Jaboni, architetture dell’anima: quando la musica diventa spazio da abitare

Cantautore, interprete e architetto, Jaboni – al secolo Simone Iaboni – ha costruito negli anni un percorso artistico fatto di ricerca, attraversamenti e scelte coraggiose. Dall’inglese all’italiano, dal gospel alla scrittura più intima, la sua musica è diventata sempre più un luogo di verità, capace di raccontare fragilità, memoria e identità. Con BLU, il nuovo singolo, Jaboni scende in profondità e trasforma il dolore in materia narrativa, lasciando che siano i gesti minimi e le emozioni non dette a guidare il racconto. In questa intervista esploriamo il suo viaggio umano e musicale, tra passato, presente e nuove direzioni.

a cura della redazione


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Benvenuto su Che! Intervista, la tua formazione è divisa tra architettura e musica: in che modo questi due mondi dialogano dentro di te e influenzano il tuo modo di scrivere canzoni?
Architettura e musica si fondano sugli stessi principi: lo spazio ed il tempo. L’architettura mi ha insegnato il valore della composizione, della struttura, dei vuoti, delle proporzioni. Anche quando scrivo una canzone penso molto a cosa lasciare fuori, a come far respirare le parole e i suoni. Una canzone, come un progetto architettonico, nascono da un’idea, un concetto, che poi prende forma grazie a regole e strutture.

Hai iniziato pubblicando brani in inglese e poi sei arrivato all’italiano: cosa ha rappresentato per te questo passaggio, sia artisticamente che emotivamente?
L’inglese è stato una palestra, ma anche una protezione. Mi permetteva di raccontarmi mantenendo una certa distanza emotiva. L’italiano è arrivato quando ho sentito il bisogno di smettere di nascondermi. Scrivere nella mia lingua madre significa espormi di più, ma anche essere finalmente allineato con quello che sento e far arrivare in maniera diretta il mio messaggio a chi ascolta.

“BLU” è un brano molto intimo, che parla di ciò che resta dopo un amore finito. Quando hai capito che questa storia doveva diventare una canzone?
Blu è una canzone che parla delle nostre esperienze passate che in qualche modo ci hanno lasciato un segno. Scrivendo il brano mi sono accorto che non volevo raccontare la fine di qualcosa, ma quello che resta quando tutto si è già rotto.

Nel testo e nel videoclip emerge l’idea del cammino, del movimento continuo: è un modo per affrontare il dolore o per imparare a conviverci?
Direi più per conviverci. Il movimento non rappresenta una fuga. Camminare, respirare, restare a galla sono gesti semplici ma necessari: non risolvono il dolore, però impediscono che ti immobilizzi. È una forma di resistenza.

Il blu diventa una metafora potente del tuo mondo interiore. Che rapporto hai oggi con la nostalgia e con i ricordi che fanno ancora male?
Provo a non combatterli. Sono parte del mio percorso emotivo. La nostalgia non è solo mancanza, è anche memoria di ciò che ha avuto valore. Se qualcosa fa ancora male, significa che è stato importante.

Nel tuo percorso ritorna spesso il tema dell’identità e della diversità, come in “Heads Up”, selezionata per Voci x la Libertà. Quanto senti la responsabilità sociale della tua musica?
Non scrivo con l’idea di lanciare messaggi, ma inevitabilmente poi le canzoni prendono vita e posizioni specifiche. Raccontare fragilità, diversità, identità è già un atto politico, anche se fatto a bassa voce. Il tentativo costante è di non semplificare ciò che è complesso.

Dopo anni di esperienze corali, dal gospel ai grandi palchi, oggi la tua scrittura sembra più raccolta e personale: è cambiato il tuo modo di stare in scena e davanti al pubblico?
Prima cercavo l’energia, oggi cerco la connessione. Non devo necessariamente riempire ogni spazio, mi interessa l’ascolto. Stare in scena significa essere presente, non performare a tutti i costi.

Hai attraversato momenti di pausa e silenzio creativo. Quanto sono stati necessari per arrivare alla maturità espressiva che ascoltiamo oggi?
Il silenzio fa paura, ma è lì che capisci cosa conta davvero. Fermarmi mi ha permesso di ascoltarmi ogni volta e di tornare a scrivere solo quando avevo qualcosa di vero da dire.

Nei tuoi brani dai grande importanza ai dettagli, ai gesti minimi, alle emozioni non urlate: credi che oggi ci sia ancora spazio per una musica che chiede ascolto e lentezza?
In un mondo che corre, la lentezza diventa un gesto radicale. La musica fatta di piccoli gesti diventa necessaria oggi. Magari non sarà per tutti, ma per chi ne ha bisogno può essere essenziale.

Cosa senti di voler esplorare ancora attraverso la musica: nuove sonorità, nuove storie o, semplicemente, nuove verità da raccontare?
Le sonorità e le storie cambiano naturalmente, ma quello che mi interessa davvero è continuare a scavare senza autocensura. Finché la musica mi permetterà di essere onesto, so che avrò ancora qualcosa da esplorare.

Complimenti per il tuo lavoro, continua a seguirci

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