Dal 27 marzo disponibile in radio e su tutte le piattaforme digitali, “Green Wave” segna il ritorno discografico di Irene Loche e anticipa un nuovo album dal forte valore personale e artistico.
Registrato a Los Angeles in una dimensione essenziale, il brano racconta il distacco, il viaggio e la trasformazione interiore, intrecciando sonorità intime e suggestioni internazionali. In questa intervista, la cantautrice sarda si racconta tra emozioni, esperienze e nuove prospettive.
a cura della redazione
Benvenuta su Che! Intervista, Irene Loche: “Green Wave” segna il tuo ritorno con un nuovo progetto discografico. Che momento rappresenta per te questa uscita?
Ciao a tutti, e grazie per avermi qui. Per me questo brano, e più nel profondo questo disco, hanno un significato importante. Il mio percorso è forse poco canonico e spesso mi ha portata a seguire delle vie impervie, scomode e a volte non capite (ironicamente, nemmeno da me); stavolta sto seguendo questa strada con una consapevolezza diversa, è un momento molto introspettivo e probabilmente assumerà un significato ancora diverso nel tempo, tuttavia so per certo so che lo sto affrontando nella maniera più onesta che posso, umanamente e artisticamente. Alla fine forse potrei dire che, nonostante tutto, per me rappresenta un nuovo punto di partenza.
Il brano nasce da un’esperienza profondamente personale legata al distacco e al viaggio: quanto è stato importante trasformare queste emozioni in musica?
È da sempre che questi temi corniciano i miei passi: mi sono sempre sentita molto legata alla mia terra ma allo stesso tempo assolutamente fuori posto. Credo che sia un po’ il sentimento di molte persone oggigiorno, sentirsi inadeguati. In questo brano ho parlato di distacco, ma lo faccio raccontando il legame che mi tiene profondamente attaccata alle cose che amo. Ma non basta, “per trovarsi bisogna perdersi”, dicono così, e quindi è stato un modo per me di esorcizzare tutte le paure legate a questi sentimenti.
“Green Wave” è stato registrato a Los Angeles in una dimensione essenziale di voce e chitarra: cosa ti ha portato a scegliere questa intimità sonora?
Non è stata una scelta forzata, il brano si è espresso da sé sin dall’inizio. Una conversazione importante non è fatta di grandi voci, ma di silenzi, pause e parole che arrivano piano. Questo brano è come un amico che ti siede accanto, come una lettera che ritrovi dopo tanto tempo, è un messaggio che vuole abbracciare chi lo ascolta, ecco perché è nato ed è rimasto semplice e intimo.
Il titolo richiama un’“onda” emotiva: che significato ha per te questa immagine e come si collega al tuo percorso artistico e umano?
Noi siamo tutti in un mare, a volte sappiamo navigarlo, a volte naufraghiamo e spesso ormeggiamo, ma non è detto che star fermi sia la cosa migliore. L’onda può buttarti giù o può salvarti, ti fa sentire vivo, e che ti sbatta o ti culli, non è mai sbagliata. La vita per me è sempre stata questo: non è più qualcosa che cerco di capire, è qualcosa che cerco di assecondare, o cavalcare, se posso.
La produzione vede la collaborazione di nomi importanti come Michael Jerome Moore e Massimo Satta: che tipo di dialogo creativo si è instaurato durante la lavorazione del brano?
Michael e Massimo sono due persone eccezionali e non avrei mai potuto realizzare un lavoro così senza di loro. Mi hanno donato il loro completo supporto, fiducia, competenza e arte. Sono stata enormemente fortunata ad averli accanto.
Il tema della distanza e delle radici è centrale: cosa rappresenta oggi per te la Sardegna, anche alla luce delle tue esperienze internazionali?
La Sardegna rappresenta una forza muta, una bellezza cupa, non capita. La Sardegna è per me uno degli ultimi approdi di salvezza da ogni cosa brutta. Soffro, perché noi sardi prima di tutto non capiamo quanto amore dovremmo ricambiare a questa terra, non conosciamo più il rispetto, e stiamo dimenticando il senso di appartenenza e legame. Ma è un discorso che si potrebbe fare ad un livello molto più ampio, che non riguarda solo la Sardegna: è tutta la Terra che oggi soffre e di cui tutti facciamo parte.
Hai raccontato di aver suonato il brano davanti a Jackson Browne: quanto ha inciso quell’incontro sul tuo percorso e sulla consapevolezza del tuo lavoro?
Jackson rappresenta per me la veglia quando sei assopito; vivere un sogno, diciamo così, e poi accorgerti forse che invece potrebbe essere vero. Sono infinitamente grata per averlo potuto conoscere e per i preziosi momenti che conservo nei miei ricordi. Ho conosciuto Jackson nel 2018 ed è stato sempre molto buono con me, ho avuto modo di incontrarlo più volte durante questi anni, sarebbe bello sapere cosa ne pensa ora di questo brano e del nuovo disco.
Il tuo stile unisce blues, soul, rock e Americana: in che modo “Green Wave” anticipa le sonorità e le atmosfere del nuovo album?
Direi che forse non lo fa, perché “Green Wave” in realtà è l’unico brano del disco che rimane fedele a quelle sonorità acustiche con cui ho iniziato il mio percorso artistico. Ma era importante mantenerle, era importante che musica e parole prendessero tutto lo spazio possibile nel modo più semplice. Questo disco avrà diversi momenti e ci sarà il Blues, il Soul, il Rock e tutto il resto, ci sarà tutto ciò che ho avuto modo di fare mio in qualche modo, e che mi rappresenta.
Nelle tue parole emerge una forte volontà di mostrarti con autenticità, tra pregi e fragilità: quanto è importante oggi per te questa sincerità artistica?
Io sono consapevole di aver sbagliato tanto, non mi reputo mai all’altezza, ma sin da piccola ho sempre creduto che il mio posto fosse accanto ad una chitarra. Oggi sono più grande, e molte certezze che avevo sono cadute e mi sono messa tanto in discussione. Gli errori più grandi che ho fatto sono accaduti quando ho seguito la via di altri, un pensiero che non era il mio, e allora ho sofferto ancora di più, perché le conseguenze, belle o brutte non me le sentivo davvero meritate. E quindi è importante per me che ognuno di noi esprimi se stesso in ogni cosa, anche nelle peggiori.
Non si può costruire una casa sulle sabbie mobili, è importante che il terreno sia ben saldo.
Quale direzione pensi prenderà la tua evoluzione musicale?
Difficile a dirsi, nel mio cuore vorrei riscoprire e mantenere la gioia di fare musica, però ora che sono più grande mi sento responsabile di quello che scrivo e del messaggio che arriva a chi ascolta. So che devo studiare e informarmi, tanto, e devo mettere in discussione tutto, sempre. Non so mai dove sto andando, ma non è tanto importante la direzione sapete, ogni punto si ritrova prima o poi, siamo noi che saremo diversi.
Grazie Irene e complimenti per la tua carriera artistica!
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