“La mia dedica allo sport”: dialogo con Federica Lampugnani

Con il suo terzo libro “La mia dedica allo sport. Una storia di gratitudine” (Agosto 2025), Federica Lampugnani intreccia autobiografia, esperienza educativa e passione sportiva. Pedagogista ed educatrice, da anni lavora accanto ai bambini, con particolare attenzione all’autismo e al sostegno per la disabilità infantile. Dopo una raccolta di poesie (Strada di ritorno) e un romanzo (I colori di Rosa), torna in libreria con un’opera che celebra lo sport come palestra di vita, resilienza e inclusione.

a cura della redazione


Federica, benvenuta su Che! Intervista. Il tuo nuovo libro nasce come un atto di gratitudine verso lo sport: cosa ti ha spinto a raccontare questa parte così intima e significativa del tuo percorso?
Il mio nuovo libro è nato per cercare di raccontare una visione dello sport che, da tanti anni, ho coltivato e maturato. Ho sempre scritto fin da quando ero adolescente, ho sentito che era giunto il tempo ideale per unire parole e sport che sono le due anime che mi contraddistinguono.

Nel libro intrecci episodi personali, dall’infanzia fino alla vita professionale: come hai scelto quali momenti inserire e quali lasciare fuori dalla narrazione?
Ho selezionato tutti quegli episodi che hanno segnato uno spartiacque nel mio percorso. Inoltre alcuni sono emersi in maniera così spontanea che potevano essere solamente espressi con riconoscenza e gioia.

La pallavolo sembra avere un ruolo centrale nella tua formazione: cosa ti ha insegnato davvero, oltre la tecnica e l’allenamento?
La pallavolo è certamente lo sport che più mi ha plasmata e strutturata. E’ una disciplina che mi ha fatto misurare con il lavoro di squadra e con il confronto all’avversario, che devi sempre rispettare.

Come allenatrice ho potuto toccare con mano la difficoltà di motivare il proprio gruppo e trovare la chiave giusta per creare la sincronia tra le giocatrici. Penso che la pallavolo mi abbia anche insegnato ad accogliere i limiti, ad avere pazienza per la costruzione di un risultato e a sostenere la delusione e l’amarezza della sconfitta.

Lo sport è anche educazione: in che modo la tua professione di pedagogista ha influenzato il modo in cui lo racconti e lo vivi?
La mia professione educativa si è intrecciata perfettamente alla passione sportiva. Direi anzi che è stato proprio il mondo dell’agonismo e della competizione che ha definito il mio profilo pedagogico come educatrice. Non si deve comunque essere necessariamente pedagogisti o educatori per saper esprimere una cultura sportiva che sia davvero tale. Un campo in cui, dietro al gioco, si trovano attimi ed esperienze di vita profonda.

Dedichi ampio spazio al tema dell’inclusione, dal baskin alle esperienze con bambini e ragazzi con disabilità: qual è il messaggio principale che desideri trasmettere?
Mi piace poter contribuire a diffondere la bellezza dell’esperienza sportiva anche quando la vita presenta un conto amaro o difficile da sostenere. Ritengo che una vera inclusione nella società passi anche dall’opportunità che lo sport può dimostrare, non come pietismo ma come autentica forma di accoglienza delle singolarità di ogni storia irripetibile.

Accendere l’attenzione e creare consapevolezza a livello comunitario su queste tematiche, rafforza il sostegno che si può moltiplicare verso le famiglie e le realtà che vivono difficoltà, molto spesso nascoste e dimenticate. Lo sport quando è educazione sa potenziare la responsabilità e la condivisione perchè è un atto politico a tutti gli effetti.

Nel libro parli di momenti difficili, di crisi personali e di rinascita attraverso la scrittura e lo sport: quanto la resilienza è stata la tua “allenatrice invisibile”?
Nel mio percorso non sono mancati lunghi periodi di difficoltà che lo sport mi ha allenata a sostenere e prevedere nella normalità di una vita quotidiana. La resilienza è stato uno strumento certamente per attraversare il dolore e la fatica, soprattutto mentale, ma ancora di più lo è stato imparare a trasformarsi per trovare nuove strade e nuove capacità generative. L’allenamento passa anche dalle strategie di neurotraining che rinforzano il corpo e aumentano il benessere, la motivazione e la fiducia in se stessi.

Tobia, il tuo cane, entra nella narrazione quasi come un “mental coach”: che ruolo hanno avuto gli affetti e le relazioni nel tuo percorso sportivo ed educativo?
Sì, Tobia pur nella sua semplicità ha avuto e continua ad avere un ruolo di motivatore e portatore di felicità genuina. Le relazioni, seppur talvolta difficili, mi hanno fornito quella base di esperienza per confrontarsi, sostenersi ed esserci nei momenti importanti. Ho avuto la fortuna di poter condividere la mia passione sportiva con la quale sono stata cresciuta fin da bambina e di trovare una reciprocità nel perseguire anche l’impegno che lo sport richiede.

Lo sport femminile, spesso sottovalutato o discriminato, occupa pagine importanti del tuo libro: come vedi oggi la condizione delle atlete e quali passi restano da compiere?
Il mondo dello sport femminile ha fatto passi enormi e i risultati credo parlino da soli. Sarebbe bello poter avvicinare le ragazze anche a quella che è stata proprio la storia delle donne nello sport, per non dimenticare quello che era l’obiettivo principale. Poter gareggiare in nome di un diritto fondamentale e non per dimostrare alla società qualcosa. Il rischio che credo corra oggi il femminismo senza accorgersene in tanti ambiti, a scapito proprio di noi donne. Le atlete oggi devono continuare su quello che già stanno facendo. Senza voler imitare gli uomini e nemmeno puntare a modelli di comportamento prettamente maschili. L’alterità della donna è proprio questa in fondo. 

    Nelle tue pagine emergono riferimenti a figure ispiratrici come Allyson Felix o Gertrude Ederle: quanto è stato importante avere modelli da seguire?
    È stato decisivo perché mi ha permesso di avere dei riferimenti che fossero credibili e d’ispirazione per inseguire i miei obiettivi. Molte storie di atlete e campionesse sono sconosciute e rimangono, comunque, dei segni incancellabili di quello che conta veramente per definire una donna coraggiosa. L’educazione dovrebbe passare proprio dal riscoprire che il corpo, specialmente femminile, si esprime magistralmente nella competizione e merita quel rispetto che parte prima di tutto da noi stesse.

      Infine, se dovessi racchiudere in una frase la lezione più preziosa che lo sport ti ha insegnato, quale sarebbe?
      Direi osa in grande.

      Grazie Federica e complimenti per la tua carriera artistica!

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