Un viaggio tra sogno, materia e rinascita: dialogo con la band che dà voce all’invisibile
Con il nuovo singolo “Il primo uomo”, i LANDE confermano la loro attitudine a esplorare le zone più profonde dell’esperienza umana. Tra elettronica lo-fi, strumenti analogici e una sensibilità poetica fuori dagli schemi, la band toscana – nata dall’incontro tra Marco Giusti e Daniele Bencivenni – propone un brano che è insieme visione, rito e racconto primordiale. In attesa di ascoltarli in radio dal 9 maggio e sulle piattaforme digitali dal 6, li abbiamo intervistati per comprendere meglio la genesi di questo singolo e il percorso artistico che li anima.
a cura della redazione
Ciao ragazzi, benvenuti su Che! Intervista. Iniziamo dal presente: cosa rappresenta per voi “Il primo uomo” e qual è stata la scintilla che ha fatto nascere questo brano?
La prima scintilla forse ha a che fare con la domanda “ma come è che a un certo punto, ognuno di noi comincia a sentire di essere “sé”?”; la prima scintilla, quindi, ha a che fare con l’interrogativo riguardante la nascita dell’esperienza mentale. Quella però è la scintilla, da cui poi si sviluppa qualcosa di altro, la canzone appunto, che non ha certo nulla a che fare con la ricerca di una risposta a tale domanda.
È un pezzo che parla di inizio, di nascita e rinascita, della conquista e ri-conquista della sensazione di sentirsi vivi, e quindi della possibilità di prendere contatto con gioia e dolore.
Avete dichiarato che le vostre canzoni “prendono vita da sole”, come organismi autonomi. Come si traduce questo approccio nella vostra pratica in studio e nella scrittura?
Per noi scrivere musica è più simile all’ascolto che al controllo. Quando lavoriamo su un pezzo cerchiamo sempre di non forzarlo, di non incasellarlo subito in uno stile o in una struttura. Spesso una canzone ci sorprende, cambia strada da sola. Succede anche in studio: magari iniziamo con una chitarra e finiamo con un synth distrutto da mille effetti. Lasciamo che sia il brano a indicarci dove vuole andare.
Il brano mescola sonorità lo-fi materiche e pop brillante: quanto è importante per voi il contrasto tra ruvidità e melodia nella costruzione del vostro sound?
Tantissimo. Ci muoviamo sempre su quel confine sottile tra l’imperfezione e l’armonia. Ci piace quando qualcosa suona sporco, umano, e allo stesso tempo lascia spazio a momenti più aperti e melodici. È un gioco di equilibrio: la bellezza per noi non è mai perfetta, ma ha dentro una piccola crepa.
Il videoclip è una piccola opera d’arte: onirico, simbolico, quasi archetipico. Com’è nato il concept e che significato ha per voi il segno che resta sul volto del protagonista?
Il video è nato insieme alla canzone, quasi come se fossero parte dello stesso flusso. L’idea era quella di raccontare una trasformazione interiore senza usare parole, solo immagini e simboli. Il segno finale è una cicatrice simbolica, qualcosa che resta dopo un viaggio profondo. Non è per forza un segno negativo: è memoria, consapevolezza. Dopo certi sogni, non si torna mai esattamente come prima.
La trasformazione sembra essere un tema centrale del singolo. In che modo credete che il cambiamento – personale o collettivo – possa diventare un atto creativo?
Il cambiamento è scomodo, ma fondamentale. Ogni volta che qualcosa cambia, che perdi un equilibrio, si apre anche uno spazio nuovo. Per noi è proprio lì che nasce la musica: quando c’è un vuoto da riempire, o meglio, da abitare. Scrivere è spesso un modo per dare forma a quel disordine.
L’identità dei LANDE nasce dall’unione di percorsi diversi e dalla fusione di strumenti elettronici e analogici. Com’è avvenuto questo equilibrio e cosa cercate nel processo di contaminazione?
È stato tutto molto naturale. Quando ci siamo messi a suonare insieme, le differenze tra noi, come alcuni gusti musicali, sono diventate una forza. In studio usiamo tutto: synth, chitarre, drum machine, campionatori, strumenti strani e anche oggetti che non sono proprio strumenti. Ci interessa il suono che emerge dall’incontro, più che la fedeltà a un genere.
La vostra musica ha una forte componente narrativa e quasi cinematografica. Vi sentite più cantautori, sperimentatori o narratori sonori?
Un po’ tutte e tre le cose, in realtà. Non ci sentiamo chiusi in una definizione. Sicuramente c’è un’anima cantautorale nei testi, ma ci piace costruire ogni brano come un piccolo mondo. Forse ci sentiamo narratori, sì, ma più di stati d’animo che di storie vere e proprie. E poi la sperimentazione resta il nostro modo di restare vivi musicalmente.
Dopo due anni di lavoro sul vostro album di debutto, cosa vi ha insegnato questo processo lungo e condiviso? Ci sono stati momenti di crisi o rivelazioni decisive?
Ci ha insegnato la pazienza, ma anche la fiducia. Lavorare su un disco per tanto tempo ti costringe a convivere con l’incertezza. Ci sono stati momenti in cui pensavamo di non riuscire a chiudere nulla, e altri in cui tutto si è incastrato da solo. Abbiamo imparato ad ascoltarci e a lasciare spazio alle intuizioni, anche quando sembravano assurde all’inizio. Ogni crisi è stata una porta.
L’impronta vocale delle vostre canzoni è malinconica, sognante, quasi sospesa. Quanto conta per voi la voce come strumento emotivo e narrativo?
Tantissimo. La voce per noi è prima di tutto un’emozione. A volte non serve dire qualcosa di preciso: basta un suono, un timbro, un respiro. Cerchiamo di usarla in modo sincero, senza forzarla. Non vogliamo che sia perfetta, ma vera. È un filo che tiene insieme tutto il resto.
Guardando avanti, cosa possiamo aspettarci dal mondo dei LANDE nei prossimi mesi? Un tour, un disco, nuove evoluzioni sonore?
A breve uscirà il nostro primo album, ed è un momento molto importante per noi. Ci abbiamo messo dentro due anni di vita, esperimenti, silenzi e scoperte. Stiamo anche preparando un live pensato come un’esperienza immersiva, più che un semplice concerto. E poi continuiamo a scrivere: nuove canzoni stanno già nascendo, e non sappiamo ancora dove ci porteranno — ma è proprio questo il bello.
Grazie ragazzi e complimenti per la vostra carriera artistica!
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