Con “Il silenzio dentro” (Swanbook Edizioni, 2025), Francesca Ghezzani firma un’opera di straordinaria intensità civile e narrativa. Giornalista, autrice e studiosa di comunicazione, affronta il tema del sistema penitenziario italiano con un approccio umano, costruttivo e profondamente empatico. Il suo è un viaggio tra le celle e le coscienze, un’inchiesta che diventa gesto di cura e di restituzione di dignità. Il libro si colloca al confine tra giornalismo d’inchiesta e narrativa civile, dando voce a detenuti, educatori, magistrati e operatori, in un racconto che si fa ponte tra giustizia e umanità.
a cura della redazione
Ciao Francesca, bentrovata. “Il silenzio dentro” nasce da un’esperienza diretta e fortemente emotiva: qual è stato il momento in cui hai sentito che questa storia doveva diventare un libro?
Grazie, per prima cosa. L’idea si è fatta strada nel tempo, essendo io molto attenta alle tematiche sociali e al giornalismo costruttivo, ma è stato varcare la soglia di una casa di reclusione nel 2023 come giornalista che mi ha spinto a scrivere la prima pagina.
Nella tua premessa parli del giornalismo come “atto di aiuto” reciproco tra chi racconta e chi ascolta. In che modo questo approccio costruttivo ha guidato la tua scrittura?
L’informazione è per me un diritto e un dovere di ognuno, nessuno escluso. Il giornalismo deve quindi mettersi al servizio e aiutare le persone a comprendere, ad approfondire, a porsi domande e a cercare risposte, facendole sentire parte non solo dei problemi, ma anche delle soluzioni. Questo è stato l’approccio che ha guidato la mia scrittura trattando un argomento delicato come il carcere e le sue dinamiche.
Il titolo racchiude una doppia dimensione: quella del silenzio esterno e quella interiore. Cosa significa per te “il silenzio dentro”?
Il silenzio dentro, per come lo interpreto io, è il momento in cui ci si mette in ascolto e si fa spazio per accogliere – questo nell’accezione positiva – ma anche il vuoto interiore, l’ombra, la mancanza di stimoli e dubbi – in quella negativa.
Hai varcato la soglia del carcere come giornalista, ma ne sei uscita come testimone di umanità. Quali volti, parole o sguardi ti sono rimasti più impressi?
Tutto quello che hai citato. Ogni parola, ogni tratto somatico, ogni sguardo. Sono passati due anni e mezzo da allora, ma sono ricordi e sensazioni indelebili.
Il tuo libro intreccia dati, testimonianze e riflessioni con una scrittura limpida e narrativa. Come sei riuscita a mantenere l’equilibrio tra l’analisi giornalistica e l’emozione del racconto?
Semplicemente mescolando empatia, voglia di sapere e desiderio di verità. Non si può mai essere completamente imparziali, anche la scelta di una parola conferisce una inevitabile sfumatura soggettiva, ma voler raccontare il vero tanto per onestà morale e intellettuale quanto per rispetto e senso di responsabilità nei confronti di chi racconta e chi legge ripristina ogni equilibrio.
C’è una forte impronta etica e civile nella tua opera. Quanto il giornalismo costruttivo può contribuire, secondo te, a cambiare la percezione pubblica del carcere?
Può cambiare la narrazione polarizzata a cui siamo abituati e affrontare il tema a tutto tondo, non solo visto da una parte.
“Il silenzio dentro” racconta un’Italia che spesso non vediamo: quella delle madri detenute, dei minori, dei volontari, dei magistrati di frontiera. Cosa hai scoperto del nostro Paese attraverso queste voci?
Ho scoperto un Paese che ogni giorno si adopera, tra le fila di chi lavora nel sistema penitenziario, ma in cui serpeggia anche una stanchezza profonda, che spesso sfocia nel burnout o in episodi ancora più gravi. È la stanchezza di chi si sente impotente, come se quotidianamente dovesse lottare contro un sistema che arranca. Ho scoperto un’Italia spesso sorda e cieca di fronte al tema del carcere, e fondamentalmente giustizialista.
Parli spesso di “rispetto” come chiave per raccontare la detenzione. In un tempo dominato dal sensazionalismo, quanto è difficile restituire dignità alle storie senza giudicare né assolvere?
Operare in assenza di giudizio è uno sforzo notevole, ma il mio compito qui era raccogliere voci e testimonianze. Non stava a me condannare o assolvere, né giudicare o giustificare, questo è già avvenuto a opera di chi è preposto a farlo. A me spettava capire come si possa rieducare un condannato o una condannata, ovvero quanto previsto dall’Art. 27 della Costituzione, affinché scontata la pena non si incorra in recidive a scapito di sé stessi, dei propri familiari e della sicurezza collettiva.
Il libro si chiude con una nota di speranza, una fiducia nella possibilità di rinascita. Quanto credi che la parola — il racconto, il dialogo, l’ascolto — possa davvero diventare strumento di rieducazione?
Mettersi in ascolto e dare la possibilità di raccontarsi è un processo di valorizzazione nei confronti dell’interlocutore e un’occasione di presa di consapevolezza che gli si concede, quindi una buona base per un percorso di riabilitazione. Il mio libro racchiude sì storie di chi ce l’ha fatta a cucire i propri strappi esistenziali, ma non fa mistero sul fatto che non tutti desiderano rieducarsi e che appena usciti di prigione torneranno a delinquere. Un messaggio di speranza, quindi, per chi ha bisogno di esempi a cui aggrapparsi per rialzarsi, ma senza per questo cadere nella retorica del buonismo.
Per concludere, quale messaggio vorresti che arrivasse ai lettori?
Vorrei che i lettori e le lettrici alla fine del libro conoscessero qualcosa di più dell’argomento e che la società non voltasse lo sguardo dall’altra parte, pensando che il sistema penitenziario sia qualcosa che non esiste solo perché, auspicabilmente, non ci tocca in prima persona.
Grazie Francesca e complimenti davvero per la tua straordinaria opera letteraria!

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