Tra impulsi trattenuti, sguardi che non chiedono permesso e verità che bruciano in silenzio
La musica di KAWAKAMI non ammicca, non consola, non cerca redenzione. Dopo aver attraversato i temi dell’identità e dell’amore stanco, la cantautrice milanese torna con “Puro Cliché”, un brano intenso e sensuale che scava tra desiderio e controllo, in bilico tra la volontà di essere scelta e la consapevolezza di non volere nient’altro che uno sguardo. Nessuna dichiarazione d’amore, nessun per sempre: solo il brivido del momento, sussurrato in punta di voce.
a cura della redazione
Benvenuta su Che! Intervista, KAWAKAMI. “Puro Cliché” è un titolo che sembra giocare con l’ironia e la consapevolezza: qual è stata la scintilla che ha acceso questo brano?
Grazie mille! Sicuramente una scintilla c’è stata, ti parlo di un incontro che non è diventato nulla ma, alla fine, ha lasciato tutto. Di quella tensione dolceamara che può crearsi tra due persone ma di fatto si conclude prima di fare rumore. Un classico copione sentimentale in cui chiunque può cadere il cosiddetto “Puro Cliché”.
In questo singolo esplori un erotismo mentale, più psicologico che fisico. Come si traduce, secondo te, il desiderio in musica?
Il desiderio in musica lo traduco proprio nei respiri morbidi al microfono che, come quelli all’orecchio, ti fanno venire i brividi e fanno aumentare quello che è già il desiderio.
La produzione è minimale, cinematica, costruita per evocare più che per dire. Che tipo di confronto hai avuto con Kaizén nella definizione del sound?
Kaizén è la perla! È un sarto formidabile e credo che questo brano ne sia la prova. Volevo un Sound morbido ma accattivante e che potesse dare il giusto valore al testo, ecco qua un bellissimo abito super sexy e su misura per me!
Hai detto che questo brano nasce da un’attrazione trattenuta. Quanto ti interessano, a livello artistico, le cose che non succedono?
Non mi sono mai ritrovata a scrivere del “non accaduto” più che altro perché vivo la scrittura dei miei brani come una narrazione, una storia da raccontare. Effettivamente questo racconto del non accaduto mi ha affascinato ancora di più e ovviamente ha dato il via all’immaginazione. Trovare il giusto modo di portare l’esperienza del non vissuto mi ha messo alla prova e devo dire la sfida mi è piaciuta.
La voce nel brano è intima, quasi sussurrata, come se parlasse da una distanza precisa. Quanto è stato difficile mantenere questa tensione emotiva durante la registrazione?
In studio è sempre tutto molto mistico, si ride, si studia, ci si prende in giro, si fanno diverse pause, moltissime prove e moltissimi cambi. Non è facile mantenere la concentrazione e soprattutto riuscire a trovare l’intenzione giusta alla prima take. Kaizén mi aiuta moltissimo in questo e diciamo che dopo dei primi giri di riscaldamento abbiamo trovato una quadra.
C’è un riferimento all’etero-curiosità e a una dinamica non binaria del desiderio. Quanto spazio ha la tua identità queer nei tuoi brani e nella tua scrittura?
Scrivo molto della mia quotidianità e posso dire che la mia identità “Queer” si prende lo spazio che deve. Se devo raccontare una storia d’amore non parlerei mai di un ragazzo… per intenderci. Non la vedo molto come una cosa che “deve prendersi spazio” ma semplicemente è il filtro attraverso cui guardo il mondo, sono solo io.
“Puro Cliché” non cerca un lieto fine. Credi che raccontare l’irrisolto possa avere più potere del raccontare una storia compiuta?
Forse sì. Mi spiego meglio, nella vita i finali chiusi sono rari, a volte ci riconosciamo di più in un finale sospeso senza la pretesa e la fretta di capire.
L’ego, la voglia di essere desiderati, il bisogno di conferme: quanto ti riguarda, nel profondo, questo gioco di specchi che racconti nel brano?
Il gioco riguarda proprio me in prima persona. Lotto con l’ego e con ciò che lo alimenta, in questo caso ho fatto uno scivolone e mi sono presa tutte le conseguenze di questa caduta ma sono contenta perché ho messo a fuoco molte cose e crescere vuol dire anche questo.
Con “Gitana” e “MOMENTO” hai toccato altre forme di appartenenza e perdita. In che modo questo singolo rappresenta una nuova direzione per te?
In questo caso mi piace parlare di evoluzione ogni giorno è uno studio e ogni brano è uno specchio. In “Puro Clichè” trovo che ci sia uno sguardo più intimo e crudo rispetto a “Gitana” e “Momento”, meno metafora e più pelle.
Se potessi riassumere in un’immagine “Puro Cliché”, quale sarebbe? E cosa speri resti addosso a chi ascolta, una volta finito il brano?
Immagino due persone una di fronte all’altra (in qualunque scenario) tanto vicine da sentire l’una il respiro dell’altra. Immagino un gioco di sguardi, sentire il desiderio crescere, la voglia di sfiorarsi e un solo pensiero ad impedirlo. Spero che, chi ascolta, si porti via una sensazione di sospensione, l’obiettivo quasi raggiunto, l’attesa del piacere, un sentimento che non ha per forza bisogno di risposte ma che ci fa compagnia anche se fa un po’ male.
Grazie KAWAKAMI e complimenti per la tua carriera artistica!
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