La mente al centro: conoscere sé stessi con la psicoterapeuta Francesca Rindone

In un tempo in cui la salute mentale sta conquistando maggiore visibilità, la figura dello psicoterapeuta assume un ruolo sempre più centrale. Francesca Rindone è psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, attiva nella pratica clinica dal 2020. Lavora con bambini, adolescenti e adulti, occupandosi in particolare di difficoltà emotive e comportamentali e accompagnando famiglie nei percorsi di crescita e cambiamento.
La sua è una visione della psicoterapia fondata sull’ascolto, sul rigore scientifico e sull’idea che il cambiamento non sia mai immediato né imposto dall’esterno, ma costruito passo dopo passo insieme alla persona. In questa intervista racconta il suo percorso, il suo modo di lavorare e cosa significa, oggi, stare accanto a chi chiede aiuto.

a cura della redazione


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Francesca, quando e perché hai scelto di diventare psicologa?
La scelta di diventare psicologa non è stata improvvisa, ma maturata nel tempo. Durante il percorso universitario ho capito sempre più chiaramente che ciò che studiavo non solo mi interessava, ma mi rappresentava davvero.
Questa inclinazione affonda le radici anche nella mia storia familiare: crescere accanto a una persona con disabilità mi ha avvicinata fin da piccola alla complessità della sofferenza e delle dinamiche relazionali. Da qui nasce la mia idea di aiuto: non “salvare” qualcuno, ma stare accanto con ascolto, rispetto e competenza, valorizzando risorse e limiti senza giudizio.

Dato che molti lo chiedono e c’è tanta confusione in merito, qual è la differenza tra psicologo e psicoterapeuta e quando rivolgersi all’uno o all’altro?
È una domanda molto frequente e comprensibile, perché spesso i due ruoli vengono sovrapposti.

Lo psicologo è un professionista laureato, abilitato e iscritto all’Albo. Si occupa di prevenzione, valutazione e sostegno psicologico, offrendo uno spazio di ascolto e comprensione nei momenti di difficoltà, stress o cambiamento, aiutando a dare senso a ciò che si sta vivendo e a rafforzare le risorse personali.

Lo psicoterapeuta, invece, ha una formazione specialistica aggiuntiva che gli consente di trattare in modo strutturato i disturbi psicologici più complessi e persistenti, lavorando in profondità sui meccanismi che mantengono la sofferenza, con l’obiettivo di un cambiamento stabile nel tempo.

Un punto fondamentale è l’etica professionale: spetta al professionista valutare la richiesta di aiuto e, se necessario, indirizzare la persona verso il percorso più adatto. Non è il paziente a dover sapere subito “di cosa ha bisogno”, ma il professionista a guidarlo, mettendo sempre al centro il benessere.

Hai studiato e lavorato a Modena. Perché hai deciso di tornare a Reggio Calabria?
È una domanda che continuo a pormi, perché il ritorno non è stato frutto di una scelta razionale, ma di un bisogno profondo: tornare a vivere la mia terra, stare vicino alla mia famiglia e dare un senso a ciò che avevo costruito altrove.

Negli anni ho visto Reggio Calabria cambiare lentamente, grazie a tanti giovani professionisti che hanno deciso di restare o tornare per investire competenze ed energie. Ho sentito il desiderio di farne parte, portando qui un modo di lavorare basato sulla rete, sull’aggiornamento continuo e su servizi innovativi per infanzia, adolescenza e famiglie.

Tornare non è stato un passo indietro, ma una scelta di responsabilità. So che lavorare qui non è semplice, tra limiti “strutturali” e “culturali”, ma è proprio questa complessità a rendere il lavoro clinico più difficile e, allo stesso tempo, più necessario.

Dal 2020 eserciti la pratica clinica: cosa ti ha insegnato il contatto diretto con le persone che chiedono aiuto?
Il lavoro clinico mi ha insegnato, prima di tutto, che chiedere aiuto non è mai un gesto semplice. Dietro una richiesta c’è spesso un lungo percorso di esitazioni, paure e tentativi falliti. Molte persone arrivano con l’aspettativa, a volte comprensibile, che lo psicoterapeuta abbia risposte rapide e soluzioni definitive.

Nel tempo ho imparato che una parte importante del lavoro consiste proprio nel ridefinire questa aspettativa: il cambiamento non è immediato e non è indolore, e il vero protagonista del percorso è sempre la persona che si mette in gioco. Questo implica fatica, costanza e, talvolta, attraversare emozioni difficili.

La terapia, per come la intendo io, non è solo comprendere ciò che ci fa stare male, ma allenarsi gradualmente a fare qualcosa di diverso: sperimentare nuovi modi di pensare e di agire, concedersi l’errore e riprovare, dentro e fuori dalla stanza di terapia.
Un altro insegnamento fondamentale è che non esiste una scala oggettiva del dolore: ciò che per qualcuno può sembrare “piccolo”, per un altro è profondamente invalidante. Ogni sofferenza va compresa all’interno della storia e del vissuto di chi la porta, senza confronti o minimizzazioni.

