Il cronista dell’invisibile: Lorenzo Zucchi tra viaggio, memoria e margini

Nato a Parma nel 1973 e milanese d’adozione da oltre vent’anni, Lorenzo Zucchi ha costruito un percorso letterario trasversale e coerente, capace di attraversare generi diversi senza mai perdere un centro etico e narrativo preciso: dare voce a ciò che resta ai margini. Dalla Trilogia delle bandiere ai romanzi più recenti, passando per il thriller-horror diventato cult e per opere che interrogano memoria, identità e destino collettivo, Zucchi si è guadagnato l’appellativo di “cronista dell’invisibile”. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere il suo cammino umano e letterario.

a cura della redazione


Benvenuto su Che! Intervista, Lorenzo. Partiamo dall’inizio: cosa significa per te essere nato a Parma ma aver scelto Milano come luogo di vita e di scrittura?
Grazie mille! In realtà il mio trasferimento risale a un periodo in cui ancora non pensavo di intraprendere la strada della pubblicazione di libri, ma è indubbio che gli stimoli ricevuti negli anni della grande città, delle sue periferie, delle sue notti, siano stati fondamentali per tirare fuori il lato artistico che giaceva sopito sin dalla fine del liceo classico.

    La Trilogia delle bandiere segna il tuo esordio ed è profondamente autobiografica: quanto il viaggio è stato, e continua a essere, uno strumento di conoscenza e di racconto?
    Il viaggio rimane esperienza quintessenziale della mia vita, così come continuo a scrivere racconti di viaggio per alternare gli stili e mettermi sempre alla prova. La conoscenza dei luoghi mi consente di tanto in tanto di ambientare scene o capitoli in luoghi che ho conosciuto attraverso il viaggio.

      Nei tuoi libri ricorre spesso il tema dell’identità, individuale e collettiva. In che modo l’esperienza del movimento e dello sradicamento ha influenzato il tuo sguardo sul mondo?
      Credo fortemente nell’individuo, ma continuo a sperare che le identità si possano ridefinire andando oltre i paletti che la società impone, inclusi quelli della politica. Non ho idee cristallizzate, ma cerco di analizzarmi periodicamente e migliorarmi sempre.

        Dopo il racconto di viaggio sei passato a sperimentare generi diversi, dal romance corale al romanzo biografico: cosa ti spinge a cambiare registro narrativo?
        Diciamo che dopo la Trilogia ho concepito una sfida, quella di arrivare ad accarezzare più generi possibili, anche se di fatto i miei romanzi sono tutti di narrativa con sfumature legate al genere.  

          Quel che resta della memoria affronta una storia familiare legata alla grande Storia. Che rapporto hai con la memoria, personale e storica, e quanto pesa nella tua scrittura?
          La mia memoria personale contribuisce sempre alla stesura dei testi, magari nella definizione di un personaggio o di una scena particolare. Quella storica ormai viene ridefinita ogni giorno e anche io ne tengo conto, in positivo e in negativo.

            Con I film belli li danno solo di notte ti sei avvicinato al thriller-horror, ottenendo un forte riscontro nella sottocultura: cosa ti affascina del lato oscuro del racconto?
            Un libro che ha avuto buoni riscontri perché è un mix tra un teen horror degli anni Novanta e una disamina sociale della provincia ricca del nostro paese, con focus sui giovani. Il lato oscuro è il mio preferito, a cui forse dedicherei molti altri titoli se non volessi spaziare sempre.

              Un’altra volta sabato e Prigionieri del nostro destino affrontano invece temi sociali e collettivi, dal contesto rumeno al lockdown: quanto la realtà contemporanea entra nei tuoi romanzi?
              I miei romanzi sono prima di tutto analisi (e critica) della società contemporanea, partono sempre da situazioni reali e hanno ambientazioni veritiere. Questo substrato purtroppo non interessa ad alcuni lettori che chiedono solo ‘entertainment’, ma il mio scopo è piuttosto far pensare il lettore.

                Ti hanno definito il “cronista dell’invisibile”. Ti riconosci in questa etichetta e come nasce il tuo interesse per i punti di vista marginali?
                Mi ritrovo con piacere nella prospettiva di poter far visualizzare punti di vista che non sono mainstream e contribuire alla discussione sul contributo che la cultura può dare all’evolversi della società. L’interesse per la marginalità nasce dall’esserne parte da sempre.

                  Guardando al tuo percorso, quanto conta per te il rapporto con gli editori indipendenti e con circuiti editoriali alternativi?
                  Devo dire che amo la cultura che parte dal basso, anche se per arrivare a un numero maggiore di lettori non aiuta. Essere indipendente però è un marchio di fabbrica, anche perché mi piace lavorare con più case editrici allo stesso tempo.

                    Dopo un cammino così variegato, che direzione senti di voler esplorare ora, sia dal punto di vista umano che letterario?
                    Ho ancora tanti libri in pubblicazione, altri da far valorizzare e molti di più da scrivere. Cercherò di ampliare il più possibile il raggio dei miei romanzi. Umanamente mi piacerebbe portare storie che restano. Letterariamente ho davanti sfide importanti con generi difficili e mai approcciati. Alla prossima intervista, grazie!

                    Grazie Lorenzo e complimenti!

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