“Latte” di Marina Zucchelli: Come raccontare l’intimità dei corpi e delle anime

Marina Zucchelli costruisce un romanzo denso e silenzioso, capace di raccontare l’intimità dei corpi e delle anime con una scrittura che scorre come un gesto quotidiano, apparentemente semplice, in realtà carico di stratificazioni emotive e storiche.

a cura della redazione


Nella Bologna del secondo dopoguerra, ancora attraversata da macerie invisibili e da ruoli sociali rigidamente tracciati, due donne si incontrano senza scegliersi davvero. Olimpia appartiene a una borghesia che ha fatto dell’ordine una virtù e dell’obbedienza un destino. Ada arriva da lontano, dalla Ciociaria, portando con sé un corpo abituato alla fatica e un dolore trattenuto: ha lasciato i figli, il marito, una vita povera ma viva, per diventare balia. È nel gesto arcaico dell’allattare che le loro esistenze si intrecciano, trovando un terreno comune là dove tutto sembrerebbe dividerle.

Zucchelli affida al corpo femminile la narrazione più profonda: il corpo generoso di Ada, che dà senza chiedere, e quello fragile di Olimpia, che dopo il parto non si riconosce più. Il latte diventa così una lingua muta, un patto non dichiarato, una forma di maternità condivisa che sfugge alle definizioni convenzionali. Tra le due donne nasce una relazione ambigua e necessaria, fatta di complicità, dipendenza e reciproco rispecchiamento, in cui il potere e la vulnerabilità si scambiano continuamente di posto.

A dare ulteriore profondità al romanzo è la storia di Pietro, neonato abbandonato alla ruota dell’Ospedale Santo Spirito di Roma durante il Ventennio. Un filo narrativo che attraversa il tempo e apre una riflessione dolorosa sull’origine, sull’abbandono e sull’identità. Chi siamo, se non il risultato di ciò che ci è stato dato o negato? A chi apparteniamo davvero?

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