Lara Serrano, “Parole Sciolte”: quando la parola diventa rifugio

Nel panorama della nuova musica d’autore italiana, Lara Serrano emerge con un’opera prima che sorprende per maturità, coerenza e profondità. “Parole Sciolte” non è solo un album: è un attraversamento. Un viaggio tra memorie spezzate, fragilità svelate e una ricerca incessante di senso e presenza. Con una scrittura che mescola il diario personale alla riflessione universale, Lara racconta cosa significa abitare il proprio tempo senza fingere che tutto vada bene. L’abbiamo immaginata in un dialogo aperto, come il suo disco. Dieci domande, per addentrarci nel suo mondo.

a cura della redazione


Benvenuta su Che! Intervista, Lara. “Parole Sciolte” è un disco che ha il passo e il tono di una confidenza notturna. Come ci si sente a lasciar andare fuori quello che, per tanto tempo, è rimasto dentro?
Ciao a tutti e grazie per avermi riservato uno spazio. Parole Sciolte è un dialogo notturno in cui racconto di una crescita importante a livello psicologico. Vi si racchiudono circa due anni della mia vita, in cui ho cambiato molti aspetti, da quello caratteriale al trasferimento in un’altra città.
Proprio con riferimento a quest’ultima, posso paragonare la stesura di questo disco al mio bisogno di cambiare aria e persone. Far uscire quello che ho dentro è un sollievo.

La tua scrittura sembra cercare continuamente un punto di contatto tra quello che sei e quello che temi di non essere più. Quanto ti ha aiutata scrivere a capire, e quanto invece ha complicato ancora di più le domande?
Bellissima domanda! Credo che ogni risposta, se è quella giusta, faccia sempre sorgere una nuova domanda. Sicuramente mettere le emozioni nero su bianco aiuta molto a ridimensionarle ma, al contempo, crea discussioni interiori a cui è difficile trovare l’effettiva risposta alla relativa domanda. Si evince questa mia paura di non essere più quella di prima soprattutto nella traccia “fra(m)menti”, in un dialogo con la me adolescente. 

In “Nuvole e Paranoia” citi Hayez e Goya, accostando arte figurativa e disagio contemporaneo. Che rapporto hai con le immagini? Sono un filtro, un’ispirazione o una forma di traduzione emotiva?
Penso che al mondo ci siano due linguaggi universali: la musica e le immagini; in una sola parola: l’arte. Ho voluto accostare due autori completamente diversi e ho citato “il bacio” di Hayez, uno dei quadri più conosciuti e “La fucilazione “di Goya, rappresentazione della Guerra di indipendenza spagnola del 1808, nonché simbolo della resistenza spagnola. Per me le immagini spesso rispecchiano la volontà di indirizzare l’ascoltatore e per dirgli “quando senti questo pezzo ti mostro quello che vedo io”. E’ una traduzione emotiva, ma è anche un modo di voler comunicare qualcosa di specifico.

Uno dei versi più forti del disco è: «Mi sono persa fra menti, inciampo nei fili logici». Pensi che oggi l’identità sia più qualcosa da costruire o da decostruire?
Penso che oggi, vuoi per l’uso-abuso dei social, vuoi per la fretta che la società impone, l’identità non sia più qualcosa che ci appartiene davvero. Mi spiego: cerchiamo di rispettare gli standard e i tempi altrui, le aspettative altrui. Parlando con i miei coetanei, poche volte mi è capitato di sentirmi dire “sono in orario sulla tabella di marcia”, ovviamente in tutti gli ambiti quindi familiare, relazionale, universitario, lavorativo ecc.
Penso che l’identità sia qualcosa da decostruire, credo che sia un meccanismo per dire “sono qua, con i miei tempi, con i miei modi e sono felice di esserci”. Abbiamo tutti fretta di tagliare un traguardo che non vogliamo davvero oltrepassare. Fretta di crescere, di fare, di apparire e di dimostrare qualcosa a qualcuno. “Qualcosa a qualcuno”: non importa cosa e non importa a chi.

