Dopo un percorso umano e artistico non lineare, segnato da una lunga pausa e da una rinascita creativa successiva a un evento che ha cambiato il corso della sua vita, Gianni Montelatici è tornato alla scrittura con uno sguardo maturo e disarmato. Nel singolo “Se fosse vero” affronta il tema del dolore che non si cancella ma si impara ad abitare, costruendo una narrazione lontana dalle soluzioni facili e dalle consolazioni di maniera.

a cura della redazione


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Benvenuto su Che! Intervista.
La tua storia artistica è fatta di interruzioni e ripartenze: che cosa ha significato per te tornare alla musica dopo un evento così radicale come l’ischemia del 2014?

Ciao a tutti e grazie. Che viviamo su un filo e non dobbiamo perdere neanche un minuto per cercare di realizzare gli obiettivi, i sogni che abbiamo.

In “Se fosse vero” metti in discussione l’idea che il tempo possa guarire ogni ferita: quando hai capito che alcune esperienze non si superano, ma si integrano?
L’ho capito durante la convalescenza quando ho avuto il tempo di confrontarmi con il dolore ed ho capito che possiamo superarlo senza temerlo, senza vergognarcene e senza cercare facili consolazioni per un effimero benessere.

La tua scrittura sembra rifuggire ogni forma di consolazione facile: è una scelta etica prima ancora che stilistica?
È assolutamente una scelta etica.

Nel brano parli di un dolore che resta, senza cercare un colpevole: quanto è stato difficile raccontare questa zona grigia senza cadere nel vittimismo o nella retorica?
In realtà c’è una profonda riflessione che porta nel finale della canzone anche ad una assunzione di responsabilità sul fallimento della relazione.

La tua formazione non è accademica ma intuitiva: in che modo questo approccio ha influenzato il tuo modo di costruire melodie e testi nel tempo?
La creazione dei brani è istintiva e deriva da esperienze personali o di conoscenti. Sicuramente l’incontro col Maestro Marco Falagiani mi ha fatto crescere professionalmente insegnandomi a plasmare l’istinto ed a curare nei minimi particolari un brano.

Vincere il Premio Giancarlo Bigazzi ha rappresentato una consacrazione tardiva ma importante: che valore ha avuto per te questo riconoscimento, dopo anni lontano dalla scena?
Per me già aver superato le selezioni era una vittoria e non avrei certo pensato di poter vincere un premio così prestigioso. È stata quindi una soddisfazione incredibile.

Il tuo realismo emotivo sembra andare contro la tendenza attuale a “semplificare” i sentimenti: credi che oggi ci sia ancora spazio per una canzone che non promette soluzioni?
Si, perché rispecchia esattamente la realtà.

La collaborazione con Marco Falagiani ha dato al brano una veste sonora molto precisa: quanto conta per te l’equilibrio tra parola e produzione musicale?
È fondamentale il bilanciamento tra testo e arrangiamento. La sinergia tra questi due elementi è fondamentale per esaltare il testo e far arrivare emozioni all’’ascoltatore.

Parallelamente al tuo progetto cantautorale porti avanti l’esperienza GiBombay, più ruvida e rock: che cosa ti permette di dire quella dimensione che la scrittura intima non riesce a contenere?
La dimensione rock dei Gi Bombay si confronta con la mia dimensione cantautoriale che non si perde nelle distorsioni degli strumenti, ma si fonde senza rinunciare alla coerenza emotiva.

Guardando al tuo percorso, più che a una rinascita sembra di assistere a una riconciliazione con il tempo: oggi, che rapporto hai con il passato e con l’idea di futuro nella tua musica?
Guardandomi alle spalle mi vedo come un minerale grezzo non ancora in possesso delle conoscenze per esprimersi al meglio. Per il futuro vedo un panorama ampio che spazia tra più generi musicali.

Grazie Gianni e complimenti per la tua carriera artistica!

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