Con Grate alle finestre, Antonio Sambiase conferma la sua voce poetica intensa e meditativa, già emersa con la raccolta Momenti. Nato nel 1993 a Parghelia, sulla costa calabrese, e oggi bibliotecario a Roma, Sambiase attraversa la parola con la consapevolezza di chi abita libri e silenzi. In questa nuova raccolta, le “grate” diventano metafora potente di una condizione esistenziale: barriere visibili e invisibili, limiti imposti e interiori, che incorniciano lo sguardo ma al tempo stesso lo ostacolano. Lo abbiamo incontrato per esplorare insieme il senso e la genesi di quest’opera.
a cura della redazione
Benvenuto su Che! Intervista, Antonio. Partiamo proprio dal titolo della tua raccolta: cosa rappresentano per te le “grate alle finestre” e quale immagine interiore volevi evocare?
Le “grate alle finestre” rappresentano per me la chiusura emotiva, il senso di claustrofobia, di oppressione che si prova quando ci troviamo chiusi tra le mura di casa, dove le porte, le finestre, le grate alle finestre non sono altro che delle sbarre fisiche e simboliche che limitano il nostro spazio fisico e, in qualche modo, delimitano il nostro spazio emotivo, rinchiudendoci in una bolla emotiva che rende lo spazio claustrofobico e allo stesso tempo confortevole, perché, nel limitarci, quelle grate ci permettono anche di interrogarci su noi stessi, di analizzarci e di comprendere i nostri sogni. Rendersi conto dei limiti, fisici ed emotivi, è il primo passo verso la scoperta di sé e dei propri desideri.
In che modo la tua esperienza come bibliotecario dialoga con la tua scrittura poetica? La quotidianità tra i libri influenza la tua voce creativa?
Non so bene se la mia esperienza da bibliotecario dialoga con la mia scrittura poetica, sicuramente mi permette di stare a contatto con i libri, non solo manuali di studio ma anche libri di narrativa e poesia della letteratura italiana e straniera. Mentre mi trovo a cercare un libro per un utente capita spesso che il mio sguardo cada sul dorso di un libro, di un autore qualsiasi, e in un attimo sono lì a sfogliare il libro, a guardarne la copertina e a immaginarmi l’autore nell’intento di scrivere e mi capita spesso di chiedermi se sapesse, se poteva mai immaginarlo, che un giorno il suo libro sarebbe finito sugli scaffali di una biblioteca, ad aspettare il suo lettore.
“Grate alle finestre” è una raccolta fortemente introspettiva: quali sono stati i temi o le domande che più ti hanno accompagnato durante la scrittura?
La prima domanda che mi sono posto, quando ho iniziato ad assemblare le varie poesie scritte in questi anni, è stata: sei sicuro che vuoi pubblicare delle poesie così introspettive, che tanto potrebbero (e uso il condizionale) dire di te? Dopo un momento di panico, mi sono risposto di si, che era il momento giusto, il momento di lasciare andare quelle sensazioni e di condividerle. Solitamente, mentre scrivo, non mi faccio troppe domande, mi lascio andare al flusso di parole e alla composizione del verso. Le vere domande nascono quando rileggo le poesie a distanza di tempo – ho veramente vissuto ciò? L’ho superato? L’ho rivissuto? Chi mi ha ispirato questo verso? Chi mi ha trasmesso questa sensazione? – e potrei continuare all’infinito.
Il senso di clausura e di immobilità che percorre la raccolta sembra parlare anche a un tempo storico recente: quanto ha inciso la contemporaneità nella stesura dei testi?
La mia poesia nasce da momenti vissuti da me o da chi mi sta vicino, da episodi a cui mi capita di assistere e da esperienze interiori mie o di chi me le racconta. In questi anni ho capito che nascono proprio nel momento in cui metabolizzo le situazioni e inizio un nuovo percorso di vita, quasi a creare dei piccoli segmenti di tempo. Dunque, si legano alla contemporaneità di un attimo fa, quella che ancora ti agita l’animo e ti scuote il corpo.
C’è una precisa architettura interna nei testi: come hai costruito la sequenza delle poesie? Ti sei affidato a un ordine tematico, cronologico o emotivo?
“Grate alle finestre”, così come la mia precedente raccolta poetica “Momenti”, nasce da un insieme di poesie scritte negli anni, frutto di esperienza e ascolto. Nel momento in cui ho sentito l’esigenza di crearne una raccolta mi sono accorto che in qualche modo erano una legata all’altra. Le ho immaginate spalmate nel tempo, scritte in quei piccoli segmenti di tempo (di cui vi ho detto poc’anzi) e ne è nata una struttura quasi naturale. Dunque, direi che l’ordine è legato sia alla sfera emotiva che cronologica, molto spesso due elementi strettamente connessi tra loro.
