Buongiorno,
grazie mille per l’opportunità di raccontare la mia storia.
Tutto ebbe inizio nel lontano 1998, quando conobbi per la prima volta le vetture dei Carabinieri grazie a mio padre, già carabiniere con incarico di autista presso il Nucleo Radiomobile di Viterbo. Era una fredda sera d’inverno quando vidi quella macchina: un’Alfa Romeo 75 con la livrea dei Carabinieri. Non era una vettura qualsiasi. Il destino volle che fosse proprio quella con targa EI221CV, la stessa utilizzata nella celebre fiction girata a Viterbo con Gigi Proietti, Il Maresciallo Rocca.
Di quella sera ricordo ogni dettaglio. Da quel momento mi innamorai di quella vettura blu, con le scritte bianche e il tetto chiaro.
All’inizio, però, tutto nacque per necessità. I miei genitori lavoravano molto: papà carabiniere e mamma insegnante. Ci eravamo trasferiti da poco negli alloggi di servizio del Comando Provinciale di Viterbo e le risorse economiche non erano molte. Inoltre, avendo i parenti più stretti a oltre mille chilometri di distanza — siamo siciliani — trovare qualcuno che potesse occuparsi di me non era semplice.
Una sera si presentò il problema:
«A chi lo lasciamo Giovanni?»
Ricordo ancora con emozione la risposta di mio padre:
«Verrà con me in autoradio. Lo porto io a scuola, poi quando finisci tornate insieme a casa.»
Avevo tre anni.
Da quel momento iniziò una routine che sarebbe durata fino ai miei diciotto anni. All’inizio per necessità, poi per puro piacere: quello di andare a prendere l’autoradio con papà.
La routine della caserma
La routine è rimasta simile negli anni, anche se sono cambiati i modelli di auto e, naturalmente, la mia età.
Verso le 18:30 entravamo in caserma. Attraverso alcune scalette in acciaio si scendeva nei garage bui, dove le autoradio dei Carabinieri ci aspettavano allineate, pulite e lucide nella penombra.
Arrivati alla vettura, papà eseguiva sempre gli stessi controlli:
livelli dei liquidi, eventuali perdite, carburante e luci.
Poi si saliva a bordo. La mia attenzione era tutta per i lampeggianti che, nel buio del garage, squarciavano l’oscurità con i loro lampi. Ancora oggi mi emoziona ricordarlo.
Subito dopo si accendeva la radio OTE in gamma 400. Premendo il tasto 6 sulla consolle, la vettura si collegava alla centrale operativa, segnalando ufficialmente l’entrata in servizio.
A quel punto si partiva e si risaliva lungo la rampa ripida fino al piazzale della caserma, dove ci attendeva la pattuglia che stava terminando il turno.
Lì si trasferivano nella vettura montante tutti gli accessori necessari per il servizio:
giubbotti antiproiettile, torce, valigie porta documenti, caricatori aggiuntivi per i mitra M12.
Poi io e papà salivamo in centrale operativa per ritirare proprio i mitra da aggiungere all’equipaggiamento.
Spesso i colleghi scherzavano:
«Peppino, ti sei portato l’aiutante oggi?»
E papà rispondeva sempre:
«Eh sì ragazzi… a Giovanni dove lo lascio? Mia moglie è a lavoro.»
Io, con i miei ricci neri, salutavo tutti timidamente.
Firmata la presa in carico delle armi, scendevamo verso la sala equipaggio, dove quasi sempre c’erano il comandante del reparto e un brigadiere anziano. Mi salutavano con affetto e mi scompigliavano i ricci.
Ancora oggi mi emoziona pensarci.



Il viaggio verso la scuola
A quel punto ci avvicinavamo alla vettura con il capo equipaggio.
Lui mi diceva sempre:
«Sali dietro, Giovanni… e non farti vedere da nessuno. Andiamo dalla mamma.»
Io entravo in silenzio e mi sedevo sui sedili blu pavone della gazzella.
Uscivamo dalla caserma e attraversavamo la città nel freddo della sera. Il rombo del motore, i suoni della radio di servizio, l’odore degli stivali di papà e dei sedili dell’auto creavano una miscela di sensazioni che non ho mai dimenticato.
Era una fragranza di ricordi.
Dopo qualche mese, però, per motivi di sicurezza fummo costretti a cambiare abitudine. Durante il turno 19/01, quando il personale in caserma era ridotto, non potevo più uscire in pattuglia.
Restavo con il piantone, in attesa dell’arrivo di mamma, che di solito arrivava verso le 20:30.
Guardavo papà partire di corsa con la gazzella che rombava via nella notte, sparendo in una nuvola di fumo bianco.
Ancora oggi mi emoziona ricordarlo.
Il sogno che ritorna
Arriviamo così al 2018.
Un giorno un ragazzo mi contatta e mi dice:
«Ti seguo su YouTube, complimenti per i video. So che la 75 è la tua macchina preferita. Ti interessa averne una dei Carabinieri?»
Risposi sì senza pensarci.
Il sogno che coltivavo dal 1998 stava finalmente prendendo forma.
Ci accordammo sul prezzo e portai a casa quella che, più che un’auto, era un soprammobile con la scritta Carabinieri. Era in condizioni disastrose.
Da lì iniziò un percorso durato cinque anni.
Un periodo fatto di scelte, sacrifici e molte rinunce, per concentrare quante più risorse possibili nel restauro completo della vettura.
Il lavoro si concluse nell’agosto 2023.
La rinascita
Nel settembre 2023 portai l’auto a Palermo, percorrendo 1200 chilometri su strada con oltre 40 gradi all’ombra, per partecipare al suo primo raduno insieme ad altre auto storiche in divisa.
Per me fu una soddisfazione immensa.
Riportare in vita un rottame e vederlo rinascere è una gioia difficile da spiegare.
Da allora ho partecipato ad altre manifestazioni, raccogliendo nuove soddisfazioni. Tra queste:
- essere apripista a un corteo di oltre 300 Alfa Romeo al Museo Alfa Romeo di Arese, per il 40° anniversario dell’Alfa 75;
- un articolo sulla rivista Quattroruote – Ruoteclassiche;
- diversi articoli online, tra cui sul Corriere di Viterbo.
Insomma, non mi annoio.
A 30 anni mi considero fortunato e soddisfatto.
C’è solo un grande rammarico: non poter condividere tutto questo con mia mamma, che nel 2020, a causa di un tumore, se n’è andata.
Lei mi diceva spesso:
«Tu sei impazzito a partire con questo progetto…»
Ma sono sicuro che, in fondo, sarebbe stata orgogliosa.
Giovanni Conti
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