“His Black Orbit Never Ends”: Mirai No Hagaki tra denuncia sonora e resistenza culturale

Il prossimo 26 settembre Mirai No Hagaki, alias Davide Perico, presenterà il suo nuovo lavoro, His Black Orbit Never Ends, disponibile su Bandcamp e sulle principali piattaforme digitali (ma non su Spotify). Otto tracce che sfidano le convenzioni dell’ambient, trasformando il suono in un atto politico e di resistenza. Un urlo sonoro contro la brutalità del nostro tempo, un’esperienza che non consola, non intrattiene, ma scuote e mette alla prova l’ascoltatore.

a cura della redazione


Mirai, benvenuto su Che! Intervista. Prima di parlare del disco, come ti senti nel rilasciare un lavoro così radicale e politico in un panorama musicale spesso dominato dalla comodità dell’ascolto passivo?
Mi sento come chi porta una torcia accesa in una sala piena di dormienti. O brucio i sogni di chi vuole restare comodo, o lo costringo ad aprire gli occhi. Pubblicare un disco simile oggi significa andare contro la corrente anestetizzante che domina lo streaming: è un atto necessario, non negoziabile.

    His Black Orbit Never Ends si definisce un grido, non una ninna nanna. Quanto della tua vita personale e delle tue ossessioni ha contribuito alla genesi di questo urlo sonoro?
    Tutto. Non c’è nulla di separato. Ho vissuto mesi di ossessioni notturne, di notizie che scavano nella pelle, di silenzi che gridano più forte delle bombe. Ho solo dato forma a quel grido che già abitava in me: non c’è differenza tra la mia vita e questo album.

      La gestazione delle otto tracce è stata descritta come tormentata, quasi catartica. Puoi raccontarci come l’insonnia e gli incubi abbiano plasmato la struttura e il sound dell’album?
      L’insonnia ti trasforma in una cassa di risonanza. Ogni pensiero diventa eco, ogni paura un loop che non finisce. Ho usato questo stato alterato come materia sonora: droni interminabili, frequenze che sembrano sospese tra sogno e allucinazione. Gli incubi hanno dettato i tempi, la loro logica deformata è diventata la mia partitura.

        Il tuo lavoro rifiuta ogni forma di consolazione musicale. Come sei arrivato alla scelta di microtoni e sound design abrasivo, e quale emozione speri di suscitare nell’ascoltatore?
        Ho rifiutato la carezza perché sarebbe stata una menzogna. I microtoni, i suoni distorti e abrasivi sono stati il mio modo di costruire un linguaggio che non dà tregua. Non voglio che l’ascoltatore si senta meglio: voglio che si senta vivo, presente, costretto a guardare il buio in faccia.

          I titoli dei brani sembrano veri e propri manifesti poetici e provocatori. Quanto influisce il titolo sulla concezione e sull’interpretazione di ogni traccia?
          Ogni titolo è una lama. Viene prima della musica, ne anticipa il colpo. Non sono etichette, sono ferite verbali che preparano all’impatto sonoro. L’ascolto parte già da lì: leggere “Orbit of Dread (But Please, Pretend It’s Fine)” significa entrare nel sarcasmo e nel dolore ancor prima di premere play.

            L’album nasce da una riflessione politica anche nella distribuzione: niente Spotify per una scelta etica. Quanto pensi che il mezzo attraverso cui la musica viene diffusa possa diventare esso stesso un atto di resistenza?
            Il mezzo è già messaggio, non esiste neutralità. Se pubblicassi su Spotify, il mio urlo diventerebbe carburante per lo stesso sistema che contesto: un paradosso insostenibile. Scegliere Bandcamp o altre piattaforme non è un vezzo, è resistenza. La musica non è un prodotto da piazzare ovunque: è un’arma, e bisogna scegliere dove puntarla.

              La tua esperienza nel cinema e nei videogiochi ha influito sulla costruzione dei paesaggi sonori di questo disco. Come hai traslato queste competenze in una musica pensata esclusivamente per l’ascolto?
              Nei film creo atmosfere che supportano le immagini; qui ho fatto il contrario: ho creato immagini senza film. Ogni suono è pensato come un ambiente in cui l’ascoltatore viene gettato senza protezione. È sound design, sì, ma spogliato dalla funzione narrativa: resta pura esperienza, immersiva e disturbante.

                L’ascolto di His Black Orbit Never Ends è concepito come esperienza attiva e non passiva. Come immagini il rapporto tra disco e ascoltatore ideale? Quali reazioni o riflessioni speri di suscitare?
                Immagino un ascoltatore che non cerca comodità, ma verità. Non voglio applausi né gratificazione: voglio silenzi pesanti dopo l’ascolto, riflessioni che disturbano. Se qualcuno mi dicesse “il tuo disco non mi ha lasciato dormire”, saprei di aver colpito nel segno.

                  Il lavoro comunica un’urgenza sociale e politica. Pensi che la musica contemporanea abbia ancora il potere di sfidare le coscienze, o è più spesso relegata a semplice intrattenimento?
                  La musica ha sempre quel potere, ma molti lo hanno dimenticato o svenduto. L’intrattenimento è la forma più comoda di censura: ti fa credere che stai vivendo, mentre in realtà ti anestetizza. Io non voglio intrattenere: voglio disturbare, provocare, costringere a pensare.

                    Infine, guardando al tuo percorso artistico, quale direzione prevedi per i tuoi prossimi lavori? Continuerai a esplorare il confine tra denuncia politica, sperimentazione sonora e narrazione audiovisiva?
                    Non posso fare altro. La mia musica continuerà a orbitare tra denuncia e visione, tra dolore e poesia. Non so se sarà ancora più radicale o più sottile, ma so che non tornerà mai ad essere neutra. La neutralità è morte: io voglio restare nel conflitto, nello scontro.

                    Grazie Mirai e complimenti per la tua carriera artistica!

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