Un viaggio critico e appassionato in due volumi che riscoprono un autore e un’epoca rimossa, tra rigore filologico e memoria culturale
Giornalista, traduttore, saggista e raffinato intellettuale, Giuseppe Costigliola ha firmato un’opera in due volumi che è già punto di riferimento per chi voglia comprendere la portata culturale e artistica del cinema di genere italiano. La figura di Romolo Guerrieri, regista troppo a lungo sottovalutato dalla critica ufficiale, diventa il fulcro di un’indagine vasta e stratificata, capace di intrecciare biografia, analisi filmica, contesto storico-sociale e memoria collettiva. Con uno stile che coniuga la precisione dello studioso e la passione del cinefilo, Costigliola illumina un ventennio — quello tra Sessanta e Ottanta — che ha segnato profondamente l’immaginario italiano. In questa intervista, apriamo una finestra sul suo lavoro, consapevoli che bastano poche domande a far scattare una riflessione lucida e brillante.
a cura della redazione
Giuseppe, benvenuto su Che! Intervista. Partiamo dall’inizio: quando e perché hai sentito l’urgenza di dedicare due volumi alla figura di Romolo Guerrieri e al cinema di genere italiano?
Romolo lo conobbi anni fa per… un’intervista. Mi accolse con grande ospitalità nella sua casa, era un signore di quasi novant’anni, molto lucido, dall’eloquio gradevole e spiritosissimo. Nelle tre ore di conversazione si stabilì tra noi un’immediata sintonia umana e intellettuale, mi raccontò la sua vita, aneddoti della storia del nostro cinema, e mentre ascoltavo rapito nacque in me l’idea di raccogliere in un libro quel vissuto prezioso, tramandarlo prima che andasse perduto. Lui inizialmente nicchiò (“A chi vuoi che interessi la mia vita” replicò alla mia proposta di scrivere una biografia su di lui, con l’umiltà dei grandi), poi si è concesso con grande impegno e verità. Ho raccolto ore e ore di chiacchierate sulla vita e sul cinema e ho iniziato a scrivere. L’intento iniziale era comporre, appunto, una biografia, partendo dalla famiglia e dall’infanzia (Romolo è nato nel 1931, ha vissuto l’esperienza di una guerra mondiale), ma mentre lavoravo (un lavoro durato tre anni) mi rendevo conto che il cinema che aveva attraversato nella sua quarantennale carriera, prima quale aiuto di grandi registi, poi da regista egli stesso, rappresentava la parte artisticamente più alta dell’universo cinematografico del nostro Paese, un’occasione unica per indagarlo dal di dentro con la guida dei suoi racconti. Poiché è venuto fuori uno studio corposo, di oltre mille pagine, con l’editore abbiamo deciso di pubblicarlo in due volumi, il primo dedicato alla formazione, il secondo alle regie, con un titolo che ne desse contezza: titolo: Il cinema di Romolo Guerrieri. Viaggio nel film di genere italiano. Nel libro ho infatti attraversato criticamente il nostro cinema di genere seguendo il filo rosso dei suoi film, raccogliendo una miniera di aneddoti e informazioni.
Nei tuoi libri si coglie subito una profonda conoscenza della materia, ma anche un’affezione personale. Cosa ti lega, sul piano emotivo o intellettuale, a questo mondo cinematografico?
Per lavoro scrivo di letteratura, teatro, musica e cinema, ed amo l’arte, in ogni sua forma, la ritengo l’espressione somma del nostro essere umani, insieme all’amore che riusciamo a esprimere per gli altri. Ma, soprattutto, sono attratto dalle donne e dagli uomini quali individui unici, dal loro mondo interiore, che si traduce in universi creativi ed espressivi. Inoltre, ho una passione viscerale per la memoria, per la storia; l’oblio mi spaventa, ho orrore che vada perduto quel che queste donne, questi uomini, hanno fatto, che non rimanga traccia del mondo in cui hanno vissuto, così diverso dal nostro. Tramandare la memoria è per me una missione.
