Maurizio de Giovanni torna nell’universo narrativo inaugurato con L’orologiaio di Brest e ne compone il quadro più ampio, più doloroso, forse definitivo. Al centro c’è Carlo Malavasi, nome di battaglia “Sergio”, ex primula rossa della lotta armata, latitante per oltre quarant’anni, uomo di meccanismi e detonazioni, artigiano della morte e custode di segreti che non hanno mai smesso di bruciare.
a cura della redazione
Malavasi non è soltanto un personaggio: è una crepa aperta nel Novecento italiano. In lui convivono l’ideologia e la colpa, la disciplina del militante e la stanchezza del sopravvissuto, la lucidità del tecnico e il peso insopportabile di chi sa che certe scelte non finiscono quando finisce una stagione politica. De Giovanni lo racconta senza indulgenza e senza semplificazioni, evitando tanto la mitologia del ribelle quanto la comoda caricatura del mostro. Carlo è un uomo che ha attraversato il fuoco e ne è uscito vivo, ma non salvo.
A strapparlo alla sua lunga invisibilità sono Andrea Malchiodi e Vera Coen. Andrea, professore universitario, uomo d’ordine e metodo, scopre che il padre creduto morto non solo è vivo, ma appartiene al lato più buio della memoria nazionale. Vera, giornalista mossa da una ferita originaria, cerca invece la verità sull’attentato che nel 1984 le ha portato via il padre mai conosciuto. La sua scomparsa improvvisa mette in moto il romanzo: da quel momento il tempo, che sembrava incrostato e immobile, precipita.
La caccia a Vera diventa così molto più di un’indagine. È una discesa. Carlo, Andrea e Martina — figlia di Andrea, nipote di Carlo, ruvida e istintiva quanto basta per somigliargli più di quanto vorrebbe — formano un trio irregolare, quasi impossibile, e proprio per questo narrativamente potente. Tre generazioni costrette a camminare dentro lo stesso campo minato: il nonno che ha agito, il figlio che ha ignorato, la nipote che eredita senza aver scelto.
L’ autore costruisce un romanzo che ha il passo del thriller, ma il respiro della tragedia civile. La tensione non nasce soltanto dalla scomparsa di Vera o dalla ricerca di un traditore sepolto nel passato: nasce dalla domanda più scomoda, quella che attraversa ogni pagina come una lama sottile. Che cosa resta di una vita consegnata a un’idea quando l’idea è fallita, quando i compagni sono diventati fantasmi, quando la rivoluzione si è dissolta lasciando dietro di sé morti, silenzi e conti mai chiusi?
Gli anni Ottanta, nel libro, non sono uno sfondo. Sono un organismo ancora vivo. Un decennio che non passa, che continua a insinuarsi nel presente, a deformare i legami familiari, a corrompere la memoria, a chiedere pegno. La formula è brutale e bellissima: non si esce vivi dagli anni Ottanta. Non perché tutti muoiano, ma perché chi sopravvive porta addosso una forma particolare di dannazione: quella di chi ha visto troppo, creduto troppo, tradito o subito tradimenti troppo profondi per potersi davvero assolvere.
Il titolo è perfetto. L’orologiaio non è solo chi costruisce congegni, chi misura il tempo, chi ne conosce gli ingranaggi. È anche chi pretende di dominarlo. Ma il tempo, nel romanzo, non si lascia dominare: si vendica. Torna. Presenta il conto. E lo fa nel modo più crudele, obbligando i personaggi a guardare ciò che avevano sepolto.
Il tempo dell’orologiaio è dunque un romanzo sulla lotta armata, certo, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. È soprattutto un romanzo sulla memoria impossibile, sulla fedeltà che diventa prigione, sul tradimento che continua a generare conseguenze anche quarant’anni dopo. È il racconto di uomini e donne che hanno creduto di poter spezzare la Storia e si sono ritrovati spezzati da essa.
Per saperne di più visita: lafeltrinelli.it
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