Nei tuoi versi si percepisce una tensione continua tra limite e desiderio, chiusura e apertura: come vivi questo conflitto nella tua esperienza personale e poetica?
Questa è una bella domanda. È la mia questione di vita e penso che non troverò mai un equilibrio tra limite e desiderio. La dedica della mia raccolta è “a chi vorrebbe imparare a sognare”, come a indicare che sognare non è un elemento che è parte di noi o, meglio, potrebbe essere parte di noi, ma poi bisogna saperlo assecondare e imparare dunque a sognare senza paura, rompendo i limiti che spesso ci mantengono con i piedi a terra, per la paura di non riuscire nel nostro desiderio, Per la paura di cadere ancora prima di iniziare. Ed è proprio il fulcro centrale di “Grate alle finestre”, la voglia di sognare, di affrontare le nostre paure, i nostri limiti e di riuscire a rompere quelle grate che ci limitano lo sguardo, l’orizzonte e lo spazio vitale.
Dal punto di vista linguistico, la tua poesia è asciutta, essenziale, ma mai priva di profondità: come definiresti il tuo stile e quali sono le letture che ti hanno formato?
Essenziale si, non vado alla ricerca di un lessico ricercato o di particolari figure retoriche. La mia è una forma di poesia fluida, come ho scritto nella mia prima raccolta poetica “Momenti”, una poesia a briglie sciolte. Una poesia che non è ingabbiata in una struttura metrica, una poesia che tende al narrativo, al racconto, nonostante qualche verso spezzato e qualche inversione sintattica.
Tra le letture poetiche che mi hanno formato hanno avuto un ruolo importante Vincenzo Cardarelli, Cesare Pavese, Elsa Morante, Giorgio Vigolo, e tanti altri poeti italiani e no. Il modello più grande rimane tuttavia Antonia Pozzi, una donna che ha saputo guardarsi dentro, si è letta e si è scrutata, dando vita a pagine di pura poesia introspettiva e, per quanto mi riguarda, anche narrativa ed evocativa.
Hai vinto il Premio Nazionale “Ossi di Seppia” nella sezione “premio speciale della giuria” come miglior autore regionale -Regione Lazio, con la poesia Come l’acqua: cosa rappresenta per te questo riconoscimento e quanto ha inciso sul tuo percorso?
Questo riconoscimento è stato completamente inaspettato. È stato un ulteriore motivo che mi ha spinto a voler investire il mio tempo nella scrittura e nella poesia, in modo da arrivare a più persone possibili, per condividere con loro dei versi che nascono da un’esperienza di vita ed emotiva, versi nei quali alcuni lettori – spero! – possano ritrovare sé stessi e capire che il loro sentire e il loro vivere non è dissimile da quello di qualcun altro.
Momenti, la tua prima raccolta, è uscita nel 2022: quali sono i fili che legano questa nuova opera alla precedente e quali invece i distacchi più netti?
Le due raccolte si potrebbero benissimo intrecciare nei temi. Rileggendole mi sono accorto infatti che molti temi e molte immagini sono ricorrenti in entrambe le raccolte, in questo momento mi vengono in mente il mare, le onde, il colore nero, il vuoto e le barriere. Si distacca però nettamente dall’origine della poesia, in Momenti la poesia essa nasce da un’immagine di un momento vissuto, in Grate alle finestre invece nasce dall’esigenza di tirar fuori le proprie sensazioni, dalla voglia di interrogarsi sul senso di esistere per poi riuscire a iniziare a vivere un nuovo momento, con il bagaglio del passato ma con l’animo rivolto al futuro.
Se dovessi indicare una poesia all’interno di Grate alle finestre che senti come un punto chiave del libro, quale sarebbe e perché?
Non saprei scegliere, forse in prima battuta ti direi “Freddo”, la poesia che apre il libro. Componimento che vede come protagonista un “Io”, ormai morto, intento a interrogarsi sull’uomo che è e che è stato. È una poesia che porta alla riflessione interiore e a interrogarsi sulla propria esistenza. Richiama i miei rientri a casa, quando steso sul letto mi ritrovo a pensare al giorno appena passato, a quello precedente e a quello futuro… perdendomi in flussi interminabili di pensieri.
Grazie per Antonio e complimenti per la tua carriera!
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