Nel primo volume analizzi gli anni della formazione del regista, ma al tempo stesso racconti un’intera stagione culturale. Quanto è stato difficile intrecciare biografia e storia collettiva?
È stata la sfida – così l’ho vissuta – più complicata. Non si trattava – mi rendevo conto man mano che scrivevo – di raccontare “soltanto” la vita e l’arte di un uomo, le sue esperienze, i suoi incontri, ma quelli di intere generazioni, il mondo in cui avevano vissuto e operato. La distanza temporale che ci separa dagli anni su cui si è soffermata la mia analisi (dai ’50 agli ’80 del secolo passato) è ormai ragguardevole, le persone che hanno vissuto quell’epoca sono quasi tutte scomparse, ci si deve affidare ai ricordi di chi è ancora tra noi e alle testimonianze scritte, oltre, certo, ai film che possiamo vedere – non tutti, peraltro, di molti si sono perse le tracce. Ma la cosa più difficile è far confluire tutto questo materiale in un percorso coerente, tracciare e seguire un filo narrativo che abbia un senso preciso e che riesca ad appassionare il lettore.
Il cinema di genere è stato per lungo tempo considerato “minore” o addirittura trascurato dalla critica accademica. Credi che oggi ci sia maggiore consapevolezza del suo valore?
Certamente sì. Ormai da almeno un trentennio si è cominciato a riflettere sulle peculiarità di quello che definiamo cinema di genere, sono venuti fuori parecchi studi critici che ne hanno delineato l’originalità creativa, l’importanza economica che ebbe – è stata una vera e propria industria, che dava lavoro a migliaia di persone, appetibilissimo nei mercati esteri –, ma anche il suo valore di documento storico, sociale, antropologico, i vari passaggi e le mutazioni che ha subito negli anni. Si è finalmente scoperto che i registi che hanno lavorato nel genere erano molto preparati tecnicamente, conoscevano ogni aspetto dell’universo cinema, dalla produzione alle mansioni più umili del set, poiché erano usciti dalla gavetta, esperienza formativa che dà una conoscenza globale del lavoro che svolgi. Poi è saltato fuori Quentin Tarantino, le sue lodi hanno definitivamente sdoganato una cinematografia che ha patito molto i giudizi feroci che le venivano mossi, da ogni tipo di orientamento critico. C’è voluto un americano per farci capire che abbiamo avuto un fior fiore di registi, artisti e tecnici e che, dopo la grande stagione del neorealismo, abbiamo dato vita ad un cinema che ha fecondato le cinematografie di altri Paesi.
Tra le pagine dei tuoi volumi scorrono nomi celebri ma anche figure dimenticate. C’è un personaggio, tra quelli meno noti, che ti ha particolarmente colpito durante le ricerche?
In effetti, accanto a figure notissime che hanno lavorato con Guerrieri (Vittorio Gassman, Enrico Maria Salerno, Adolfo Celi, Françoise Fabian, Carroll Baker, Rod Steiger, Fabio Testi, Franco Nero, Lucia Bosé, Jean Sorel, Maurizio Merli, Corinne Cléry, Philippe Leroy e moltissimi altri) ho cercato di privilegiare personaggi meno noti, non solo tra gli attori, fondamentali per la riuscita di un film. Nel mio metodo di lavoro c’è proprio l’attrazione per la scoperta di ciò che rimane in ombra, artisti, donne e uomini dimenticati o mai valorizzati, episodi che vale la pena recuperare e raccontare. Così, su due piedi, mi viene in mente un aiuto regista, Renato Rizzuto, personaggio sfortunato, che appunto faceva parte del sottobosco cinematografico. Partecipò a molti film importanti, senza mai realizzare il desiderio di dirigere un proprio film. Soffriva di depressione, e un giorno ha deciso di farla finita. Romolo lo ricorda con grande affetto. Ecco, il libro è pieno di storie di vita, per fortuna molto più allegre di questa.
