Nel nuovo romanzo di Sara Mesa, Il concorso, la scrittrice spagnola torna a esercitare quella sua capacità unica di trasformare l’ordinario in una zona di inquietudine, il quotidiano in un terreno minato. La vicenda di Sara, giovane impiegata temporanea che tenta di costruirsi un futuro attraverso un concorso pubblico, non è soltanto la cronaca di un’esperienza lavorativa: è la messa in scena di una lotta silenziosa tra individuo e sistema, tra l’esigenza di adattarsi e il bisogno irrinunciabile di libertà.
a cura della redazione
Mesa dipinge l’ufficio come un non-luogo, sospeso tra il reale e il surreale: un ambiente dove regole e direttive si contraddicono, le mansioni si fanno opache, e l’aria stessa sembra carica di una minaccia invisibile. È una rappresentazione tanto grottesca quanto plausibile, che rimanda alla tradizione kafkiana ma trova una sua voce autonoma, capace di sorprendere e inquietare con la stessa misura.
La scrittura di Mesa è implacabile, essenziale, priva di concessioni. Non indulge in spiegazioni, non cede al sociologismo: osserva, registra, lascia che sia il lettore a percepire l’assurdità del meccanismo burocratico e il lento soffocamento che esso infligge. In questo spazio asfittico, i piccoli gesti di resistenza – un disegno, un pensiero poetico, una parola appuntata di nascosto – diventano atti di sopravvivenza, brecce di luce nell’oscurità.
Il cuore del romanzo pulsa attorno a un dilemma tanto universale quanto urgente: è meglio adattarsi o ribellarsi? È più rassicurante inseguire la stabilità o rischiare la precarietà della libertà? Domande che Mesa lascia aperte, non per mancanza di risposte, ma perché ognuna di esse appartiene al singolo lettore, chiamato a riconoscere nella finzione una parte della propria esperienza.
Per saperne di più visita: lanuovafrontiera.it
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