Sei una psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale: cosa ti ha portata a scegliere questo approccio?
Non credo esista un approccio “migliore” in senso assoluto. La psicoterapia è una, e ciò che cambia è la lente attraverso cui osserviamo e interveniamo. Ritengo che un buon professionista debba conoscere più orientamenti e saper scegliere, di volta in volta, ciò che è più adatto alla persona che ha di fronte.

Ho scelto l’approccio cognitivo-comportamentale perché, soprattutto all’inizio, mi offriva una struttura solida e un riferimento scientifico chiaro. Lavorare in modo evidence-based mi dava sicurezza e mi permetteva di affrontare i disturbi emotivi e comportamentali con strumenti verificati.

Con l’esperienza, però, ho sentito il bisogno di integrare questo modello con altre pratiche, come la Mindfulness e tecniche di regolazione emotiva, per rispondere in modo più flessibile e rispettoso alla complessità dei pazienti. Oggi vedo l’approccio come una base, non come un confine.

Lavori con l’età evolutiva, l’adolescenza e l’età adulta: quali sono le principali differenze nel modo di intervenire con queste fasce di età?
Ogni fascia d’età richiede uno sguardo e strumenti diversi. L’adulto arriva spesso con schemi di pensiero e modalità relazionali già strutturate: il lavoro è più riflessivo e richiede tempo per mettere in discussione automatismi radicati.

L’adolescenza è una fase particolarmente delicata: è attraversata da profondi cambiamenti biologici, emotivi e identitari. Qui è fondamentale non confondere una crisi evolutiva con una psicopatologia. Alcune manifestazioni emotive che nell’adulto sarebbero atipiche, nell’adolescente possono rientrare nella normalità dello sviluppo.

Con i bambini, invece, il linguaggio deve essere adattato e il lavoro clinico passa spesso attraverso il gioco, il corpo e l’esperienza. In questa fase, il coinvolgimento della famiglia è centrale: lavorare solo con il bambino, senza considerare il contesto familiare e scolastico, sarebbe riduttivo.

Sempre più spesso si parla di salute mentale, soprattutto sui social: secondo te è un’opportunità o c’è anche il rischio di semplificare troppo temi complessi?
I social possono essere uno strumento potente di divulgazione e di riduzione dello stigma. Parlare di salute mentale in modo accessibile aiuta molte persone a sentirsi meno sole e a riconoscere il bisogno di aiuto.

Il rischio, però, è la semplificazione eccessiva: spesso vedo una tendenza a etichettare comportamenti comuni come disturbi clinici. Non basta essere iperattivi per avere un ADHD, né avere un pensiero intrusivo per soffrire di disturbo ossessivo-compulsivo. In clinica contano la pervasività, la durata e l’impatto del sintomo sulla vita quotidiana.

Per questo credo sia fondamentale una divulgazione responsabile, che informi senza banalizzare e che inviti sempre a una valutazione professionale.

Quali sono le difficoltà più frequenti che incontri oggi nei pazienti, in particolare tra adolescenti e giovani adulti? Cosa raccontano del nostro tempo?
Quello che noto è una costante corsa contro il tempo e un’enorme pressione alla performance. I social amplificano il confronto con modelli irrealistici di successo, bellezza e realizzazione personale, generando un senso diffuso di inadeguatezza.

Già nei bambini si osserva una saturazione di impegni: scuola, sport, attività strutturate, con poco spazio per il gioco libero e la noia. Crescendo, questo si traduce in perfezionismo, ansia e paura del fallimento. Viviamo in una società che fatica a concedere il diritto di sbagliare, fermarsi e rimettersi in discussione.

 “Stare bene” è uno stato da raggiungere o un equilibrio in continuo movimento?
Lo considero un equilibrio in continuo movimento. Il benessere non è una meta fissa, ma un processo che cambia nel tempo e dipende anche dagli standard che ciascuno costruisce per sé. Imparare a tollerare le oscillazioni emotive è parte integrante dello stare bene.

C’è un aspetto del tuo lavoro che senti particolarmente tuo, che ti fa dire “è per questo che ho scelto questa professione”?
Il lavoro con i bambini è ciò che sento più vicino. Mi viene naturale entrare in relazione con loro, creare uno spazio sicuro in cui possano esprimersi. Le soddisfazioni non sono sempre immediate, ma arrivano nel tempo: quando una famiglia si sente meno sola o quando un paziente riesce a dirsi “ho sbagliato e va bene così”, ritrovo il senso profondo di questa professione.

Come immagini il tuo percorso professionale e cosa ti auguri di continuare a offrire alle persone che si affidano a te?
Mi auguro di restare curiosa, di continuare a formarmi e a confrontarmi con colleghi e altri professionisti. Vorrei lavorare sempre più in rete, portando sul territorio progetti e pratiche che uniscano rigore scientifico e attenzione alla persona. Continuare a imparare non è solo crescita personale, ma una responsabilità verso chi si affida a me.

grazie Francesca, complimenti per la passione che trasmetti ed un grosso in bocca al lupo per il futuro lavorativo

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