5“Parole Sciolte” ha una struttura precisa, quasi cinematografica. Hai pensato a questo progetto come a un racconto unitario? C’è stato un momento in cui hai capito che tutte le canzoni facevano parte dello stesso “discorso”?
“Parole Sciolte” rappresenta un percorso che ho fatto negli ultimi anni. È l’insieme di domande prima della consapevolezza. È il momento di stop e di recap. Mi piace definirlo un “Recap e restart”. Il restart è già iniziato ma ancora non l’ho raccontato. Il fil rouge penso sia evidente perché sono emozioni comuni legate al medesimo periodo. Ammetto che solo a posteriori mi sono accorta che vi fosse una struttura unitaria. Sarò trasparente nel dire che dopo essermene resa conto non ho modificato alcunché, tutto era già al suo posto, penso in modo inconscio. Ho solo scritto “Luna Spenta”, singolo uscito a febbraio 2025 e che anticipa l’album, in cui attraverso i temi più importanti affrontati in “Parole Sciolte” e in cui esprimo la paura di far uscire il disco “E mi son chiesta a volte se avessi abbastanza coraggio da lasciarvi nero su bianco le mie parole sciolte”.

In “Outro” canti: «È solo dalla musica che aspetto sentenza». Quanto pesa oggi il giudizio – degli altri, ma soprattutto il tuo? E come si fa a non farne un tribunale interiore?
E’ molto difficile. Non sono solita dare il potere agli altri di influenzare le mie scelte ma trasversalmente incide. Devo ancora imparare a non farne un tribunale interiore anche perché sono molto severa con me stessa quindi forse il giudice più iniquo sono io.

Molti tuoi testi sembrano parlare a chi si sente fuori luogo, fuori tempo, fuori fuoco. Che rapporto hai con la tua generazione e con il modo in cui vive, o sopravvive, ai suoi sogni?
Credo che per la mia generazione sia davvero difficile realizzare i propri sogni sia per la situazione economica sia perché viviamo in un mondo che ci ha abituati a correre da sempre. Non conosco nessuno che si senta davvero realizzato o che sia in pace con sé stesso perché spesso il paragone con la società è forte e proviene da fattori esterni. Temo che essere fuori tempo sia all’ordine del giorno ormai. Ma va bene così.

Nel tuo percorso artistico, ci sono stati incontri – con persone, libri, suoni – che ti hanno aiutata a trovare la tua voce? E, al contrario, ci sono silenzi che ancora oggi fatichi a trasformare in musica?
L’incontro che mi ha cambiato la vita è stato con la produttrice cinematografica Rita Rusic. Ci siamo conosciute e abbiamo stretto un ottimo rapporto. Più volte mi ha spinta a credere nel mio sogno e soprattutto a farmi conoscere uscendo dalla cameretta. Le sarò sempre grata, nonostante ora non faccia più parte della mia vita, perché mi ha insegnato a saltare dal trampolino, senza mai spingermi davvero. Gli unici silenzi che non hanno ancora preso forma devo ancora viverli. Sono molto onesta e sincera quando scrivo. Tutti i tasselli sono stati messi al loro posto. Praticamente vivo aspettando che qualcosa me li incasini di nuovo [ride].

Il disco si muove tra un’elettronica lieve e arrangiamenti essenziali, lasciando spazio alla parola. Come hai lavorato alla produzione per mantenere questa delicatezza senza perdere intensità?
Il ringraziamento maggiore va ai produttori che hanno lavorato con me: Emanuele Sciarra (nel singolo “Parole Sciolte”) e Alessandro Mancuso, nella quasi totalità dell’album. Hanno compreso appieno la mia esigenza di esprimermi e hanno dato molto spazio alla parola, hanno messo il focus sul testo. Di solito mi presento da loro con una demo chitarra e voce o piano e voce, al resto pensano loro. Abbiamo trovato la quadra; capiscono sempre le mie intenzioni senza troppe spiegazioni. Il merito è loro!

Se “Parole Sciolte” fosse un messaggio lasciato in una bottiglia, chi speri lo trovi? E cosa vorresti che sentisse chi lo ascolta per la prima volta, magari in un giorno in cui tutto sembra andare storto?
Se fosse un messaggio lasciato in una bottiglia spero lo trovi chi ha ritrovato la strada e non chi si è perso. È un album che può disorientare chi non ha ancora trovato il proprio equilibrio. Da un lato sembra voler dire “non ti preoccupare, come vedi ci sono passata anche io” ma spero che prevalga il lato “ce l’hai fatta anche tu, per questo puoi comprendermi”. 

Grazie Lara e complimenti per la tua carriera artistica!

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