In occasione del firmacopie di Mafiaville, in programma sabato 6 giugno alla Libreria Nuova Terra di Legnano, incontriamo Gabriele Cantella, giornalista e autore siciliano pubblicato da I Dobloni Editore. Nato a Catania, cresciuto a Gela e oggi residente a Milano, Cantella porta nel suo nuovo romanzo un immaginario segnato dalla cronaca, dalla memoria dei territori e dalle dinamiche sociali legate al potere criminale. Un’opera intensa, in cui tensione narrativa e denuncia civile si intrecciano per raccontare una comunità ferita dalla presenza della mafia e dalle conseguenze delle sue logiche.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Gabriele, e grazie per essere con noi. Sabato 6 giugno sarà alla Libreria Nuova Terra di Legnano per incontrare i lettori: con quale spirito si prepara a questo appuntamento e che cosa rappresenta per lei il contatto diretto con il pubblico?
Ciao e grazie! Lo spirito è quello di sempre, l’incontro coi lettori è occasione di condivisione, confronto e arricchimento. Il contatto diretto con ciascuno di loro è il modo più genuino di far conoscere le mie storie, dando voce alle pagine scritte prima ancora che vengano lette.
Mafiaville è un romanzo che porta il lettore dentro una realtà segnata dalla presenza pervasiva del potere criminale. Da quale esigenza narrativa e personale nasce questo libro?
Questo romanzo nasce da lontano, dall’urgenza insopprimibile di recuperare la memoria di una storia che mi porto ancora oggi addosso come una cicatrice sulla pelle. Il passato è scritto, non si può e soprattutto non si deve cancellare. Rimuovere il trauma è un meccanismo di autodifesa fine a sé stesso, per superare quel trauma bisogna, inevitabilmente, riviverlo e affrontarlo. A chi mi accusa di voler gettare fango su Gela per farmi pubblicità, rispondo che, al contrario, raccontare questa storia a distanza di quarant’anni, significa per me rendere merito e giustizia a quel tessuto sano che c’è oggi e c’era allora. Un tessuto sano di gente onesta che con la sua onestà ha generato gli anticorpi per combattere il morbo ed estirpare da Gela il seme corrotto del DNA mafioso
Lei è nato a Catania ed è cresciuto a Gela, città che continua a influenzare il suo immaginario. In che modo le sue radici siciliane entrano nella costruzione dei luoghi, dei personaggi e delle atmosfere del romanzo?
Le mie origini sono il tessuto connettivo del mio universo narrativo. Raccontare la mia terra, mettere in scena lì le mie storie, significa stabilire un ponte emotivo ed ideale con Gela. Attraverso i miei personaggi e le loro vicende continuo a vivere le atmosfere, sentire gli odori, gustare i sapori, vedere i colori di Gela, adesso che mi trovo a Milano.
Nel libro la mafia non appare solo come organizzazione criminale, ma come sistema capace di condizionare la vita quotidiana, le relazioni e le scelte individuali. Quanto era importante per lei raccontare questa dimensione più profonda e sociale del fenomeno?
Raccontare la dimensione sociale ed anche culturale del fenomeno mafioso era tra le ragioni più urgenti che hanno mosso la mia coscienza e ispirato la mia penna. Di mafia si è scritto e parlato assai, ma quasi mai s’indaga l’umanità che pensa, si muove e agisce nel contesto mafioso. Un’umanità disumanizzata e disumanizzante, ma sempre umanità. Sentivo forte il bisogno di raccontare il male dal punto di vista del male, mettendo a nudo quell’umanità nella sua miseria, presentandola senza filtri, senza sconti così com’è. Cosa muove questi uomini, anzi, questi picciriddi, che a dodici anni si ritrovano in mano una pistola e uccidono, mentre i loro coetanei giocano a pallone sotto casa? Hanno una scelta questi bambini o la loro nascita è una condanna senza appello a una vita di piombo e sangue?
La frase “Ogni mossa è un omicidio. Ogni errore è una condanna. Perché a Gela il piombo è democratico” restituisce subito un clima duro, quasi senza scampo. Che ruolo ha la tensione narrativa nella struttura di Mafiaville?
