In uscita il 27 Marzo 2026 per Feltrinelli.
C’è una delicatezza rara, quasi fragile, nelle pagine di La gioia è un duro lavoro, eppure è proprio da questa fragilità che il libro trae la sua forza più autentica. Gio Evan torna con un’opera che si colloca a metà strada tra romanzo, confessione poetica e rito di passaggio interiore, costruendo un racconto che si legge come un sussurro e si sedimenta come una ferita che impara a respirare.
a cura della redazione
La trama è essenziale, quasi evanescente: una mattina, una passeggiata, un giardino. Ma è proprio in questa apparente semplicità che si apre uno spazio narrativo densissimo. Il protagonista, giunto alla soglia dei trent’anni, incontra – o forse riconosce – la presenza della madre scomparsa. Non si tratta di un’apparizione nel senso tradizionale, bensì di una percezione che si manifesta attraverso il paesaggio, secondo una visione che attinge alle tradizioni sciamaniche e a una spiritualità naturale, mai ostentata ma profondamente radicata.
Il cuore del libro è il dialogo impossibile tra madre e figlio: un dialogo che non è mai avvenuto in vita e che ora prende forma in un linguaggio altro, fatto di vento, silenzi, memorie e intuizioni. Evan costruisce così una narrazione che è insieme monologo e ascolto, dove la parola si fa eco e il pensiero diventa risposta.
Dal punto di vista stilistico, la cifra dell’autore è immediatamente riconoscibile: una prosa lirica, frammentata, attraversata da aforismi e illuminazioni improvvise. Tuttavia, rispetto alle opere precedenti, qui si avverte una maturità diversa, meno incline alla suggestione fine a sé stessa e più orientata a un’esplorazione autentica del dolore. La perdita non è solo tema, ma materia viva che struttura l’intero impianto narrativo.
Particolarmente riuscita è la riflessione sulla “presenza dell’assenza”, sintetizzata nella frase: «La mancanza non toglie, è presenza». È in questa tensione che il libro trova la sua dimensione più universale: il lutto non come sottrazione, ma come trasformazione del legame. La madre non è più corpo, ma diventa paesaggio, memoria attiva, guida invisibile.
Non tutto, però, scorre senza attriti. In alcuni passaggi, la densità poetica rischia di rallentare il ritmo e di rendere il testo meno accessibile a un lettore in cerca di una narrazione più lineare. Ma è una scelta coerente: La gioia è un duro lavoro non è un libro che si concede facilmente, richiede attenzione, disponibilità emotiva, e soprattutto tempo.
Ed è forse proprio qui il senso del titolo. La gioia, sembra dirci Evan, non è uno stato spontaneo o immediato, ma una conquista lenta, faticosa, che passa attraverso il confronto con le proprie ferite più profonde. È un lavoro interiore, silenzioso, che chiede di sostare nel dolore senza evitarlo.
Un testo che non si limita a raccontare una storia, ma invita il lettore a compiere un gesto intimo: fermarsi, ascoltare, ricordare.
Per saperne di più visita: feltrinellieditore.it
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