Il secondo volume si distingue per un taglio quasi enciclopedico: film, contesto, cronaca, cultura, costume. Come hai strutturato questo affresco senza perdere coerenza e fluidità narrativa?
Mentre scrivevo mi rendevo conto che per comunicare in maniera più lucida e precisa la vita e il cinema di Guerrieri, dei tanti personaggi che affrontavo, era fondamentale ricostruire il contesto in cui hanno vissuto ed operato. Ovviamente, il loro era un mondo molto diverso dall’attuale, e l’impegno maggiore è stato quello di ricostruirlo, come un mosaico, tessera dopo tessera – certo, per quanto possibile. La mia guida è stata la Storia, quella con la “s” maiuscola: fatti, eventi, passaggi epocali. E Romolo, in parecchi tornanti della sua vita, l’ha vissuta sulla sua pelle, come quando negli anni Quaranta, in pieno conflitto mondiale, il papà diede asilo in casa propria ai figli di Giacomo Matteotti, il parlamentare socialista ucciso dai fascisti nel 1924, ricercati dalla polizia di regime. Fu un atto di estremo coraggio, allora si rischiava la vita per un gesto simile, e Romolo ne fu testimone. Di episodi storici, di cronaca (il cinema di genere si nutre anche della cronaca), il mio libro trabocca. Accanto alla storia, ho considerato le varie arti dello spettacolo, di cui il cinema anche si nutre, l’immaginario, i mutamenti del costume, al tipo di rapporti umani che si stabilivano allora, piuttosto diversi dagli attuali: la civiltà tecnocratica in cui viviamo ha modificato drasticamente anche questo aspetto, ed è importante raccontare ai giovani, che non hanno vissuto quel mondo, queste transizioni.
Tra le fonti che hai consultato, quali si sono rivelate più preziose? Archivi, interviste, riviste dell’epoca, memorie orali…?
Senza dubbio le memorie orali. Oltre a quella di Guerrieri, ho raccolto oltre cinquanta testimonianze: registi, attori e attrici, sceneggiatori, scenografi, montatori, musicisti, tecnici vari. A questo si è affiancato un lavoro di archivio, le notizie reperibili in rete, la saggistica critica, le biografie, e così via. Soprattutto, ho potuto lavorare su fonti primarie, come le agende di lavoro conservate da Romolo, contratti, sceneggiature, fotografie, documenti polverosi. E articoli e interviste d’epoca: tutto ciò mi ha permesso di dare coerenza e veridicità alla ricostruzione del contesto, di cui dicevamo prima. Quando si studia il passato, una delle insidie è vedere l’ieri con gli occhi dell’oggi, cosa che può produrre distorsioni e fraintendimenti. In questo mi ha aiutato la formazione accademica, soprattutto in ambito letterario, che mi ha dato gli strumenti per costruire discorsi narrativi e critici attendibili.
Molti dei film analizzati nel tuo lavoro appartengono al periodo 1960-1980, un’epoca di grande fermento sociale. Come si riflette questa turbolenza nelle opere di Guerrieri?