La storia della faida tra Stidda e Cosa Nostra si prestava naturalmente a generare una tensione narrativa crescente dalla prima pagina all’ultima. Omicidi, stragi, tradimenti, vendette scandiscono il ritmo caotico della narrazione, rendendola simile a un climax orchestrale.
Lei lavora nel giornalismo sportivo, ma coltiva anche una forte attenzione per la cronaca nera e per le dinamiche dei territori complessi. Come dialogano, nella sua scrittura, lo sguardo del giornalista e quello del narratore?
Specie quando si sceglie di raccontare un fenomeno reale e radicato nella società come quello mafioso, lo sguardo del giornalista convive con quello dello scrittore ed entrambi si alimentano a vicenda. L’approccio giornalistico si è rivelato fondamentale nella ricostruzione del contesto storico-sociale attraverso lo studio di atti giudiziari e cronache dell’epoca.
Mafiaville intreccia racconto, denuncia sociale e riflessione civile. Secondo lei la narrativa può ancora contribuire a creare consapevolezza sui temi della criminalità organizzata e della responsabilità collettiva?
La narrativa non soltanto può, ma deve, contribuire a generare consapevolezza su temi come la mafia, perché ci riguardano tutti e tutti dobbiamo sviluppare una coscienza civile, che la letteratura ha il compito ma anche il merito di alimentare e corroborare.
Quando si affrontano temi come mafia, violenza e potere, esiste sempre il rischio di spettacolarizzare il male. Come ha lavorato per mantenere equilibrio tra realismo, coinvolgimento del lettore e rispetto della materia trattata?
La mia prima e più stringente premura era quella di scongiurare ogni forma di spettacolarizzazione della violenza e di tenere al sicuro il lettore dall’effetto di fascinazione che il male troppo spesso esercita. Ho provato a decostruire quella mitologia criminale che altri prodotti simili hanno contribuito a generare. Presentando i mafiosi nella loro miseria umana, rendendoli grotteschi e persino ridicoli, ho voluto far sì che non esistesse possibilità di empatizzare con gente come Tano U Trunzu o volontà di emularne comportamenti e gesta
Il romanzo è pubblicato da I Dobloni Editore. Che tipo di percorso editoriale ha accompagnato la nascita e l’uscita di Mafiaville?
Mafiaville è un libro scomodo, che viene al mondo anche grazie al coraggio e alla forza di una casa editrice come I Dobloni, che in questa storia ha creduto sin dal primissimo instante, da quando ancora non era stata scritta. Mariana Marenghi è una costruttrice di mondi, il Demiurgo delle storie che raccontiamo. La sua è più di una semplice attività editoriale, è una visione contagiosa ed entusiasmante, condivisa da noi autori e da tutte le figure de I Dobloni, come Tony Damiano, anche lui motore propulsivo di questa missione. Mafiaville è nato così: inviai a Mariana le prime otto righe di qualcosa che non sapevo ancora che direzione avrebbe preso e lei mi disse subito che da quell’incipit sarebbe nata una grande storia! Se non è fiducia questa…
Guardando oltre questo appuntamento a Legnano, quali sono le sue aspettative per il cammino del libro e quali nuove storie o temi sente già il bisogno di esplorare?
Sono già soddisfatto del riscontro dei lettori e dell’attenzione degli addetti ai lavori in queste prime settimane di vita del romanzo, ma si può sempre far meglio e per questo non mi accontento. Il pubblico, ma anche la critica, sembrano aver compreso le ragioni profonde di Mafiaville e questo è per me il riconoscimento più importante, perché la mafia non è la regola scritta, ma l’eccezione. Un gruppetto di pochi, loro, contro noi che siamo tanti. Riguardo al mio futuro dopo Mafiaville, ci saranno altre storie da raccontare, storie sepolte da qualche parte in fondo a una buca scavata dall’omertà e dalla connivenza.
Grazie Gabriele per la sua intervista!
Per saperne di più:
Instagram
Ogni storia conta.
Raccontiamo anche la tua.
Interviste, recensioni e contenuti editoriali per autori, artisti, musicisti, professionisti e realtà creative.

