Generazione R, il romanzo d’esordio di Alessandra Pomilio, psichiatra e sceneggiatrice che con la precisione del bisturi e l’ironia del teatro porta sulla pagina un mondo dove la fragilità si trasforma in performance.
a cura della redazione
Argentina Riva-Venturi, in arte RGen, è l’icona di un’epoca che ha imparato a metabolizzare il dolore con i filtri di Instagram. È l’influencer della disperazione, la ragazza che cura la propria mente davanti a migliaia di spettatori, che mostra i farmaci come fossero amuleti pop. La sua morte — spettacolare, pubblica, definitiva — diventa la miccia che accende il romanzo e la lente d’ingrandimento su un intero sistema: quello di una generazione che vive in diretta, ama in diretta, e muore in diretta.
Pomilio, forte della sua esperienza clinica, non giudica i suoi personaggi: li osserva, li ascolta, li accompagna con uno sguardo che è insieme scientifico e poetico. In questo senso, Generazione R è più di un giallo — è un referto letterario sul nostro presente, dove la diagnosi non è mai definitiva e la cura è sempre collettiva.
L’indagine sulla morte di Argentina viene affidata a Valeria Mancuso, commissaria dalla rabbia lucida e dal corpo ingombrante, e a Elisa Bernabei, la psichiatra che conosce la ragazza meglio di chiunque altro. Le due donne incarnano poli opposti della stessa ferita: la prima agisce, la seconda analizza. Tra di loro, Pomilio costruisce un dialogo serrato e ironico, che restituisce la complessità femminile senza cliché — due personaggi così reali da sembrare respirare fuori dalle pagine.
La scrittura è viva, ritmica, tagliente, come se la lingua stessa fosse parte della patologia. Pomilio alterna registri — dal noir al tragicomico, dal monologo interiore al linguaggio dei social — riuscendo a mantenere un tono che non cade mai nel moralismo. Il suo è un romanzo che diverte mentre inquieta, che fa ridere e allo stesso tempo costringe a guardare il vuoto negli occhi.
Dietro la trama investigativa, Generazione R racconta la malattia del presente: l’ossessione per la visibilità, la dipendenza dall’approvazione, la perdita del silenzio. Ma racconta anche la possibilità di un riscatto — non come lieto fine, bensì come riconoscimento reciproco fra anime rotte.
Un romanzo che non si dimentica, perché parla di noi — di quella generazione che, forse, “Rapida e Randagia”, continua ostinatamente a cercare un senso anche dentro lo schermo.
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