Mi piace rispondere a questa domanda, mette il dito sulla piaga, dopo anni di incomprensioni critiche sul lavoro di Guerrieri e in generale sul cinema di genere. Guerrieri ha toccato un po’ tutti i filoni: western, giallo-thriller, noir, commedia, poliziesco, spy movie, fantascienza. Nella sua fase maggiore (grosso modo nel decennio 1967-1977), ogni suo film rifletteva acutamente – e criticamente – il contesto in cui veniva realizzato. Ne Il dolce corpo di Deborah, un giallo-thriller uscito nel 1967 che ha codificato il genere, c’è l’universo della pop art e del fumetto che stavano rivoluzionando l’arte e le forme espressive, la riflessione sul peso crescente del denaro come disvalore. A proposito di “turbolenze”, nel noir Un detective (conosciuto anche come Macchie di belletto), uscito nel 1969, si sono tematizzati i cambiamenti di costume e le tensioni determinati dal ’68; Il divorzio è una sorta di instant movie sul tema allora dibattutissimo del divorzio, istituto che sarebbe stato introdotto nel nostro ordinamento qualche mese dopo l’uscita del film, nel 1970; l’anno dopo nell’originalissimo giallo La controfigura, film tratto dal romanzo omonimo di Libero Bigiaretti, tra i meno considerati di Guerrieri e che andrebbe rivalutato, c’è tutta la temperie sessantottina dei rapporti di genere e intergenerazionale, con il tema scabroso di un trentenne che si innamora della suocera; poi negli anni ’70 arrivano i noir e i polizieschi, La polizia è al servizio del cittadino? (notare il punto interrogativo), Un uomo, una città, Liberi armati pericolosi, tramite i quali Guerrieri e gli sceneggiatori riflettono sui problemi e sulla temperie di quegli anni durissimi, quasi delle istantanee di quel periodo. Con Salvo D’Acquisto (1975) Guerrieri porta in scena la Storia, in un momento di profonda spaccatura morale, di ripensamento sul passato, che divideva il Paese. Poi, con Sono stato un agente CIA Guerrieri affrontava un altro tema che cominciava ad essere molto avvertito, i danni prodotti dall’imperialismo americano e dalla sua formidabile macchina dei servizi segreti. Insomma, pur operando nel cinema di genere, per costituzione attento al botteghino, nei film migliori di Guerrieri si rispecchia la società dell’epoca, con i suoi problemi, le tensioni e le contraddizioni, l’immaginario che la costituiva. Questo è l’aspetto che ho cercato di mettere in evidenza nel mio libro.
Sei anche traduttore di grandi autori internazionali. C’è un filo che unisce il tuo lavoro sulla narrativa straniera con l’indagine sul cinema italiano? Una grammatica comune, magari?
Io ho tradotto dall’inglese per lo più romanzi, di ogni genere e anche di grandi autori, come Joyce Carol Oates, Tom Wolfe, Philip Dick, John Le Carré, Ray Bradbury, James Ellroy, e tanti altri La traduzione è stata una palestra “di senso”, critica, intellettuale, emozionale, insostituibile. È un’attività estremamente impegnativa, totalizzante, non si tratta solo di trasporre in un’altra lingua il significato di una frase ma di rendere un contesto, una tradizione storica e culturale diversi dai nostri, rispettando il testo originale ma cercando al contempo di forgiare una lingua propria, altrettanto creativa, che riduca al minimo la perdita che fatalmente produce ogni traduzione. Questa palestra mi è stata utilissima per avere una percezione globale della scrittura, nelle sue varie forme: nella saggistica narratologica (l’analisi e la critica dei romanzi), nella scrittura creativa (ho scritto racconti e sto ultimando un romanzo). Dunque, una “grammatica comune” la ravviserei proprio in questa capacità (spero) acquisita di plasmare un racconto avvincente in una forma compiuta, eliminando barriere con il lettore, per esempio non usando una prosa eccessivamente accademica, cercando di far trasparire la passione e le emozioni che mi spingono alla scrittura.
Guardando oggi al tuo lavoro su Guerrieri e sul cinema di genere, cosa ti auguri che rimanga al lettore? Una nuova visione? Una rinnovata curiosità? Una rilettura del passato?
Certo, tutto questo. Il motivo che mi spinge a scrivere un libro è quello di aprire un dialogo con il lettore, che presuppongo curioso e appassionato quanto me. Questi due volumi, ogni mio lavoro che riguarda l’investigazione del passato, sono rivolti principalmente ai giovani. Per ragioni anagrafiche non hanno vissuto il periodo ricco di fermenti culturali ed umani che ho preso in considerazione, la sua straordinaria produzione artistica, la libertà di sperimentare oggi inimmaginabili. Io davvero mi auguro che questo libro infonda loro, e a tutti gli appassionati di cinema e di vita, la stessa bruciante curiosità e fame di sapere che hanno animato questa mia lunga cavalcata nel passato di noi tutti.
Grazie Giuseppe e complimenti per la tua carriera artistica!


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