto se per realtà s’intende ciò da cui lo schermo ci sta rendendo più distanti. È questo il compito dello schermo. Anche Dante usava lo schermo per non far capire a sua moglie qual era in realtà la sua amante.
Sul piano sonoro Ti Posto coinvolge un lavoro corale con Paolo Agosta, Mitch DJ, Davide Primiceri e Antonio Russo. Quanto è stata importante la dimensione musicale e produttiva per sostenere il ritmo satirico e teatrale del brano?
È tutto un tutt’uno. Il gruppo è molto importante, basta che non sia un branco altrimenti dovrei fare il pastore che non è il mio mestiere, servirebbe un professionista. Propongo un pastore protestante o meglio ancora un pastore tedesco.
Con questa nuova uscita, quale riflessione le piacerebbe lasciare al pubblico sul nostro rapporto con i social, l’immagine e la realtà che scegliamo di mostrare?
Sentite solo le cose più belle cioè le mie. Se invece non vi piacciono, sentite solo le cose più schifose cioè le mie che ho bisogno di affetto visto che di affitto non se ne trova da nessuna parte.
Grazie Francesco e complimenti per tutto!
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